martedì 27 dicembre 2011

Chiamiamola "magia del Natale"


 Alba del 24 dicembre, un cielo soprannaturale al risveglio...




Pomeriggio, intorno alle 13, io sto cucinando per il cenone, Anna dorme e Diego fa i compiti. E  inizia a nevicare. Penso che ci siano tutti i presupposti per un Natale perfetto. Per la prima volta, i bimbi sono arrivati al 24 senza nessuna malattia conclamata.
Al risveglio di Anna, la sorpresa di una cascata di fiocchi bianchi...



Passeggiata con i moon boot per arrivare a casa della nonna, mentre le ultime luci del giorno sfumano nel grigio perlaceo della neve, e dappertutto è un brillio di luci e cristalli di ghiaccio...








Cenone a casa di mia mamma. Le crepes-esperimento che ho preparato non deludono le aspettative...

È proprio Natale...



Da questo punto in poi, la situazione comincia a precipitare. Diego è una larva. Dice di avere mal di pancia. Rimane per tutta la sera sul divano, come una bambola di pezza...
Giorno di Natale. Mia madre scivola sul ghiaccio e si procura una frattura del polso destro. 30 giorni di prognosi...
Notte tra il 26 e il 27, mi rigiro nel letto in preda a dolori di tutti i tipi, il più fastidioso dei quali è una sinusite che si trascina dietro il mal di denti. Mi sveglio con alcune linee di febbre.
Il che mi ricorda qualcosa...

giovedì 15 dicembre 2011

Corrispondenze magiche

Uomini e donne: letterine per Babbo Natale a confronto.







lunedì 12 dicembre 2011

Ma anche voi...

Ma anche voi, quando portate i bimbi a scuola, vi sentite allo stesso tempo liberi e perduti?
Ma anche voi, quando i bimbi girano per casa lasciando macerie, come tifoni al massimo della potenza, vi sentite esasperati e insofferenti?
Ma anche voi, quando in casa si sente solo il ronzio della lavatrice, vi sentite soli?
Ma anche voi, quando arriva l'indispensabile nonna, vi sentite allo stesso tempo grati e indispettiti?
Ma anche voi, quando finalmente arriva quel venerdì sera senza bimbi che aspettavate con ansia da settimane, vi sentite abbandonati?
Ma anche voi, quando siete al lavoro, sentite di essere al posto giusto, senza rimpianti?
Ma anche voi, quando non siete al lavoro, sentite di essere al posto giusto, senza rimpianti?
Ma anche voi, quando siete con i vostri bimbi, vorreste che fossero bambolotti, almeno per un'oretta, per poterli coccolare senza che possano ribellarsi?
Ma anche voi, quando fanno capricci davanti a una frittata, vorreste che fossero cani per poterli mandare a cuccia con una ciotola di croccantini?
Ma anche voi, quando li andate a prendere a scuola, siete emozionati e felici come innamorati al primo appuntamento?
Ma anche voi, quando arrivate a casa, sperate che i bimbi se ne stiano buoni nella loro stanzetta mentre voi fate le vostre cose?
Ma anche voi, quando finalmente si addormentano e avreste tempo per qualsiasi cosa, ve ne restate lì a guardarli come piccoli capolavori?
Ma anche voi, quando il lavoro preme meno e potreste passare un'oretta a giocare con i vostri bimbi, fuggite via a fare la spesa con tutta calma e a guardare le vetrine di un centro commerciale?
Ma anche voi, quando il vostro bimbo fa un piccolo passo avanti, vi lasciate travolgere dall'entusiasmo all'idea di un'indipendenza sempre più vicina?
Ma anche voi, quando il vostro bimbo fa un piccolo passo avanti, vi lasciate travolgere dallo sgomento all'idea di un'indipendenza sempre più vicina?
Ma anche voi vi sentite genitori devoti e presenti, e allo stesso tempo genitori nevrotici e distratti?
Ma anche voi vivete costantemente in bilico tra opposte tensioni, come una vela sorretta da correnti contrarie?
No perché altrimenti significa che io, come mamma, faccio davvero acqua da tutte le parti...



mercoledì 7 dicembre 2011

Stringiamo i denti

Filastrocche della prima volta, n°3

Ecco è spuntato! Non è il sole al mattino...
È lui, è perfetto, è il mio primo dentino!
Se mordo, se stringo, ora lascio un bel segno,
è il sigillo, lo stemma, del mio piccolo regno!
Per questo sorriso a una sola unità,
sono adorato come Sua maestà!


