giovedì 25 febbraio 2010

roba mia

"precàrio agg (pl. m. -ri) Contrassegnato da una provvisorietà costantemente minacciata dal sopraggiungere di eventi pericolosi o addirittura catastrofici." E se lo dice il Devoto-Oli, bisogna crederci.
Non che contribuisca molto al mio umore una lettura del genere, ma almeno fa pulizia. La precarietà è questa cosa qui. Punto. Inutile girarci intorno.
Da questa condizione ne deriva un'altra, sua diretta conseguenza: precario è chi è senza dominio, cioè chi non può dire mai "questo è mio", in mio possesso, di mia competenza.
Per esempio: io vivo in una bella casa, ma non l'ho pagata io. L'hanno pagata in gran parte i miei suoceri, con i soldi guadagnati con il loro lavoro non-precario. Dunque, in che misura posso dire che è casa mia?
Sto scrivendo su un computer che non ho ancora finito di pagare, e comunque il finanziamento è a nome del "capofamiglia", quello con la busta paga e il lavoro non-precario. Come posso dire che è il mio computer?
Ieri ho piantato i bulbi in un'aiuola, ma l'aiuola non è mia, è del condominio. Io  ho solo il permesso di piantarci quello che mi pare, ma non mi appartiene.
Scrivo storie di personaggi che non ho creato io, non sono i miei personaggi. Le storie che ne vengono fuori non sono le mie storie.
Stamattina al call center ho fatto un lavoro che non è il mio lavoro.
Quale sia il mio lavoro, poi, è impossibile da capire, visto che sono costretta a cambiare vestitino in continuazione, e la mattina sono editor, il pomeriggio fumettara e il giorno dopo addetto stampa, poi nella pausa pranzo prosivendola e la mattina dopo operatrice telefonica. Non ho un lavoro che possa dire mio, e c'è sempre qualcuno che ha il potere di dirmi: così non va, devi farlo meglio.
Mettici pure che i miei figli non mi assomigliano per niente (grazie al cielo) e parlano un accento che non è il mio accento, e già ti accorgi che anche loro non sono del tutto miei.
E questi pensieri, sono davvero i miei o sono i pensieri di tutti quelli come me? Anche i miei pensieri e i miei problemi non mi appartengono del tutto.
Vi prego, precari all'ascolto, battete un colpo. Anche per voi è così? e come si fa a farci il callo? Io fatico a rassegnarmi. Poi dice che uno comincia a fumare!

7 commenti:

  1. io sono più turbata dal passaggio successivo: niente è mio, niente mi riguarda, non sono responsabile di niente. una sorta di disaffezione al lavoro che faccio (tanto potrebbero non rinnovarmi il contratto), al luogo in cui vivo (tanto è solo una mansarda in affitto, in una città che non è la mia e in cui sono solo di passaggio), alle persone con cui interagisco (tanto tra un po' dovrò andarmene da qui, perché affezionarsi?).

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  2. proprio così! niente è tuo e tu non sei di nessuno, sempre di passaggio come un ospite nella tua stessa vita. Dovrebbe riguardare "solo" il lavoro, e invece diventa una condizione esistenziale. Mi piace, nella definizione del dizionario, quel "catastrofico". Rende bene l'idea.

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  3. Minchia, quanto è vero... ma forse anche minchie e verità non ci appartengono fino in fondo, c'è sempre qualcuno che potrebbe confezionarle e consegnarle in minor tempo, accontentandosi di due euri in meno... e allora diventano sue.. almeno fino al momento in cui qualcuno di più disperato si fa a sua volta avanti per reclamarne l'illusoria proprietà...

    poi "dice" che uno si dddroga pesante...!! a me qua alte dosi di supradin e diana blu cominciano a non bastare più, te lo dico...

    ps: cacchio, provo a postare il commento e mi viene negata, guarda caso, anche l'identità... vabbò, lo dico a voi: sono caterina (sebbene potrei essere anche cristina, giuseppina, financo maria pina..)

