domenica 31 gennaio 2010

perché non vedo l'ora di guardare Avatar con i miei figli...

Ci sono andata, a vedere Avatar... Invece dei popcorn, mi ero portata dietro un bel sacchetto di pregiudizi (che vanno intesi in senso etimologico, come giudizi a priori). Insomma, ero certa di andare a vedere uno di qui film che sono come le caramelle gommose alla frutta: lo sai che è tutta chimica, ma ti piacciono lo stesso. E infatti Avatar ha tutti gli ingredienti dosati perfettamente: i buoni molto buoni, i cattivi molto cattivi, l'amore, la natura, le battaglie. Non puoi fare a meno di emozionarti, di commuoverti, di incazzarti, di esultare, perché da qualche parte dentro di te c'è un pulsante per emozionarti, un pulsante per commuoverti ecc... e Cameron sa perfettamente dov'è ciascun pulsante e quando va premuto. Un film di gran mestiere, non c'è che dire. E tutto ciò si capiva già dal trailer.
Sapevo anche che alla fine i marines non avrebbero fatto una gran bella figura, e questo è stato il movente principale per cui ho speso 8 (otto!) euro di biglietto.
Il film ha in gran parte confermato tutti i miei pregiudizi. I buoni tanto buoni, e soprattutto belli, con quel gran tomo di Sam Worthington in testa (che il Signore sia benedetto per averlo creato così). I cattivi cattivissimi, cinici, senza scrupoli... E poi alcune "ingenuità", tipo il bacio alieno in perfetto stile Hollywood dei giorni nostri, oppure la soldatessa che prima diserta e poi se ne va tranquillamente in giro per la base militare. Vabbe'...
Ma che filmone, però!
Quello che non mi aspettavo era di trovare riferimenti così diretti e, perché no, così coraggiosi, alla realtà. Perché a un certo punto si dice letteralmente: "Se qualcuno sta seduto su qualcosa che ti interessa, fanne un tuo nemico così sarai autorizzato a distruggerlo". E questo qualcosa può essere l'unobtanium, come nel film, oppure il petrolio, o l'acqua, o l'oro, o una posizione strategica, o una terra promessa. E i Na'vi sono, senza tanti giri di parole, riferimenti diretti alla resistenza contro un'occupazione straniera. Certo, forse Cameron pensava di più ai nativi americani che non ai palestinesi, o agli irakeni, o ai cubani, ma sempre di resistenza si tratta. E sempre di decidere se stare dalla parte degli oppressori o degli oppressi.
Ecco perché non vedo l'ora che i miei figli siano abbastanza grandi per rivedere Avatar insieme. Perché è una di quelle storie che ti portano empaticamente dalla parte giusta (almeno dal mio punto di vista). Per la mia generazione sono stati cartoni animati come Lady Oscar o film come Lo chiamavano Trinità... Come sarei diversa, oggi, senza Bud Spencer e Terence Hill!
Piccola postilla.
Quel figlio di una meretrice del mio primogenito era stato informato che io e il babbo lo avremmo lasciato con i nonni per una seratina children-free. Solo che qualcuno, per addolcire la pillola, gli aveva detto che andavamo a una riunione. Così, ieri pomeriggio, se n'è venuto fuori con il suo più diabolico sorriso:
"Quando sarò grande, io non andrò mai alle riunioni. Perché non lascerei MAI i miei figli da soli!"
Così piccolo e così vendicativo!
ps (figli di una meretrice solo in senso figurato, eh!)

giovedì 28 gennaio 2010

nomination


C’è un momento, quando aspetti un bambino, che segna il punto di catastrofe tra la tranquilla intimità della gravidanza e il tormentoso ingresso nel mondo: la scelta del nome. Quando decidi il nome di tuo figlio, ne fai un essere sociale. Non è più solo un feto nudo, che galleggia beatamente ignaro nel suo liquido di cottura, ma comincia per lui quel complicato gioco di relazioni e reazioni che è la matrice dei rapporti umani. E con la scelta del nome inizia anche l’interferenza degli estranei, che da questo momento in poi diventerà una costante. Qualsiasi nome si scelga, ci sarà sempre chi avrà qualche obiezione, e in genere sono i nonni a detenere il record delle perplessità.
I miei genitori, da questo punto di vista, sono stati esemplari.