In memoria del primo incisivo superiore, che ora giace nella scatola dei dentini (dopo aver pagato un riscatto di ben 10 euro). Anche se, per la verità, la filastrocca era stata scritta in occasione della nascita del primo incisivo inferiore di Anna. Ma vabbe'


mercoledì 30 novembre 2011

Zona notte

Prima di dormire: la storia secondo Diego
“C'era una volta un pianeta in cui vivevano solo bambini... Giocavano tutto il giorno, non andavano a scuola, non si lavavano i denti, mangiavano solo schifezze. Ma a un certo punto cominciarono tutti a piangere per il dolore. Tutti avevano mal di denti e non c'era nessun adulto per curarlo... e poi non so più andare avanti" dice il papà, già con la lingua impastata e il corpo parzialmente paralizzato.
“Allora decisero di cercare un genitore" prosegue la mamma. “Le leggende narravano che su un'isola viveva un papà tutto solo, senza figli..."
"Era Dio!" interviene Diego.
"Dio?"
"Sì, è il papà di tutti!"
"E dove sta?" chiede il babbo, che solo a sentire nominare le divinità si agita.
"In cielo. E viene giù con il caos!" risponde Diego. (Accipicchia, penso, in prima elementare sono già all'Apocalisse? Ma chi hanno come maestra di religione? Una gesuita?) 
Per fortuna Diego si spiega meglio: "Se i bimbi fanno tanta confusione, lui si sveglia e si arrabbia: 'Chi mi ha svegliato?! Stavo dormendo così bene!'"

Interessante svolta teologica: tra chi dice che Dio non esiste, e chi dice che esiste eccome, una terza ipotesi che potrebbe spiegare un mucchio di cose... Dio esiste, ma se la dorme.

Prima di dormire: i sogni secondo Anna
"Mamma, ti voglio tanto bene!"
"Anch'io te ne voglio tanto... sei la mia principessa!"
"No, tu sei la mia principessa! E stanotte sognerai di avere un anello di pietre preziose, un braccialetto di pietre preziose, una collana di pietre preziose, una corona di pietre preziose, una borsetta di pietre preziose, una cintura di pietre preziose, una cavigliera di pietre preziose..."



