giovedì 25 febbraio 2010

roba mia

"precàrio agg (pl. m. -ri) Contrassegnato da una provvisorietà costantemente minacciata dal sopraggiungere di eventi pericolosi o addirittura catastrofici." E se lo dice il Devoto-Oli, bisogna crederci.
Non che contribuisca molto al mio umore una lettura del genere, ma almeno fa pulizia. La precarietà è questa cosa qui. Punto. Inutile girarci intorno.
Da questa condizione ne deriva un'altra, sua diretta conseguenza: precario è chi è senza dominio, cioè chi non può dire mai "questo è mio", in mio possesso, di mia competenza.
Per esempio: io vivo in una bella casa, ma non l'ho pagata io. L'hanno pagata in gran parte i miei suoceri, con i soldi guadagnati con il loro lavoro non-precario. Dunque, in che misura posso dire che è casa mia?
Sto scrivendo su un computer che non ho ancora finito di pagare, e comunque il finanziamento è a nome del "capofamiglia", quello con la busta paga e il lavoro non-precario. Come posso dire che è il mio computer?
Ieri ho piantato i bulbi in un'aiuola, ma l'aiuola non è mia, è del condominio. Io  ho solo il permesso di piantarci quello che mi pare, ma non mi appartiene.
Scrivo storie di personaggi che non ho creato io, non sono i miei personaggi. Le storie che ne vengono fuori non sono le mie storie.
Stamattina al call center ho fatto un lavoro che non è il mio lavoro.
Quale sia il mio lavoro, poi, è impossibile da capire, visto che sono costretta a cambiare vestitino in continuazione, e la mattina sono editor, il pomeriggio fumettara e il giorno dopo addetto stampa, poi nella pausa pranzo prosivendola e la mattina dopo operatrice telefonica. Non ho un lavoro che possa dire mio, e c'è sempre qualcuno che ha il potere di dirmi: così non va, devi farlo meglio.
Mettici pure che i miei figli non mi assomigliano per niente (grazie al cielo) e parlano un accento che non è il mio accento, e già ti accorgi che anche loro non sono del tutto miei.
E questi pensieri, sono davvero i miei o sono i pensieri di tutti quelli come me? Anche i miei pensieri e i miei problemi non mi appartengono del tutto.
Vi prego, precari all'ascolto, battete un colpo. Anche per voi è così? e come si fa a farci il callo? Io fatico a rassegnarmi. Poi dice che uno comincia a fumare!

lunedì 22 febbraio 2010

roba educattiva

Precariamamma cerca lavoro, e questa non è una novità. Ma ultimamente mi sto rendendo conto che ho proprio sbagliato direzione. In effetti, da un po' di tempo a questa parte, mi ero illusa di poter seguire la strada dell'"autrice di storie per bambini", dove per autrice intendo qualcosa di un po' meno presuntuoso che "scrittrice". Avevo scartato, per esempio, scrittrice di romanzi erotici, polizieschi, horror... mi manca la vena. Ma non pensavo che, anche per scrivere storie per bambini, fosse necessario coltivare in segreto una paranoia omicida, una specie di complesso d'Edipo non risolto.
Mi spiego meglio.
Venerdì sera il babbo faceva tardi, io ero esausta e i bambini si stavano sbranando e randellando con i binari del trenino di Ikea. Per sedarli, visto che pare siano troppo giovani per proporgli una canna, ho pensato di mettergli su un cartone. Ma non è mica così facile, soprattutto se non vuoi ritrovarti i bimbi in lacrime, terrorizzati, che ti si aggrappano alle ginocchia. Cominciamo da Bambi, un classico. Un film per il quale andrebbe chiesto l'ergastolo. Quando devo fare il gioco del "guardiamoci negli occhi e vediamo chi ride per primo", penso sempre alla scena di Bambi, solo nella neve, al buio, che invoca la mamma appena uccisa dai cacciatori. Non riesco a immaginare niente di più straziante. La prima volta che Anna l'ha visto ha cominciato a piangere talmente forte che ho dovuto quasi rianimarla.
Sempre per restare sul classico,  abbiamo Red e Toby. Anche qui, scena di mamma volpe in fuga dai cacciatori, che nasconde il suo piccolo tra l'erba, strofina dolcemente il muso contro quello del volpacchiotto, mentre lui la gurda con grandi occhi colmi di sgomento, e poi se ne va per finire schiantata dalle fucilate.
Passiamo a La gabbianella e il gatto: anche qui, mamma gabbiana che muore dopo aver eroicamente deposto l'uovo, con tanto di canzone in cui lo spirito di lei si eleva al cielo pensando al suo pulcino cui non potrà insegnare a volare.  Poi abbiamo Koda, fratello orso. Qui mi fanno morire prima il fichissimo pellerossa con le treccine, poi mamma orsa, e per non farci mancare niente, scena dello spirito di mamma orsa che torna a salutare per l'ultima volta il suo cucciolo prima di salire definitivamente verso il verdi pascoli.
Proseguendo abbiamo l'Era glaciale 1. Qui c'è il bis. Prima altra mamma eroica che porta in salvo il bimbo per poi lasciarsi inghiottire, esausta, dall'acqua, e ancora scenetta di vita familiare tra mammuth, il mammuttino che gioca allegramente, arrivo dei cacciatori che trasformano mamma mammuth in braciole e il mammuttino in un cappotto.
Ma ce l'avete con le mamme?!
Riflettendo sul fatto che la maggior parte dei cartoni (e questi sono solo un campione) prende spunto da racconti, si deduce che se uno non si ritrova una personalità da serial killer non ha speranze nel campo dell'editoria per bambini.
Stasera gli metto su Arancia meccanica, che Kubrick aveva tante turbe, ma non quella di far fuori tutte le mamme. E speriamo che inizino presto a farsi le canne.