Per reazione a tutto ciò, il nome della bambina lo abbiamo deciso in barba a ogni principio di prudenza. Anna. Come Anna Frank (morta a 16 anni in un campo di concentramento), Anna Karenina (morta suicida sotto un treno), Anna Politkovskaj (morta assassinata), Anna dai capelli rossi (orfana e affetta da evidente macrocrania). Un nome che è un vero e proprio catalizzatore di disgrazie…

mercoledì 27 gennaio 2010

i soldi non danno la felicità, ma a me fa più tristezza la fame...

E ve lo dice una che, nella sua vita, ha sistematicamente scansato tutte le più feconde opportunità di guadagno.
Quella volta che mi telefonò l'agenzia Contrasto (se non sapete cos'è non ve lo dico, così non potrete capire l'entità della mia idiozia)...
Voce al telefono: "Buongiorno, abbiamo ricevuto il suo curriculum. Stiamo cercando un responsabile rapporti con l'estero e un responsabile archiviazione elettronica. Sarebbe disponibile per un colloquio?"
Io: "Oh, be', non so. No, grazie..."
Silenzio incredulo, poi di nuovo voce dal telefono: "Non le interessa neanche venire per il colloquio?"
Io: "No, grazie..."
No grazie?!! Ma vi rendete conto?
Il fatto è che ero appena laureata, giusto qualche mesetto. Non avevo ancora 25 anni e pensavo che il mondo fosse tondo perché io potessi infilarlo più agevolmente nel mio zaino. Ero lanciata in non so più quale progetto imprenditoriale (ne ho coltivati due o tre, tutti abortiti). Un lavoro da dipendete? Pfui...
Poi mi offrirono di seguire una serie di riviste specializzate: fitness, piscine ecc... Mi avrebbero pian piano affidato l'intera responsabilità editoriale. Bleah! Io avrei accettato un lavoro del genere solo su riviste di classe (tipo FMR per intenderci). Altro che piscine! Snobbato anche questo...
Poi mi offrirono di affiancare il caporedattore di una rivista di caccia e pesca. Sarei diventata giornalista professionista nel giro di pochi anni. Caccia e pesca, per un'animalista come me? Giammai!
Poi mi offrirono di fare la segretaria per un consigliere regionale. Contratto a tempo determinato, ferie, malattie, tredicesima. Nonono... io non voglio mischiare politica e interessi personali!  Vade retro!
Nel frattempo dicevo di sì ad altre proposte, secondo me più allettanti: lavorare da cococo come editor, scrivere fumetti Disney, scrivere barzellette, scrivere librini sui Gormiti.  Lavoretti molto divertenti e gradevoli, ma la somma algebrica di tutte queste scelte è uguale a call center...
Ammetto di non essere completamente guarita dalla mia malattia, perché anche adesso, invece di cercarmi un lavoro serio, sono qui a scrivere un blog e ad architettare progetti imprenditoriali. Posso farlo perché quel brav'uomo di mio marito porta a casa la paghetta tutti i mesi, e perché mi accontento di uno stile di vita di basso profilo. E qui sta la mia matrice schizofrenica: subisco terribilmente il fascino della ricchezza, ma non arretro di un centimetro dalle mie trincee. Insomma, i sogni e gli ideali si pagano, sono debiti con il destino e non è detto che saranno risarciti.
ps A dire la verità, adesso il lavoro serio lo cercherei anche, ma pare che sia il lavoro a non prendere sul serio me... E forse non ha tutti i torti.

lunedì 25 gennaio 2010

se fossi gatto, miao...