martedì 29 novembre 2011

Cronaca semiseria di una partita iva precaria

C'è un principio fondamentale del diritto che recita più o meno così: una legge non può essere retroattiva.
Mettiamo che un giorno dovesse essere emanata una legge che - per esempio - proibisce  agli uomini l'uso del calzino bianco sotto il completo blu. Per quanto questa legge sia altamente auspicabile, non potrebbe essere applicata agli uomini che si sono macchiati di questa abominevole colpa in passato, ma solo a quelli che dovessero continuare a perseverare nel delitto DOPO l'emanazione della legge. 
E questo è quanto.
Veniamo al punto. Nel 2008, per tutta una serie di ragioni che sarebbe troppo lungo elencare, è stato creato per legge il cosiddetto "regime dei minimi" che in poche parole funziona(va) così: è possibile aprire una partita iva "agevolata" per chi rimane sotto i 35.000 euro lordi all'anno. Chi rientra in questo regime non paga l'iva e gode di un prelievo fiscale inferiore rispetto a chi è in regime normale.
Diciamo subito che 35.000 euro lordi all'anno sono una chimera, almeno per chi lavora nel mio settore. Se sei fortunato puoi arrivare a 20-22.000, ma dev'essere proprio un periodo di vacche grasse.
Diciamo anche che, sempre nel mio settore, la parola "assunzione" non viene mai pronunciata ad alta voce, perché i manager, i direttori, gli amministratori delegati delle case editrici soffrono di una gravissima allergia a questo termine, e già alla prima sillaba rischiano lo shock anafilattico. "Ass... "
ZAC! Fulminato!
In conseguenza di ciò, c'è un massiccio ricorso (i soliti facinorosi dicono abuso) di contratti a progetto, stage non retribuiti, prestazioni occasionali e... udite udite... partite iva. Anzi, la partita iva è la gioia di ogni editore, la prima nella lista dei doni per natale ("Caro Babbo Natale, quest'anno vorrei tanti freelance da poter gestire come i pezzetti dei lego: uno qui, uno lì, se questo mi serve là lo sposto, se non mi serve lo rimetto nella scatola. Ti prometto che sarò buono e li pagherò puntualmente a 120 giorni").
Il regime dei minimi è stato accolto con un sospiro di sollievo da quanti (e sono tanti) sono stati messi di fronte all'aut aut: o apri la partita iva o sei fuori.
Chi, come me, era già fuori e stava cercando di rientrare, ha visto in questo "regime agevolato" una piccola scintilla luminosa in fondo al tunnel. 
Adesso (cioè con l'ultima finanziaria) si è deciso che basta. Il regime dei minimi avrà criteri d'ingresso più restrittivi. E va bene. Ma questa legge, a differenza di quella dei calzini, è retroattiva. Ossia: chi ha aperto la partita iva dal 2008 al 2011 e ha usufruito del regime agevolato perché rientrava nel requisiti, dovrà passare al regime normale se non rientra nei NUOVI requisiti.
E indovinate un po' dove arriva il genio malefico del Legislatore? Tra i NUOVI requisiti c'è la novità d'impresa: la partita iva NON DEVE essere aperta nello stesso settore in cui si lavorava in precedenza, come autonomo, come dipendente e anche come atipico.
Quindi, tutto quell'esercito di partite iva monocommittente (ossia quelli sottoposti all'aut aut di cui sopra) dovrà passare al regime normale (quindi con prelievi fiscali più alti). Certo: giustissimo imporre un limite all'abuso di questo strumento. Peccato che a rimetterci sia la vittima dell'abuso stesso.
Ovvero: all'editore non gliene può fregare di meno se tu paghi il 5, il 20 o il 60% di tasse, tanto il suo lordo rimane uguale.
Poi ci sono i casi come il mio: io non sono una partita iva monocommittente. Io sono più o meno una libera professionista reale, solo che il mio reddito lordo è lontano anni luce da quei 35.000 euro all'anno, e quindi nel regime dei minimi ci stavo comoda comoda e mi avanzava pure spazio. Però c'è il dubbio che anch'io debba passare al regime normale, perché ho aperto la partita iva nello stesso settore in cui lavoravo prima come co.co.co, co.co.pro. e  infine prestazione occasionale.
Certo. Perché il legislatore vuole l'elemento innovativo. Io ho lavorato dal 2002 nel settore editoriale, poi decido di aprire la partita iva per lavorare come freelance alla confezione di centrini e pizzi di San Gallo.

Infine, l'aspetto davvero esilarante di tutta la questione è che i commercialisti non ci capiscono niente. Cioè, nessuno sa come vada interpretata davvero questa nuova legge. Si va a tentativi, e vediamo cosa succede.
La mia commercialista, per esempio, dice che posso provare a restare nel regime dei minimi, visto che non ho lavorato in editoria in modo continuativo. Ma potrebbe essere che, non so, tra 5 anni un aitante finanziere bussi alla mia porta per spiegarmi che non potevo farlo, e che devo pagare differenze e multe.
Peccato che io non abbia alcuna certezza di lavorare ancora, tra 5 anni, e neanche tra 5 mesi o tra 5 settimane, se per questo.
Grazie, sistema Italia.

ps. la parola "semiseria" nel titolo non vuol dire che è una cronaca per metà seria e per metà faceta. Vuol dire che è per metà seria e per metà tragica.






giovedì 24 novembre 2011

E luce fu

Quando, diversi annetti fa, il mio attuale maritino e io abbiamo deciso per l'acquisto della nostra casetta, due sono stati i fattori che ci hanno convinto: il terrazzo e le ampie vetrate.
Oggi, con il senno di poi, mi rendo conto che avrei dovuto considerare anche la variabile "propensione alla pulizia dei vetri", soprattutto se i vetri in questione occupano il 70% della superficie delle pareti.
Il fatto è che io ho bisogno di luce, come le piante, se no appassisco. La luce del sole è, per me, il principale elemento di arredo, abita la casa come un canto, come una rima. Ecco perché  in casa mia c'è una profusione di tinte calde: legno e giallo nella camera da letto, rosso e crema nel soggiorno con cucina, arancio e giallo nel mio studio...
La luce apre le forme, le vivifica, tanto che, a volte, mi sembra di vivere nel castello de La bella e la bestia, quello in cui tutti gli oggetti sono animati: la teiera, la tazzina, l'orologio...




