lunedì 3 maggio 2010

questo non l'ho scritto io...

Ecco cosa scrive una mia amica...

Certo, prima lo sospettavi, ma ora lo sai. Lo sai per certo. “Ormai non entri più” ti dici. Hai giusto l’età di Dante quando, nel mezzo del cammin, si ritrovò in una selva oscura. Lui entrava all’inferno, certo di ascendere prima o poi al paradiso. Tu invece sai che nel mondo del lavoro-sicuro, con il cartellino da timbrare ogni giorno, lo stipendio al 27, la pensione dopo i 65, non ci entrerai mai.
E sai anche che la colpa è solo tua.
L’onesta intellettuale ti impedisce di cercare alibi. Sai perfettamente che nei tuoi primi anni di lavoro, quelli decisivi, in fondo hai fatto di tutto per non sistemarti.
Ti passano davanti, uno ad uno, in fila, come un’allucinazione. Quanti committenti hai avuto? Almeno una trentina. Hai lavorato senza tirare il fiato. Al primo posto c’era sempre e solo il lavoro. Hai lavorato, appunto. Nella certezza che il resto sarebbe arrivato da sé. E l’errore è stato proprio lì. Lo vedi solo ora, macroscopico come un’“ha” senz’acca segnata in rosso in mezzo a tanti scarabocchi neri. Come hai fatto a non accorgertene prima? A non capire che non sarebbe bastato? Il lavoro non è come la scuola. Là se studi, prendi “otto”. È un processo logico, consequenziale. Nel mondo del lavoro no, le regole sono altre. Non basta essere bravi, ci vogliono ulteriori “qualità”. Ad esempio, se sei figlio di uno del rotary, per dire, o di un politico, meglio se del partito di maggioranza, trovare lavoro e lavorare non è una fatica di Sisifo. Papà ha una “rete” che vale anche per te. Se sei figlio di un uomo onesto ma qualunque, tuttavia, c’è un’altra carta che puoi giocare: chiedere, chiedere insistentemente, chiedere alle persone “giuste” e prenderle per sfinimento. Non è detto che funzioni, ma è sempre meglio che cadere nella tentazione di pensare che basti fare bene per essere premiati. Questo no. Qui non siamo nell’America dei self-made-man. Siamo nell’Italia della grande depressione, in pieno rigurgito clientelar-familiaristico. 
Anche la precarietà ha una sua fenomenologia.
Un tratto distintivo è la tensione del cacciatore, sempre in agguato.
L’altro è il terrore di perdere le tue galline d’oro, quei quattro clienti straccioni ma paganti che sei riuscito a conquistarti.
Quindi la bulimia: accumulare, accumulare, non dire mai di no, piuttosto crollare sotto un mucchio di commissioni.
Il senso di colpa nei periodi di “vacche grasse” quando ti senti carrierista, avido, capitalista, trascurante gli affetti per il dio-lavoro (tua madre, pensionata di lusso, alza il dito: “Dovresti lavorare di meno”. Belle parole. Vai a spiegare. Poi ti dice che devi fare un figlio, che è ora, che il tempo passa e poi te ne penti. Ogni tanto l’idea ti sfiora pure).
Il senso di colpa nei periodi di “vacche magre” quando il tuo conto in banca crolla e deve pagare tuo marito.
La frustrazione perenne: quando ce n’è, perché sei alienato, la casa è un casino, non riesci a leggere un libro né a fare sport, la vita relazionale è un deserto dei tartari. Quando non ce n’è, perché ti senti alieno, inetto e inutile, ai margini della grande-corsa verso il nulla.
Poi c’è l’invidia per chi è “dentro”. Per chi ce l’ha fatta per virtù proprie o altrui, non importa neanche più saperlo, intanto sono “dentro” e tu no (ma loro, lo senti, invidiano te perché sei “fuori”, non hai capi né colleghi, puoi anche prenderti il lusso di spegnere il computer quando ti pare).
E l’umore che va su e giù come sulle montagne russe, a seconda delle porte che si aprono e di quelle che si chiudono: euforia o crollo nervoso-depressivo.
È con questi pensieri, e con altri molto più cattivi, che mi incammino verso il 1° maggio 2010, festa di tutti i lavoratori, festa anche mia. O forse no.
Precaria-per-sempre

2 commenti:

  1. come sono familiari quelle montagne russe... Io sono al punto che non riesco più a scendere.

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  2. Per forza il biglietto è gratuito!

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