Prima di diventare madre di due esseri umani, mi ero già cimentata nel difficile ruolo genitoriale come mamma adottiva di due gatti. In realtà non c'è stato un periodo della mia esistenza in cui io non abbia condiviso il mio letto e il mio cibo con uno o più felini, ma di solito nessuno di loro superava il primo anno di vita. Nero e Pelo, invece, mi hanno adottata nel 2001, barattando una breve vita selvaggia con una lunga vita domestica (che io ho definito "il sacro peloso impero").
Ammetto che, se mai ho avuto velleità educative, con loro ho fallito. Sono due gattoni anarchici, indifferenti a ogni tipo di disciplina, e sostanzialmente paraculi. Mentirei se dicessi che non esiste un ordine gerarchico all'interno della nostra famiglia, ma putroppo al vertice di questa gerarchia c'è il gatto, e non l'uomo.
Naturalmente anche i gatti hanno dovuto cedere terreno nel loro incontrastato dominio, con la nascita dei bimbi, ma è stata una battaglia lenta e incruenta, in seguito alla quale sono riusciti a mantenere le loro posizioni nei settori più strategici.


Quando il padre dei miei figli è entrato per la prima volta nel mio appartamento ha trovato la situazione che vado a descrivere. 1) I gatti avevano libero accesso a ogni parte della casa, tavola apparecchiata compresa. Era del tutto normale, per me, mangiare con un gatto seduto sul mio tovagliolo. 2) Ogni superficie lesionabile era lesionata, soprattutto tende, coperte e lenzuola. 3) Erano stati banditi tutti gli oggetti fragili, perché i gatti avevano una vera passione per il rumore di un bicchiere di vetro che cade dal tavolo, e simili spassosi passatempi. 4) Il mio letto era prima di tutto il LORO letto, quindi era assodato che io dovevo ritagliarmi un posticino in un angolo per non disturbarli. 5) In qualsiasi giorno della settimana, sabato e domenica compresi, bisognava svegliarsi alle sette per nutrire le loro miagolanti maestà. Se la sveglia era stata disattivata, Pelo la faceva cadere a colpi di zampetta perché il rumore sortisse il dovuto effetto. 6) I due felini non tolleravano intrusi nel loro territorio. Ricordo benissimo che una mia amica, la quale aveva avuto l'ardire di dormire insieme a me nel lettone, era stata addentata all'alluce nel cuore della notte per ritorsione. 7) Non mi allontanavo mai per più di 10-12 ore da casa, perché non potevo tollerare il pensiero dei gattini abbandonati in solitudine. 8) Anche se, già allora, ero precaria e squattrinata, avevo preso in affitto un appartamento da sola, senza possibilità di dividere le spese con nessuno, perché non avrei mai trovato qualcuno disposto a condividere la sudditanza...


In questo contesto, non è stato facile inserire un marito e dei figli. A tanti anni di distanza, ho un marito disadattato e due figli che ogni tanto mi rimproverano: "tu sei la nostra mamma, non la mamma dei gatti!"
Ma questa è un'altra storia, e ben presto ve ne parlerò.

domenica 24 gennaio 2010

fraudolenta tua sorella

Cari amici, sostenitori e internauti curiosi, siete già più di mille e questo mi/ci riempie di profondo orgoglio! Grazie! Speriamo di essere all'altezza delle vostre aspettative.
Nel frattempo noterete che non c'è più la pubblicità. Google ha deciso di disattivare il programma che la generava, perché, dice, ha riscontrato un'attività di clic non validi. Non so che diamine voglia dire, ma è così e credo che ci sia poco da fare.
Questo non mi aiuta certo a continuare nella pubblicazione di questo blog, ma non ho intenzione di mollare così presto! Quindi continuate a visitarci e soprattutto commentate, lasciate un segno del vostro passaggio, per aiutarci a dare un senso a tutto questo!
Essere "fraudolenta" non mi piace per niente, non sono abituata e non credo di aver fatto nulla per meritarlo. Per cui oggi sono molto, molto arrabbiata... Vorrei concludere con un'infilata di parolacce, ma siccome so per certo che ci sono minorenni all'ascolto, le lascio tutte alla vostra immaginazione!

mercoledì 20 gennaio 2010

gli altri non capiscono...