mercoledì 17 febbraio 2010

un vecchio, vecchio amico

Questo qui, nelle intenzioni, doveva essere un blog a fumetti. Sta di fatto che il giovine talento che disegna le mie tavole è troppo bravo, e quindi ha un mucchio di cose da fare, e quindi non riesce a disegnare per me così spesso quanto mi piacerebbe, e quindi questo non è un blog a fumetti, ma un blog bla bla bla. Però, giacché mi diverto, vado avanti con i miei sproloqui.
Oggi volevo parlarvi di un vecchio, vecchio amico. Uno che ha diverse migliaia di anni sulle spalle. Eccolo qua:
 

Siccome leggere di lui è certamente più interessante che leggere di me, vi vado a raccontare un po' chi è 'sto tizio. Trattasi del "pensatore di Cernavoda" (qui potete trovare altre informazioni su di lui), un rumeno preistorico. Sono incappata in questo signore bighellonando tra le pagine di un libro di storia dell'arte, e mi ha folgorata. Un amore a prima vista. Dopo, per un bel po', non ho potuto fare a meno di pensare a lui.
Ci sono diverse teorie su che cosa stia facendo il nostro cavernicolo, seduto sul suo panchetto con il viso appoggiato alle mani. Forse è una figura mitologica, forse è una figura allegorica. Forse rappresenta il dio della morte (era in un complesso funerario), forse è impegnato in qualche forma di meditazione rituale, forse (a me piace pensare così) sta guardando un tramonto preistorico, forse sta ammirando la sua cavernicola che si spoglia, forse sta assistendo a uno spettacolo di danza, forse guarda una qualche forma di televisione trogloditica, forse si sta semplicemente annoiando. Non so.
Quello che mi è venuto in mente, quando l'ho visto per la prima volta, è stato questo pensiero: "To', uno che non sta facendo niente!"
Sì, perché i preistorici erano gente pratica, di solito rappresentavano donnine discinte e formose, che dovevano propiziare la fertilità della specie, oppure guerrieri o cacciatori. Invece il misterioso artista neolitico ha deciso di immortalare un ozioso, uno che guarda nel vuoto, uno che pensa... cioè il più umano tra gli uomini. Sono almeno novemila anni che questo omino guarda e pensa, e forse pensa più di quanto non facciano molte persone che, al contrario di lui, non hanno un cervello d'argilla.
Insomma, mi sono innamorata del pensatore di Cernavoda. Perché a un certo punto lui ha preso il suo panchetto, si è seduto, e ha cominciato a guardarsi intorno. Perché me lo immagino così, l'uomo delle origini, che scopre improvvisamente di avere una mente e si ritrova, un po' stupefatto, a guardare un mondo tutto da interpretare.
Volevo regalarvi questa storia, e spero vi sia piaciuta, ma devo concludere con una nota appena un po' dissonante. Naturalmente, si tratta di un pensatore e non di una pensatrice, perché già dal neolitico le donne non ce l'avevano il tempo di sedersi a meditare. Me l'immagino, la rumena preistorica che prende il suo panchetto e dopo 0,5 secondi arriva il cucciolo preistorico: "Mamma, la mia sorellina troglodita mi ha buttato giù la torre di vertebre di marmotta!" oppure "Mamma, posso mangiare  la cotenna di cinghiale adesso? me l'avevi promesso!" oppure "Mamma, ho la cacca! Mi racconti una preistoria?"