La luce crea profondità, popola lo spazio di arabeschi:



La luce rivela, cosicché anche l'oggetto più insignificante sembra un minuscolo universo di dettagli:




Ma la luce è come i bambini. Non sa mentire, e non sa tacere al momento opportuno.
Avete presente quando incontrate il vicino di casa, quello che vi si attacca come l'herpes, e vostro figlio vi strattona e vi chiede: "mamma, ma è lui il vicino che dici sempre che ti attacca le pezze e non si schioda mai?"
Ecco, la luce è così.
Succede quindi che fai entrare - non so - la mamma di un amichetto dei bimbi, che non è mai stata in casa tua, oppure l'idraulico, il postino, l'artigiano che ti deve fare un lavoro. E la luce è lì, impietosa, che svela con la più assoluta innocenza i drappeggi di polvere sui mobili, gli arazzi di ragnatele alle pareti, i tappeti di peluria felina sul pavimento.
E li enfatizza, li amplifica, con quel gusto per l'esagerazione tipico dei bambini. Così, anche se fare la massaia non è mai stata la tua vocazione, ti senti mortificata quando noti che lo sguardo dell'ospite cade proprio su quelle macchie verdi sul muro, su quelle impronte sulla porta bianca.
Insomma, tutto questo per dire che, anche se ho comprato la casa apposta per le vetrate, anche se la luce arreda e vivifica gli ambienti e bla bla, per prudenza è meglio tenere giù le serrande.





martedì 22 novembre 2011

Rime


Sempre della serie: gli inediti destinati a restare tali, eccovi un'altra filastrocca del volumetto virtuale "filastrocche della prima volta".

Visto che in questo periodo le cicogne si stanno dando molto da fare, dedico queste righe a due frugoletti appena consegnati (no, Carlà, non parlo di te)...

Provengo da un luogo
di cui non sai nulla,
mentre il tuo abbraccio
dolce mi culla.
La tua domanda
rimane non detta
mentre mi guardi
e mi tieni stretta.
Nei miei occhi conservo
il colore indeciso
di un umido nido,
profondo e impreciso.
L’impronta mi resta,
come un messaggio
che qualcosa ti dice
di questo mio viaggio.
È la sola risposta
che posso dare
a quella domanda
che non sai fare.
Passano i giorni
di questa mia vita,
una mano li conta
e pochissime dita.
Passano i giorni,
e ogni giorno di più
mi distacco dal mondo
dove non c’eri tu.
Mi hai dato alla luce
e la luce mi tocca
quando, radiosa,
mi guardi la bocca:
il mio primo sorriso
ti dice che adesso
il mio mondo e il tuo mondo
sono lo stesso.

lunedì 14 novembre 2011

venerdì 11 novembre 2011

Avviso a tutti i gattoamatori

Siori e siore, forse i gattofili tra voi ricorderanno un vecchio post a proposito dei nostri pelosi e baffuti amichetti.
Ebbene, il libro su cui stavo lavorando all'epoca è nelle librerie, quindi ne caldeggio l'acquisto per le seguenti ragioni:
-per chi ama i gatti è una specie di piccola enciclopedia, dove c'è davvero di tutto
-ha un appartato iconografico da urlo, con vere e proprie chicche per gli amanti delle arti visive
-Odoya è una piccola (ma davvero piccola, tipo tre stanze), giovane (ma davvero giovane, non credo di sia nessuno sopra i 40 in redazione), coraggiosa (ma davvero coraggiosa perché ha in catalogo libri particolari, non vincolati da logiche di solo business) casa editrice
-perché la sottoscritta ha curato il libro, aggiungendo cosine qua e là e scrivendo le appendici, e siccome mi sono divertita a farlo magari vi potete divertire a leggerlo
-se per caso vi divertite (ma anche se vi annoiate a morte e usate il libro per pareggiare le gambe del tavolo) potreste scrivere commenti entusiasti all'editore, dicendo che non vedete l'ora di leggere altre cose scritte da me, che sono bravissima e che dovrei essere pagata fantastilioni! Naturalmente, evitate di citare questo post, che l'editore è giovane e coraggioso ma mica scemo.
E ora, ta-daaa!