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  4. Quanto è vero tutto ciò... Ma abbiate pietà di chi non è precario, lavoratore fisso specie animale in via di estinzione. :-) Vivo in una casa non mia e che mai avrei potuto permettermi, certo mi posso permettere un mutuo ma senza sapere se riuscirò a pagarlo! Faccio un lavoro pieno di responsabilità senza averle mai fino in fondo, ho la responsabilità degli sbagli senza essere libero di gestire il lavoro come dico io. Faccio scelte lavorative che alla fine sono vagliate e spesso stravolte da altri, le adatto al volere del padrone ma poi se qualcosa non va la responsabilità è mia! Mia la responsabilità, non mio quindi il lavoro che faccio. A secondo di quale dei padroni mi affianca di volta in volta nelle decisioni devo cambiare vestito per adattarmi alla volontà del padrone di turno... Compra compra se c'è quel padrone che vuol comprare, compra poco compra poco se c'è quello che non vuol comprare. Ma io sarei di tutt' altro avviso e cioè compra bene. Questo non posso metterlo però nel mio lavoro e ogni giorno sono costretto a cambiarmi di vestito senza mai indossare il mio.
    Quale lavoro fisso poi, quale sicurezza... La liquidazione dell' azienda per trarne profitto è sempre nella mente del padrone. E la tua sicurezza può svanire con un semplice soffio di vento.
    E i miei figli? Tralasciando che solo la mamma in fondo è sempre certa :-) passo una vita senza di loro. 12 ore al giorno di lavoro, 8 ore per dormire e 4 ore, solo 4 ore, per stare con loro. Per il resto stanno con la mamma e tanto con le nonne. Ma allora sono figli miei? O figli di chi in fondo li cresce?
    E il mio computer di chi è? Per il momento della finanziaria con la quale ho il debito per averlo comperato... Finchè l'avrò estinto non sarà mio. E come spesso capita prima di estinguere il finanziamento il computer si romperà e allora nuovo computer e nuovo finanziamento e quindi? Quindi non avrò mai un mio computer!
    Precari di tutto il mondo unitevi ma abbiate pietà di chi precario non è ma in fondo si. :-)
    Siamo tutti "Contrassegnati da una provvisorietà costantemente minacciata dal sopraggiungere di eventi pericolosi o addirittura catastrofici."... Certo tutti tranne i ricchi tranne i padroni.

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  5. Io invece mi affeziono a tutto e a tutte le cose buone. In fondo nulla ci appartiene veramente , eppure tutto ci tocca , mi emoziona , ci altera e ci fa' crescere.Ognuno possiede il proprio corpo e le proprie sensazioni e cio' che ci circonda puo' essere plasmato ,trasformato o distrutto da noi stessi.Perche' una cosa deve essere di nostra proprieta' per volergli bene ???

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  6. hai ragione Lorenz, bisognerebbe amare tutto quello che tocchiamo e tutto quello che facciamo, anche solo per un attimo. Ma, come dicono gli altri commenti, a volte vieni espropriato del piacere e della passione che metti nelle cose.
    Diciamo che la precarietà ci riguarda tutti, chi più chi meno, e in alcuni casi può anche essere stimolante (cosa c'è di più stimolante che essere sull'orlo di una catastrofe? sei costretto a pensare e ad aguzzare l'ingegno). Ma quando vieni privato della TUA identità professionale, al punto di non saperla definire, allora inizia a diventare faticoso. Io vado in crisi ogni volta che qualcuno mi chiede: "che lavoro fai?" che cosa devo rispondere? Di solito cerco di cavarmela con un: "in questo periodo sto facendo..." e poi acrobatici tentativi di spiegazione...
    Certo che non credevo di arrivare così lontano, perché queste sono cose serie e il blog invece no :)

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  7. be', una certezza è che dieghito ieri ha spento le candeline, quindi, anche se in ritardo, abbracciotti, clap clap e tanti auguri da noi tre! tere & Co.

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