lunedì 15 febbraio 2010

precariamma e la sindrome di Pollyanna

Devo mettere da parte per un momento l'ironia per parlare di un argomento molto serio e che considero davvero importante. La sindrome di Pollyanna è una malattia che ha un complesso quadro clinico, è cronica e recidivante, ed è importante diagnosticarla prima di un'eventuale gravidanza, perché i soggetti che ne soffrono sono potenzialmente a rischio di inasprire la gravità del loro male prima, e soprattutto dopo, il parto. Io ne soffro da sempre, ma non sapevo di essere malata e quindi mi sono esposta a molti pericoli, in particolare con la prima gravidanza. Nel tempo, imparando a conoscere meglio me stessa, mi sono diagnosticata da sola questa malattia, e credevo anche di averne inventato il nome, invece ho scoperto che esiste davvero: la sindrome di Polyanna, ovvero dell'ottimismo ottuso.
La sindrome prende il nome da un personaggio di un romanzo e (per quanto mi riguarda, visto che il romanzo non l'ho letto) dal relativo fim Disney. È la storia di una ragazzina disgustosamente buona, vittima di non so quante disgrazie (tipo che è orfana e affidata a una zia zitellona, antipatica e spigolosa), che però cerca sempre l'aspetto positivo delle cose e va dritta per la sua strada convinta che il mondo le aprirà tutte le porte. Nel film funzionava al punto che, se non ricordo male, si ammalava o rischiava di morire ma poi tutto si risolveva benissimo. Nella vita funziona un po' meno, ma le persone affette da questa sindrome non lo sanno e, quando sono costrette a scoprirlo, se ne dimenticano subito.
Io sono così. Un'ottimista incurabile, convinta che tutto andrà esattamente come io credo o desidero. Avete idea di che cosa significa tutto ciò quando si innesta sulle aspettative di una gravidanza?
Vi faccio un esempio. Quando ero incinta del mio primo figlio, scrivevo cose tipo: "non vedo l'ora di vederti, nel tuo lettino che mi sorridi... magari il gatto ti verrà vicino, si acciambellerà accanto a te e vi addormenterete insieme, mentre tu gli tocchi la schiena morbida, ninnato dalle sue fusa".
Mmm, proprio così... povera scema.
In realtà, Diego non dormiva mai per più di sette minuti e, appena lui chiudeva un occhio, i gatti cominciavano a correre per la camera, facendo più rumore possibile (magari urtando una pila di libri e facendola crollare, oppure litigando e sbattendo contro la porta, oppure facendosi le unghie sul tappeto). A volte, sì, saltavano nella culla, ma solo durante una fuga precipitosa inseguiti da una mia ciabatta.
Ecco perché è importante riconoscere i sintomi della sindrome di Pollyanna il prima possibile: altrimenti si rischia che l'arrivo di un bambino sia vissuto come una catastrofe... in parte lo è, oggettivamente, ma per un malato di ottimismo incurabile è ancora peggio, perché ti crei aspettative idilliache e poi ti scontri con la dura realtà, che di solito ha la forma di una porta sbattuta in faccia.
Purtroppo, come dicevo, la sindrome di Pollyanna è cronica. Non si guarisce. Si può solo cercare di controllarne i sintomi. Io sono sempre molto attenta, e cerco di non assecondare troppo il mio ottimismo. Ma se voi vi accorgete che ogni tanto formulo previsioni troppo azzardate e felici, non pensate male di me: sono semplicemente malata, e merito tutta la vostra umana comprensione!