Ecco una cosa che ho imparato subito. Chi non ha figli, non può capire. Questo assioma, monumentale nella sua banalità, è declinabile in molti modi, e io ne ho fatto più volte esperienza.
La prima occasione in cui mi sono scontrata con questo ostacolo, che può risultare spesso imbarazzante, è stato proprio nei giorni del parto, il mio primo parto.
Premetto che le contrazioni sono iniziate nella notte tra giovedì e venerdì, ma il ragazzo ha deciso di venir fuori solo alle 15.35 della domenica. Vi lascio immaginare il mio stato mentale e le mie condizioni fisiche…
Prima della maternità, ero stata molto attiva in un partito politico: riunioni, comitati, banchetti, volantinaggi, manifestazioni, presidi, e ancora riunioni, riunioni, riunioni…
Naturalmente avevo già avvertito tutti del fatto che stavo per avere un figlio e che, per un bel po’, questo avrebbe significato una drastica riduzione della mia militanza. Fatalità ha voluto che, proprio nei giorni del mio travaglio a orario prolungato, si svolgesse il congresso del suddetto partito.
Sono già in sala parto e naturalmente tengo il cellulare acceso per i parenti in pena. Il telefono vibra…



Tra tutti, quelli che hanno meno capacità di immedesimazione sono ovviamente gli uomini. E al telefono, naturalmente, era un uomo. Così, circa mezz’ora dopo, nuova vibrazione. “Pronto?”

martedì 19 gennaio 2010

cameretta per la decrescita felice



Lampadario mongolfiera: costo approssimativo di 4 euro e mezz'oretta di lavoro con i bimbi. Un po' strafalcione, ma il suo mestiere lo fa.

lunedì 18 gennaio 2010

chi ama chiama


Erano mesi che non mi chiamava. Ci eravamo lasciati all'inizio dell'estate, con la promessa di risentirci presto. Certo, non potevo chiamare io... ne andava del mio orgoglio. Lui, lui doveva chiamare, se mi voleva. Se davvero ero importante, se davvero aveva bisogno di me,  doveva essere lui a fare la prima mossa.
E, in tutti questi mesi, ho aspettato. Speravo che chiamasse, e allo stesso tempo pregavo che non lo facesse. Perché mi conosco, so bene che non sono capace di dire di no. Sapevo che se lui mi avesse detto "vieni" io  avrei messo da parte tutto e sarei corsa da lui. I miei progetti, i miei bisogni, perfino il tempo da passare con la mia famiglia... tutto avrei lasciato per lui. Perché alla fine, anche se un po' mi fa schifo, anche se non mi sento a mio agio quando sono lì, anche se mi sembra di sprecare un mucchio di tempo... alla fine lui paga. Pochissimo, ma paga. 5,70 euro l'ora. E il bonifico arriva regolarmente, il 10 di ogni mese. Così, quando alla fine il telefono ha suonato, io ho detto di sì. "Sì, vengo, domani sono lì. Solito orario, 9-13, sì sì, va bene..."
Il call center, per quelli della mia generazione, è come il servizio militare di una volta. Prima o poi ti tocca. E precariamamma non fa certo eccezione, soprattutto in un mese come questo: a pagare la bolletta, si finisce in bolletta. Riscaldamento, mensa per l'asilo, spese condominiali, e perfino l'abbonamento rai. Tutte in una volta! E che capperi! (mi leggono anche i miei nipoti, quindi devo misurare il linguaggio)
Insomma, da domani di nuovo al call center. Questa volta sarò miss Boccioni dell'acqua. In passato sono stata miss Tapparelle in alluminio, miss Polizza sanitaria e perfino miss Signorina dello staff del candidato sindaco (in questo caso, lo ammetto, sono scesa ben al di sotto del minimo consentito alla dignità umana). Altro che identità multiple! Non solo la precarietà ti costringe a reinventarti ogni volta, a metterti continuamente in discussione, a improvvisarti in ogni tipo di mestiere. Al call center la tua identità è annullata, rimossa, perché non è prevista e, in ogni caso, non è in grado di creare valore aggiunto. Al call center, spesso, ti danno un nome di finzione: tu sei solo una voce che legge un form, un orecchio che cattura dati e (miracoli della biotecnica!) li trascrive in formato digitale.
Precariamma va al call center, dunque... "Buongiorno, scusi il disturbo, sono Angela Bianchi dell'ufficio marketing di bla bla bla..." Bleah!

