mercoledì 13 gennaio 2010

la gravidanza, ossia la panza

Premetto che io lo sapevo, di avere un utero, ma quando ho scoperto che il feto si sviluppa proprio lì, sono davvero caduta dalle nuvole. 'Ma va!?', ho pensato. Io credevo che l'utero fosse una specie di scatolina preparatoria per gli ovuli, che poi da qualche parte non meglio precisata si andasse a formare una placenta e che dentro la placenta si sviluppasse l'embrione. Anche la funzione del cordone ombelicale non mi era poi del tutto chiara. Non parliamo di liquido amniotico, membrane, villi coriali ecc... Insomma, le mie nozioni anatomiche erano piuttosto approssimative. Tanta ignoranza, del resto, era frutto del mio più totale disinteresse per l'argomento. Perché mai avrei dovuto sapere come si sviluppa un bambino? Niente di più lontano dal mio orizzonte degli eventi.
Per fortuna, il mio corpo sapeva benissimo come comportarsi. Ho avuto modo di verificare questa cosa anche nel mondo del lavoro: è molto frequente che 'il capo' ne sappia molto meno dei suoi dipendenti, e che tutta l'organizzazione possa procedere benissimo (e forse anche meglio) senza di lui. In effetti, mentre nel mio corpo viaggiavano segnali chimici e le cellule si davano un gran da fare, io me ne stavo beotamente assorta nelle mie fantasie.
Sapevo che sarebbe stato un maschio, esattamente come, in seguito, avrei 'sentito' che la seconda sarebbe stata una femmina. In questo, la mia parte istintuale ha dato il meglio di sé. Sapevo che avrei fatto di tutto per aiutare quel bimbo a venire al mondo nel migliore dei modi: curando la dieta, passeggiando, dedicandomi a lui con il pensiero, preparando le sue cosine. Non sapevo, però, che avrei dovuto affrontare una serie di prove del tutto imprevedibili, che avrebbero messo sotto assedio il mio entusiasmo. Si va dal pappone immangiabile 'consigliato' dalla ginecologa per colazione, fino all'impossibilità di tagliarsi le unghie dei piedi, dalle sciatalgie al mal di testa per astinenza da caffé (orrore!).
Malgrado tutto ciò, le mie gravidanze sono state bellissime esperienze. Forse perché, alla fin fine, non ho avuto problemi enormi. Forse perché avevo accanto l'uomo giusto. Forse perché ho scritto, e scritto e scritto per non rischiare che qualcosa andasse perduto...
Ecco, se posso permettermi di dare un consiglio alle mamma in attesa, dolce o turbolenta che essa sia, scrivete: lasciate che i dipendenti facciano il loro lavoro e prendetevi dieci minuti al giorno a tu per tu con 'il capo', una breve intervista su come vanno le cose. Quando i vostri feti saranno in grado di leggere, avrete un bel regalo per loro.

2 commenti:

  1. che bel consiglio Stefy, se mai succederà lo farò di certo.
    grazie!!!

    RispondiElimina
  2. :))
    Come in tutte le fasi più delicate della vita, scrivere aiuta a tenere la barra del timone...

    RispondiElimina