giovedì 11 febbraio 2010

poesia dei giorni nostri

Al call center stamattina
m'hanno fatto la ramanzina:
"Chiudi subito yahoo!
e non lo riaprire più!"
E che cosa vuoi che sia...
Stai un po' calma, cara mia!
Chissà mai che cosa sposta
se do un occhio alla mia posta
mentre aspetto una risposta...
Il telefono in stand by
o che non risponde mai,
musichetta, segreteria,
il cliente è andato via,
"Torna subito, lo aspetti"
Sì, però, quanto ci metti...
Intanto fisso quello schermo
sempre uguale, sempre fermo...
È soltanto tempo morto,
non volevo farti un torto.
Non ti rubo lo stipendio
non mi distraggo, non sospendo...
Ma se credi, non temere,
sarò ligia al mio dovere,
se la legge è questa qui,
io mi adeguo, fo così.

 
Ma ogni legge ha un'eccezione:
c'è la figlia del padrone
che ogni tanto lavora qua,
nell'azienda del papà...
Lei la posta può guardare
e su facebook anche chattare.
Lei certo, scusa, è produttiva
sono io quella cattiva!

mercoledì 10 febbraio 2010

la mamma dice

Certo che diventare genitori comporta un bel cambiamento nella tua vita. Di solito, anche se non hai figli, hai comunque un'idea abbastanza precisa di quello che significa mettere al mondo una creatura. Sai che dovrai affrontare un periodo turbolento e faticoso, sai che avrai una grande responsabilità ecc...
Quello che forse uno non si immagina (io, almeno, non ne avevo idea) sono i microcambiamenti,  quelli che agiscono all'interno delle tue cellule e ti modificano senza che tu te ne renda conto.
Uno. Cominci a parlare in terza persona, come il papa: "la mamma dice, la mamma vuole, la mamma va, la mamma torna". Non ho la minima idea del perché questo accada, ma è così e non ci puoi fare niente. Ti imponi di dire "io", ma ti sfugge "la mamma". Cerchi di riaffermare la tua soggettività ed ecco che non la trovi più. Io, non la mamma, IOOOO! Macché, appena ti distrai zac! vien fuori un bel: "la mamma torna subito".
Due. Inizi a parlare al diminutivo costante e generalizzato. Non solo pannolino, lenzuolino, pisellino, ma anche pappina, cacchina, passeggiatina, librino, automobilina... tutto si rimpicciolisce, anche il tuo cervello. E poi i vezzeggiativi! Un vero affronto alla dignità della lingua italiana: quanti patatina, topolino, tatino, cucciolino, stellina... anche lì, non riesci a farne a meno. Ti vengono spontanei, come i brufoli dopo una fetta di salame. Hai sempre  guardato con una lieve smorfia di disgusto le mammine smancerose, quelle che hanno sempre le labbra protese per un bacio, quelle che il loro figlio è il più bello del mondo? Ecco, adesso tu sei una di loro!
Tre. Le parolacce. Prima sfoggiavi un turpiloquio degno di Luciana Littizzetto? Dopo diventi più a modino di una suora. Al massimo "porca paletta", "accidentaccio", "cavoletto", e se proprio sei molto ma molto arrabbiata può sfuggirti un "ma vaffambagno!" Al che i miei figli si mettono sempre a ridere, perché la cosa del bagno non l'hanno capita.
Quattro. Hai così poco tempo per pensare a te stessa che nel tuo corpo avvengono vere e proprie metamorfosi senza che tu te ne accorga. Per esempio un bel giorno mi guardo allo specchio e... orrore! che cosa ci fanno quei peli neri sul mio mento? Mi sta crescendo la barba? (Con questo, spero di aver definitivamente tranquillizzato mio marito sul fatto che non troverò un amante grazie al Web)
Cinque. Una volta leggevi il giornale tutti i giorni e un libro in una o due settimane? Adesso leggi sì e no un libro ogni tre-quattro mesi e il giornale una volta all'anno, al mare, e la copia del primo di agosto ti dura fino al 17.
Sei. Il senso di colpa. E qui si apre una voragine, perché il senso di colpa è in agguato ovunque. Sto scrivendo invece che stendere la lavatrice? Sono un mostro di egoismo. Sto stendendo la lavatrice invece che giocare con mio figlio? Come posso essere così insensibile? Sto giocando con mio figlio invece di pulire il bagno? Fai proprio schifo, li fai crescere nel putridume... Non parliamo poi dei sensi di colpa in campo educativo. Tuo figlio è molto vivace? Sei una merda, non sei stata capace di dargli un minimo di regole. Tuo figlio è molto educato? Ecco, hai rovinato la sua personalità, ne hai fatto un represso.
Non c'è scampo. La mamma lo sa.