sabato 16 gennaio 2010

una pausa di riflessione (ma niente paura, passa subito)

Grazie a tutti! Abbiamo superato quota 400 visitatori in poche ore. Davvero un risultato inatteso, per me.
Vi confesso che l'idea stessa di blog, dal mio punto di vista, era alquanto bizzarra. Insomma, un conto se sei Beppe Grillo, o un'organizzazione umanitaria, o un fotografo, un viaggiatore, uno scrittore. Ma perché mai IO avrei dovuto mettermi a scrivere un blog? A chi potevano interessare le mie farneticazioni? Va bene lasciarsi andare a qualche mania di grandezza, ogni tanto, in privato, ma che cosa avrei dovuto raccontare? Le mie avventure? Ci sono giornate in cui il mio problema principale è scegliere tra le penne o i fusilli; ci sono giornate in cui il mio viaggio più impegnativo è quello dalla porta di casa alla cassetta della posta; ci sono giornate in cui il mio maggior contributo al benessere dell'umanità è separare il vasetto dello yogurt dal coperchio, prima di buttarli. Che emozione, eh?
Questi i miei dubbi, quando un amico mi ha suggerito di tenere un blog. Non scherziamo!
Poi, però, mi sono ricordata dei primi tempi, quando Diego era nuovo nuovo. Ricordo che era primavera, e io passavo tutta la giornata al parco: in casa, Diego era insostenibile. Non dormiva, non stava buono, piagniucolava in continuazione. In casa, io mi sentivo terribilmente sola. Andavo al parco e mi guardavo intorno. Puntavo come un cane da caccia tutte le mamme, le nonne, le baby sitter, valutavo l'età dei loro bambini (mi interessavano soprattutto quelli di pochi mesi, come il mio); se loro mi rivolgevano uno sguardo, lo ricambiavo con segnali ammiccanti, sorrisi, mezze parole. Se la risposta era incoraggiante, attaccavo subito discorso.
"Com'è il tuo? Dorme? Lo allatti? Quante volte mangia durante il giorno? E durante la notte?"
Avevo un bisogno di comunicare che assomigliava molto alla fame: urgente, insaziabile, ineludibile.
Adesso sono una mamma cresciuta, quel bisogno di comunicare è diventato un po' meno urgente, ma rimane ineludibile. E forse ci sono altre mamme che hanno lo stesso bisogno. Se si riesce a farlo con un po' di ironia, ancora meglio.
E poi la precarietà, questa condizione di cui non si parla mai abbastanza. Forse anche questo può essere utile a qualcuno, per sentirsi meno alieni?
Infine il pecunio. Perché questo è un blog che ospita della pubblicità, e noi veniamo pagati per ogni clic sui link. Cifre da far girare la testa. Da quando il blog esiste, io e il disegnatore abbiamo guadagnato 15 euro, in due, al lordo delle tasse. Leonardo non ci paga nemmeno la carta per le tavole.
Ma tant'è, sono tempi di crisi. Per denaro c'è chi venderebbe anche la madre. Io vado ben oltre: metto in vendita la maternità...