e qui tutte le info.







lunedì 7 novembre 2011

Che domenica bestiale...

Domenica. Per chi, come noi, ha tutte le intenzioni di tenersi a debita distanza dal catechismo, la domenica è la giornata-nulla. La giornata in cui ti puoi svegliare tardi (relativamente), in cui non devi correre da nessuna parte, e puoi limitarti a ondeggiare mollemente, concedendoti il tempo del non-dovere.
A dire la verità io, con grande rammarico di mio marito, non riesco a esimermi dal programmare un certo numero di attività anche per la domenica, ma in genere si tratta di piacevolezze familiari.
Ieri il programma prevedeva:
1 - visita fugace da Ikea, all'apertura per schivare le masse, onde farci cambiare una lampadina fallata e approfittarne per girovagare nel mio negozio preferito (molto amato anhe dai bambini, per la profusione di angolini misteriosi, cantucci da esplorare, giochi lasciati a disposizione, mobili in cui sbirciare);
2 - pranzo dai nonni;
3 - passeggiata per la festa di quartiere, tra bancherelle, giocolieri e gonfiabili;
4 - breve viaggio dall'altra parte della città, per raggiungere l'unico cinema di Bologna in cui danno Tintin non in 3D (che il 3D per la figlia quattrenne equivale a un'endovena di cocaina);
5 - ritorno a casa in tempo per preparare un'intima cenetta a 4 e andare a letto presto.
Tutto è andato relativamente bene fino al punto 2.
Al punto 3, nel momento in cui scendevamo dalla macchina, tiravamo fuori il passeggino e infilavamo le cuffie, la piccola ha pensato bene di finire sopra una cacca (un minuto di silenzio, con bip censori). Inutile ogni tentativo di rimediare con fazzoletti di carta. Bisogna denudare la bimba dalla cintola in giù e tornare a casa per lavare il tutto.
Non mi spiego come sia possibile, ma le cacche se ne stanno in agguato, invisibili e inavvertibili finché non è troppo tardi. Appena le pesti, sprigionano tutta la loro fetenzia. Se poi poggi in macchina gli oggetti contaminati, ecco che in un istante l'abitacolo diventa invivibile.
Neppure il tempo di allacciare le cinture, Diego comincia a lamentarsi per la puzza e vomita tutto il punto 2 sul sedile.

Be', guardiamo l'aspetto positivo: il punto 3 è stato sostituito con una radicale pulizia della macchina, che ne aveva davvero bisogno.
E malgrado tutto, siamo riusciti a incassare il punto 4: le domeniche pomeriggio al cinema sono uno dei grandi privilegi della genitorialità.