lunedì 8 febbraio 2010

stupidaggio

Cari amici, vi confesso una cosa. Mai nella vita avrei pensato di tenere un blog. Per come sono fatta io, per l'opinione che ho di me, raccontarmi in prima persona è davvero una sfida. Però lo sto facendo, e mi diverto anche.
Adesso mi piacerebbe cominciare a conoscervi un po' meglio. Come potete vedere, ho fatto in modo che fosse possibile commentare i post anche in modalità anonima; questo, sia per facilitare i commenti sia perché è giusto che voi possiate decidere se e come lasciare traccia della vostra identità. Però vorrei sapere comunque qualcosa di voi, ecco perché ho immaginato un sondaggio. Per ora si tratta di un sondaggio sulle vostre abitudini, e siccome sono convinta che la vera personalità delle persone emerga senza filtri solo nelle azioni prive di interesse, ho pensato a uno stupidaggio, cioè un sondaggio stupido...
Potete rispondere al sondaggio scorrendo il blog fino in fondo,
giù,
più in giù,
ancora più in giù

Sondaggiamoci!

venerdì 5 febbraio 2010

piccoli consumatori crescono

Il compleanno di Diego si avvicina, e questo significa solo una cosa: dobbiamo prepararci a una nuova ondata di invasioni. Tempo pochi giorni, in casa si aggirerà un numero imprevedibile di macchinine, telecomandate e non, robot, transformers, mostriciattoli di diversa natura, bambole, passeggini ecc. Sì perché, quando hai due bambini, tutti si sentono in dovere di presentarsi con il doppio regalo... sennò poi Anna ci resta male. E così i giocattoli non si aggiungono, si moltiplicano! Anzi si elevano alla potenza!
Stamattina, io e il papà siamo andati a comprare il nostro, di regalo. Dopo un'ora in quell'enorme negozio di giocattoli mi girava al testa e non ci capivo più niente (neanche fossi in una discoteca in pieno effetto anfetamina). Come si fa a trovare un regalo in un'orgia di marchi, personaggi, scatole, scatolette e scatoloni? Vabbe' che lui ha chiesto la pista dei Power Rangers come quella del suo amichetto del cuore, e quindi avevamo le idee chiare almeno sul cosa... ma come trovarlo? Ci vuole un tutor, un esperto del labirinto, una guida spirituale.
Ce l'abbiamo fatta, ma abbiamo dovuto cambiare negozio. Sì, perché non andava bene una pista qualsiasi. Lui ha chiesto proprio quella lì. È così che si viene fagocitati dalla società del marketing: per i grandi è Chanel, per i piccoli è Hello Kitty... Si comincia che con la pista dei Power Rangers e si finisce con la pista di coca, perché la tua vita ha un senso solo se c'è almeno un reparto del supermercato in cui puoi comprarla, altrimenti è meglio che ti fai.
Un breve giro tra i giocattoli per bambina e altre strane considerazioni vengono alla mente. I bimbi sembrano attratti da tutto quello che è eroico e possibilmente mostruoso, le bimbe invece possono scegliere tra borsette, set con i trucchi, cestini con cibi di plastica, bambole che si ammalano e fanno la cacca e volendo sbavano come rottweiler, cucine, ferri da stiro... insomma, tutto quello che serve per farti crescere come una brava donnina dei tempi nostri, pronta ad affrontare il grande mondo con i tacchi a spillo e tornare a casa a fare la mamma con le pantofole bucate nel ditone. Ma in mezzo a tutto ciò, inspiegabilmente, una cassaforte giocattolo. ???? Forse per esercitarsi, metti mai con la crisi ti venisse la vocazione della scassinatrice? Be' a pensarci bene, tutto sommato... meglio non precludersi nessuna possibilità.

giovedì 4 febbraio 2010

ma tu, Signore, da che parte stai?