venerdì 15 gennaio 2010

mercoledì 13 gennaio 2010

la gravidanza, ossia la panza

Premetto che io lo sapevo, di avere un utero, ma quando ho scoperto che il feto si sviluppa proprio lì, sono davvero caduta dalle nuvole. 'Ma va!?', ho pensato. Io credevo che l'utero fosse una specie di scatolina preparatoria per gli ovuli, che poi da qualche parte non meglio precisata si andasse a formare una placenta e che dentro la placenta si sviluppasse l'embrione. Anche la funzione del cordone ombelicale non mi era poi del tutto chiara. Non parliamo di liquido amniotico, membrane, villi coriali ecc... Insomma, le mie nozioni anatomiche erano piuttosto approssimative. Tanta ignoranza, del resto, era frutto del mio più totale disinteresse per l'argomento. Perché mai avrei dovuto sapere come si sviluppa un bambino? Niente di più lontano dal mio orizzonte degli eventi.
Per fortuna, il mio corpo sapeva benissimo come comportarsi. Ho avuto modo di verificare questa cosa anche nel mondo del lavoro: è molto frequente che 'il capo' ne sappia molto meno dei suoi dipendenti, e che tutta l'organizzazione possa procedere benissimo (e forse anche meglio) senza di lui. In effetti, mentre nel mio corpo viaggiavano segnali chimici e le cellule si davano un gran da fare, io me ne stavo beotamente assorta nelle mie fantasie.
Sapevo che sarebbe stato un maschio, esattamente come, in seguito, avrei 'sentito' che la seconda sarebbe stata una femmina. In questo, la mia parte istintuale ha dato il meglio di sé. Sapevo che avrei fatto di tutto per aiutare quel bimbo a venire al mondo nel migliore dei modi: curando la dieta, passeggiando, dedicandomi a lui con il pensiero, preparando le sue cosine. Non sapevo, però, che avrei dovuto affrontare una serie di prove del tutto imprevedibili, che avrebbero messo sotto assedio il mio entusiasmo. Si va dal pappone immangiabile 'consigliato' dalla ginecologa per colazione, fino all'impossibilità di tagliarsi le unghie dei piedi, dalle sciatalgie al mal di testa per astinenza da caffé (orrore!).
Malgrado tutto ciò, le mie gravidanze sono state bellissime esperienze. Forse perché, alla fin fine, non ho avuto problemi enormi. Forse perché avevo accanto l'uomo giusto. Forse perché ho scritto, e scritto e scritto per non rischiare che qualcosa andasse perduto...
Ecco, se posso permettermi di dare un consiglio alle mamma in attesa, dolce o turbolenta che essa sia, scrivete: lasciate che i dipendenti facciano il loro lavoro e prendetevi dieci minuti al giorno a tu per tu con 'il capo', una breve intervista su come vanno le cose. Quando i vostri feti saranno in grado di leggere, avrete un bel regalo per loro.

martedì 12 gennaio 2010

precaria, atipica, flessibile o semplicemente insicura?

Mettiamo che:
1) ti sei laureata con il massimo dei voti, ma praticamente la tua laurea è utile quanto quelle di Pico de' Paperis. Avete presente? "Laurea in strutturologia delle muffe sul gorgonzola" oppure "Laurea in frasologia dei volatili da cortile". Delle vere bombe, nel mercato del lavoro! Sì sì...
2) negli anni, hai cambiato idea sulle tue aspirazioni professionali quelle due o trecento volte. Nell'ordine: la scrittrice famosa, la giornalista, la conduttrice di programmi in radio, la ricercatrice universitaria, la fotografa, l'esperta di arti visive, l'esperta di storia della radio e di storia della fotografia, la grafica, l'operatrice per la didattica dell'arte, l'editor, la correttrice di bozze, la sceneggiatrice di fumetti, l'autrice di libri per bambini...
3) sei oggettivamente nata in un periodo di profonda e generalizzata sfiga...
4) sei soggettivamente vittima di crisi maniaco-depressive...
5) hai deciso di mettere al mondo dei figli senza che quel mondo avesse per te la benché minima stabilità...
quale profilo personale consegue da tutto ciò? Ovvero, sei precaria, flessibile, atipica e fondamentalmente disoccupata perché è un destino della tua generazione, oppure perché te la sei proprio andata a cercare?

sabato 9 gennaio 2010

quel pomeriggio di quasi cinque anni fa...

