sabato 9 gennaio 2010

quel pomeriggio di quasi cinque anni fa...

Era in quel cassetto da molto tempo. Lo tenevo lì perché non mi piace sprecare la roba e perché non avevo un buon motivo per buttarlo via. Ingombrava poco, non emanava odori strani, e poi chissà... magari prima o poi mi sarebbe servito.
Me lo aveva regalato una mia amica che era convinta di non averne più bisogno. "La confezione ne conteneva due" mi aveva detto. "L'altro a me non serve".
Insomma, lo avevo portato a casa e chiuso nel famoso cassetto ad aspettare gli eventi.
E l'evento fu. Un giorno, due giorni, una settimana di ritardo. Io e lui che ci guardiamo negli occhi: ci viene da ridere. Eh, eh, eh... "Che dici, provo a fare il test?" "Prova! Ti aspetto qui!"
Lo raggiungo dopo un po', lui è seduto sul letto. Gli mostro lo stick. "Una riga no, due righe sì..." Lui lo studia. "Sono due" "Sei sicuro? la seconda è un po' sbiadita".
Proviamo a rileggere le istruzioni, ma chi ce la fa a concentrarsi? Sembra di leggere una poesia ermetica: suona tutto molto bene, ma non si capisce di cosa stia parlando!
"Non è sbiadita!" cerca di convincermi lui. "Sono due righe nere!"
"Ma come fai a dirlo! Non si vede bene! Andiamo vicino alla finestra!"
"Lo vedi: due righe! Due righe nere!"
"Non pretendere di avere ragione per forza! Una è nera e l'altra è quasi grigia"
"Sono nere tutt'e due!" (comincia ad allenarsi alla pazienza)
"Va bene, ma questi test casalinghi non sono attendibili!"
"Per quello che so io, lo sono eccome. Se il risultato è negativo ci può essere un margine di errore. Ma se è positivo vuol dire che ha rintracciato l'ormone"
"Senti, se fossero attendibili al cento per cento nessuno farebbe più gli esami. Facciamo il test in farmacia!"
"E se poi è positivo anche lì?"
Ci viene ancora da ridere.

Io non lo stavo cercando, quel figlio. E nemmeno cercavo di evitarlo. Avevo 28 anni, ero in procinto di sposarmi e non sarebbe stata una tragedia se fossi rimasta incinta. Certo, non avevo un lavoro stabile, anzi, non avevo neppure lo straccio di un contratto instabile. Solo qualche velleità, una buona dose di incoscienza e tante turbe.
Non lo stavo cercando, ma mentre aspettavo l'esito del test sapevo che sarei rimasta delusa, se fosse stato negativo. Forse perché, a dispetto di quello che avevo sempre pensato, il mio istinto materno non era del tutto avariato; oppure perché volevo dimostrare a me stessa di essere in grado di farlo davvero, un figlio.
C'erano state profezie, a questo proposito, ma io le avevo del tutto ignorate.
Pochi giorni prima ero alla stazione di Milano con il mio 'maestro', una persona che ha avuto un grande peso nella mia vita. Stiamo camminando in mezzo alla folla e ci viene incontro una signora con uno di quei cagnolini tutto pelo, una specie di peluche semovente con la codina a riccio. "Che carino!" esclamo, del tutto innocente.
"È ora che diventi mamma, mi sa!" commenta il mio maestro, sorridendo. Lo guardo cercando di interpretare la sua espressione: "Mamma? Eh, sì! Perché poi?!" dico io. Lui ridacchia, come uno che la sa lunga. "Perché noti i cuccioli che passano. Vuol dire che hai voglia di maternità!" Io mi metto a ridere, cercando di immaginare quali percorsi mentali possano averlo portato a quella convinzione, ma la rubrico subito come una simpatica battuta. Io alla maternità non ho mai pensato seriamente. È una possibilità tra le tante: potrei aprire un agriturismo, potrei emigrare in Francia, potrei avere un figlio, potrei trovare lavoro in una radio...
E invece, accidenti a quell'uomo diabolico, aveva ragione lui!
Perché non si diventa mamme per caso.

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