Lo sapevo che non gliela dovevo far fare, l'ora di religione!
Certe decisioni sono difficili da prendere e hanno spesso risultati imprevedibili. Tu credi di aver ponderato tutti i pro e i contro, ma c'è sempre qualcosa che sfugge al tuo controllo!
Intanto è assurdo che si debba decidere, all'ASILO, se quelle creaturine, appena più consapevoli di un invertebrato, debbano già "studiare" religione... Sì, lo so che fanno qualche disegnino e raccontano qualche favoletta, nulla di più, ma a me girano comunque. È una questione di principio,  e il principio, si sa, non può finire per ultimo. Io non li ho nemmeno battezzati, i miei figli, e lo Stato mi costringe a fargli fare religione. Sì, mi costringe, perché come gli dovrei motivare il fatto che, mentre i suoi amichetti stanno il classe a cantare "Gesù mi sorride", lui se ne va? Non voglio che si senta un escluso, ma non posso mica dirgli: "Tu non fai religione perché i tuoi genitori sono atei, non credono in Dio e vogliono che tu sia libero di scegliere se essere o meno di una qualsiasi religione"...  Già mio figlio è uno  con le ansie cosmiche, che mi fa domande tipo: "Ma come sono nati gli uomini?", oppure: "Ma cosa c'è alla fine dell'universo?". Non posso imbarcarmi con lui in una discussione sull'ateismo, la laicità, il libero arbitrio ecc... Non ha ancora cinque anni!
Finora, comunque, era andato tutto bene. Fortunatamente Diego ha alcune sue convinzioni teologiche autonome, è pressappoco un buddista spontaneo. Infatti ha elaborato una sua teoria sulla reincarnazione, per cui tutti rinasciamo dopo la morte, e tendiamo a rinascere anche dalla stessa mamma. Questa sua fede lo tranquillizza alquanto, e quindi io l'assecondo. A lui, l'idea di diventare un angioletto proprio non gli andava giù, e in effetti anche per me viene molto comodo, perché eliminato il concetto di paradiso è più facile evitare anche l'argomento divinità.
Però adesso il tenero virgulto ha deciso di usare la religione per i propri loschi fini (sta diventando grande, ormai si comporta come un adulto). In particolare gli serve per legittimare i suoi misfatti (quante riflessioni sull'umano agire potrebbero scaturire da questo!).
Così, se gli dico: "Diego, finiscila di ruttare a bocca aperta!" lui ribatte: "Se non va bene ruttare, perché Dio li ha inventati, i rutti?". Se gli dico: "Diego, non voglio che mi dici le bugie!" lui pronto: "E allora perché Dio le ha create, le bugie?"
Insomma, così non vale! Caro Dio, mettiamoci d'accordo. Io gli faccio fare quella fottuta ora di religione, ma tu non intrometterti nei miei metodi educativi!

martedì 2 febbraio 2010

oggi cuciniamo l'uovo sodo

Ora, non so voi, ma io quando sono uscita di casa, alla bella età di 19 anni, non avevo mai cotto nient'altro che la cioccolata in tazza (se si escludono le statuine di pasta di sale, mio vezzo giovanile, che però non sono commestibili e quindi non fanno testo). Insomma, ero la classica persona che non sa cuocere neppure un uovo sodo. Adesso, dopo... ehm... diversi anni dalla mia prima volta senza la mamma, porto su di me la responsabilità alimentare della famiglia. E che responsabilità!!! Sarei disposta a pagare, più che per una colf, per un cuoco che pensasse agli approvvigionamenti e alla preparazione del menu. Che stress! Sì, perché bisogna considerare a) i precetti per una sana alimentazione e allo stesso tempo b) i gusti, ristretti e piuttosto ballerini, dei mocciosi. Per esempio, a) imporrebbe le verdure crude, che sono impensabili per b), b) prenderebbe in considerazione solo salumi e cioccolata, che sono inammissibili per a).
Ma torniamo all'uovo sodo, perché non è una questione così semplice. Oggi ho un minimo di esperienza culinaria, e so che cuocere un uovo sodo è una sfida, per questo mi permetto di dare qualche consiglio ai neofiti del fornello.
1) Ricordatevi di tirare fuori le uova un bel po' di tempo prima di cuocerle, altrimenti a contatto con l'acqua bollente espoldono e vi ritrovate a mangiare l'uovo in camicia a brandelli.
2) Lavatele, che cuocerle nel brodo di cacca di gallina non è una bella cosa
3) Portate l'acqua e ebollizione prima di aggiungere le uova, altrimenti scazzate i tempi
4) Usate un cucchiaio per posare l'uovo con delicatezza nella pentola, altrimenti sbatte contro il fondo e rischia di rompersi (di nuovo l'uovo in camicia a brandelli)
5) Fatele cuocere esattamente 8 minuti, altrimenti il tuorlo assume quel bel colore verderame che pare essere nocivo.
6) Se vostro figlio è ancora molto piccolo, mettiamo nel primo anno di vita, evitate di dargli l'albume, che dicono possa provocare allergie.
Sembrava semplice, eh? Comunque non vi preoccupate, tanto i bambini l'uovo sodo non lo mangiano. Tutta fatica sprecata.