Era in quel cassetto da molto tempo. Lo tenevo lì perché non mi piace sprecare la roba e perché non avevo un buon motivo per buttarlo via. Ingombrava poco, non emanava odori strani, e poi chissà... magari prima o poi mi sarebbe servito.
Me lo aveva regalato una mia amica che era convinta di non averne più bisogno. "La confezione ne conteneva due" mi aveva detto. "L'altro a me non serve".
Insomma, lo avevo portato a casa e chiuso nel famoso cassetto ad aspettare gli eventi.
E l'evento fu. Un giorno, due giorni, una settimana di ritardo. Io e lui che ci guardiamo negli occhi: ci viene da ridere. Eh, eh, eh... "Che dici, provo a fare il test?" "Prova! Ti aspetto qui!"
Lo raggiungo dopo un po', lui è seduto sul letto. Gli mostro lo stick. "Una riga no, due righe sì..." Lui lo studia. "Sono due" "Sei sicuro? la seconda è un po' sbiadita".
Proviamo a rileggere le istruzioni, ma chi ce la fa a concentrarsi? Sembra di leggere una poesia ermetica: suona tutto molto bene, ma non si capisce di cosa stia parlando!
"Non è sbiadita!" cerca di convincermi lui. "Sono due righe nere!"
"Ma come fai a dirlo! Non si vede bene! Andiamo vicino alla finestra!"
"Lo vedi: due righe! Due righe nere!"
"Non pretendere di avere ragione per forza! Una è nera e l'altra è quasi grigia"
"Sono nere tutt'e due!" (comincia ad allenarsi alla pazienza)
"Va bene, ma questi test casalinghi non sono attendibili!"
"Per quello che so io, lo sono eccome. Se il risultato è negativo ci può essere un margine di errore. Ma se è positivo vuol dire che ha rintracciato l'ormone"
"Senti, se fossero attendibili al cento per cento nessuno farebbe più gli esami. Facciamo il test in farmacia!"
"E se poi è positivo anche lì?"
Ci viene ancora da ridere.

Io non lo stavo cercando, quel figlio. E nemmeno cercavo di evitarlo. Avevo 28 anni, ero in procinto di sposarmi e non sarebbe stata una tragedia se fossi rimasta incinta. Certo, non avevo un lavoro stabile, anzi, non avevo neppure lo straccio di un contratto instabile. Solo qualche velleità, una buona dose di incoscienza e tante turbe.
Non lo stavo cercando, ma mentre aspettavo l'esito del test sapevo che sarei rimasta delusa, se fosse stato negativo. Forse perché, a dispetto di quello che avevo sempre pensato, il mio istinto materno non era del tutto avariato; oppure perché volevo dimostrare a me stessa di essere in grado di farlo davvero, un figlio.
C'erano state profezie, a questo proposito, ma io le avevo del tutto ignorate.
Pochi giorni prima ero alla stazione di Milano con il mio 'maestro', una persona che ha avuto un grande peso nella mia vita. Stiamo camminando in mezzo alla folla e ci viene incontro una signora con uno di quei cagnolini tutto pelo, una specie di peluche semovente con la codina a riccio. "Che carino!" esclamo, del tutto innocente.
"È ora che diventi mamma, mi sa!" commenta il mio maestro, sorridendo. Lo guardo cercando di interpretare la sua espressione: "Mamma? Eh, sì! Perché poi?!" dico io. Lui ridacchia, come uno che la sa lunga. "Perché noti i cuccioli che passano. Vuol dire che hai voglia di maternità!" Io mi metto a ridere, cercando di immaginare quali percorsi mentali possano averlo portato a quella convinzione, ma la rubrico subito come una simpatica battuta. Io alla maternità non ho mai pensato seriamente. È una possibilità tra le tante: potrei aprire un agriturismo, potrei emigrare in Francia, potrei avere un figlio, potrei trovare lavoro in una radio...
E invece, accidenti a quell'uomo diabolico, aveva ragione lui!
Perché non si diventa mamme per caso.