mercoledì 26 ottobre 2011

Sorprese

Ci sono giorni, bisogna dirlo, in cui senti di essere a un passo dalla violenza, e che solo un sottile strato di buon senso ti evita il contatto con il Male. Come lunedì mattina, un'alba stropicciata e densa, ma alle 6.20 ero già sveglia perché dovevo partire per Milano e non potevo permettermi di perdere il treno. 
Eh, lo so... Vuoi viaggiare sulla Freccia Rossa perché hai una riunione che dura tutto il giorno  e proprio non te la senti di spararti anche 5 ore di treno, ma la FR ha costi esorbitanti, così prenoti con lauto anticipo per accaparrarti gli sconti, e poi hai biglietti inesorabili: o prendi QUEL treno o perdi tutto.
E allora parti con almeno 40 minuti di anticipo, per prevenire tutte le avversità che potrebbero frapporsi tra te e il TUO posto su QUEL treno (tra parentesi, visto che sono scontati, sono sempre i sedili voltati in senso contrario alla marcia, quelli che dopo i primi 10 minuti ti viene su il ricordo delle merende delle medie, e non è una madeleine alla Proust). Ma tra le avversità non hai calcolato che i bambini faranno di tutto, in perfetta sintonia, per impedirti di uscire. 
Intanto, pensano bene di svegliarsi almeno mezz'ora prima del solito, poi iniziano con le richieste lamentose.
"Mamma, voglio te!"
"Mamma, mi devi portare tu all'asilo!"
tic tac... tic tac... il tempo passa, il mio treno è già pericolosamente vicino alla stazione.
"Mamma, non andare!"
"Mamma, non stai mai con me!"
ecc
Ma sono corazzata, i loro tentativi non mi scoraggiano. Allora passano all'azione, mi trattengono, si aggrappano, si avvinghiano:
"La tiritera!" pretende Diego (dicesi tiritera, nel nostro lessico familiare, sequenza di baci a guance alterne, potenzialmente infinita). 
Per fortuna (sia lode alla società dei consumi e all'occidente tutto) che sul digitale terrestre ci sono cartoni animati a ogni ora: anche la mamma può essere degnamente sostituita dalle Bananas in Pyjamas. 
Arrivi in tempo, ma masticando pensieri furiosi: "questi bimbi sono proprio tremendi, viziati e ingestibili!" e lo pensi sul serio, almeno per un paio di minuti, finché non sbollisce la rabbia.
Poi, il giorno dopo, Diego mi dice:
"Oggi il maestro darà dei giochi ai bimbi più bravi!"
"Ah sì?" chiedo io, un po' perplessa. Anche ai miei tempi si usavano i premi, ma non posso fare a meno di avvertire una leggera ansia. So che Diego è un bambino che pretende molto da se stesso, e mi chiedo se abbia già la sufficiente maturità per accettare il fatto che può non essere il migliore.
"Diego" provo a dire per prepararlo, "non è detto che lo vinci, il premio, eh. Siete tanti, tutti bravi, e si vince un po' per uno. Magari adesso non sarai premiato, ma sicuramente la prossima volta sì!"
"Ma io sono tra i più bravi" replica lui, convinto.
(Oddio, penso, così si percepisce. Se lo aspetta... rimarrà deluso! Che tragedia!)
Al pomeriggio, risulta che il premio era uno solo: un regalo per il più bravo. E l'ha vinto lui.
Lo confesso: mi sono sentita molto orgogliosa del mio ometto.
"Davvero?! Ma che bello, Diego! Hai vinto tu? Sei stato bravissimo!"
"Sì ma il premio non ce l'ho. L'ho dato a G. perché è un mio amico, e lui ci teneva!"
E qui, lo ammetto, rimango davvero senza parole. E mi sento anche molto stupida. Improvvisamente mi sembra molto più saggio e maturo di me, quel seienne coi capelli a spazzola.
"Tanto, a me non piaceva nemmeno!"