lunedì 1 febbraio 2010

sogni di sonno

È con profonda commozione, nonché con un certo tremore delle mani mentre scrivo, che ripenso a questa mattina. Lì per lì non me n'ero resa conto (a volte gli eventi più importanti della nostra vita sono così inattesi che non ci accorgiamo subito che qualcosa sia cambiato). Ma è accaduto. Anna ha dormito senza pause dalle 22 di ieri sera fino alle 8 di questa mattina. Per chi non sa nulla delle nostre abitudini notturne, può sembrare una notizia priva di interesse. Ma non è così, ve lo assicuro! Sarebbe troppo lungo riassumere qui, in un solo post, tante e tante ore di passione, di sogni interrotti, di fatiche e tormenti. Pensate però, anche solo per farvi un'idea, che Diego non ha mai dormito una notte intera nel suo letto (e compie i cinque anni tra poco). Pensate che, fino a 25 mesi, trascorreva la notte in braccio, quasi sempre in piedi o su una poltrona. Pensate che ho allattato Anna fino ad agosto di quest'anno, quando aveva già più di due anni, e che fino ad allora passavo metà della notte a fare da biberon sulla poltrona di Ikea e l'altra metà a fare da ciuccio nel lettone. Pensate, infine, che in casa nostra è impossibile andare a letto prima delle 23, perché c'è un lungo elenco di rituali da compiere, alla fine dei quali inzia una battaglia furiosa con Anna, perché lei RIFIUTA di addormentarsi.
Dunque, questa notte è stata meravigliosa per una serie di ragioni.
1) Innanzitutto l'orario: c'è voluto il matrimonio della cugina, con conseguente salto del pisolino pomeridiano, ma abbiamo anticipato di un'ora la chiusura delle saracinesche.
2) Diego si è svegliato, come di consueto, ma erano già le 6 ed è venuto a infilarsi nel lettone con le sue gambine, senza che io dovessi alzarmi a prelevarlo di corsa perché non svegliasse la sorella.
3) Anna non si è mai svegliata! Ultimamente, raffreddori e malattie varie permettendo, si sveglia solo una volta per notte, e di solito me la cavo in pochi minuti. Ma questa notte non ha nemmeno mugugnato, parlato nel sonno, piagnucolato. Niente...
4) Perfino i gatti sono stati buoni (il che è ancora più raro): niente lotte per aggiudicarsi l'angolino dietro le mie ginocchia, niente miagolii isterici, niente assalti alla ciotola dei croccantini alle 2 del mattino.
Silenzio....
Una notte di silenzio e di sonno...
Dunque, mamme, non disperate. Prima o poi accade.
E sento che questo è un buon segno. Se chiudo gli occhi riesco a immaginare come sarà. Vedo un giorno in cui riusciremo a mettere a letto i bimbi alle 9.30 per guardaci un dvd spalmati sul divano. Vedo un giorno in cui riusciremo a far sì che si addormentino nei loro lettini, dopo aver letto una fiaba, dopo aver dato un bacio e spento la luce. Vedo  un giorno in cui non saranno più necessarie le minacce, i ricatti, le punizioni, per convincere Anna a lasciarsi andare al sonno. Vedo un giorno in cui Diego si rassegnerà al fatto che, prima di dormire, non è indispensabile eseguire sempre la stessa estenuante sequenza di rituali.
Tutto questo, ovviamente, si spera accada qualche anno prima che prendano il motorino per uscire alla sera con i loro amici, quando diventerà di nuovo impossibile dormire...