mercoledì 19 ottobre 2011

Il corpo-bambino e lo struzziosauro

6 anni e mezzo, 4 anni e una manciata di mesi. Sono ancora cuccioli, questi miei figli. Ancora così facili alle lacrime per un cartone animato proibito, per un temperino rotto. Ancora così fragili. Ancora così liberi.
Ma detta in altro modo, quanta infanzia hanno ancora davanti? Diego è a metà della sua, Anna un passo appena più indietro. A costo di precipitare nella banalità, confesso che mi riesce difficile rassegnarmi.
A volte li guardo giocare, e piuttosto che partecipare ai loro giochi mi vien voglia di stringerli forte, quasi potessi trattenere il loro corpo del qui-e-ora. Quei corpi mi mancheranno, lo so. E per quanta vita ci possa essere concessa, li amo con disperazione, e nostalgia preventiva.
Sarà l'autunno... che ci posso fare. 
Abbiamo l'abitudine di addormentarci tutti nel lettone (almeno, i 3/4 della famiglia, più i gatti, si addormentano). Quando il sonno si è fatto concreto, prelevo i bambini dal talamo nuziale e li porto nei loro lettini. Ieri sera sollevare Diego mi è costato una fatica tremenda. Era in una posizione difficile da gestire, e l'ho portato nella sua camera stringendolo, praticamente, sotto la nuca. È diventato pesante. È diventato grande... Quando l'ho posato nel suo letto, l'ho baciato più volte, quasi a volerlo risarcire di non essere già più leggero come prima.
Tra poco, il nostro rituale del "sonno tutti insieme" sarà impraticabile. E forse non dovrò più rincorrerli per la casa per mettergli le scarpe, non dovrò più bisticciare davanti a un pasto indesiderato, ma non potrò neppure tenere la mano di Anna tutta dentro la mia, come ora.
Volevo scriverlo qui, perché questo blog è per loro. Sempre che il mondo non finisca nel 2012, quando saranno grandi troveranno qui le tracce dei miei sguardi sui loro corpi. Perché si ha così poca memoria della propria infanzia, e soprattutto del proprio corpo bambino: giusto qualche sensazione, o eco di sensazione. Invece voglio imprimerlo con la forza di questo inchiostro virtuale, il senso di assoluta "carnalità" del loro essere oggi. Il loro odore, la consistenza della loro pelle: io li sento!
E allo stesso tempo, voglio ricordarmi scenette tipo questa, stamattina, mentre li portavo a scuola.
Diego.: "Allora, qual è il dinosauro più grande?"
Io: "Il dipl.."
D.: "Aspetta! Ti devo dare le risposte! Qual è il più grande: il tirannosuaro, il criolofosauro o il brachiosauro?"
Io: "Il brachiosauro!"
D.: "Bravissima! E qual è il dinosauro che esiste ancora?"
Io: "Non so... il coccodrillo?"
D.: "No, il coccodrillo è l'evoluzione del sarcosuco. Ti aiuto: qual è il dinosauro che esiste ancora? Il sarcosuco, lo pteranodonte o il mostro di Loch-Ness?"
Anna: "Il mostro di lonches!"
D.: "Deve rispondere la mamma!"
Io: "Ma no, facciamo giocare anche Anna!"
D.: "Va bene, brava Anna, hai indovinato. E che dinosauro è il mostro di Loch-Ness?"
Io.: "Boh!"
D.: "Un elasmosauro! Adesso una domanda più facile: qual è il dinosauro più piccolo e veloce?"
Io: "Il velociraptor!"
D.: "Aspetta! Il velociraptor o lo struzziosauro?"
Anna: "Il velociratupur!"
D.: "Sbagliato! Lo struzziosauro!"
Io: "Ma sei sicuro che esista, lo struzziosauro?"
D.: "Certo che sì! Esiste eccome! Sono io l'esperto!"


Ed eccolo qua:



però non credo che fosse più veloce del Velociraptor, piccolo saccente!

















mercoledì 12 ottobre 2011

29 settembre

No, non è (solo) il titolo di una canzone di Battisti. È la data dell'ultimo post... Da allora sono passati diversi giorni, che se li conti in ore fanno davvero impressione. Nel frattempo, malgrado i miei disperati tentativi di comunicazione intergalattica, non sono stata rapita dagli alieni. O forse sì, visto che sto lavorando su un testo di Ben10, con il suo corredo di supereroi extraterrestri che pretendono la mia attenzione. Rapita, insomma, ma non nel senso in cui, ogni tanto, mi piacerebbe esserlo: portata via.
Solo per un minutino, eh. Quelle avventure che durano settimane in una dimensione, ma quando ti riportano a casa il latte è ancora caldo e il micio sta finendo di farsi il bidet.
Intendiamoci, va tutto discretamente bene: i bimbi a scuola non danno particolari problemi, il lavoro procede e si aprono nuove, interessanti, possibilità, la vita sentimentale è appagante, le amcizie sono sempre allegre e fonte di grande benessere. E allora?
E allora c'è che questo è stato un autunno atipico per me. Di solito, dopo l'esaurimento psicofisico dell'estate, che mi rende abulica e sonnolenta come un bruco nel bozzolo, settembre prorompe nella mia vita con un flusso di energia, una valaga di idee e buone intenzioni, una ventata di ottimismo. 
Quest'anno, niente.
Forse perché tra luglio e agosto sono successe cose che hanno assorbito una buona dose di creatività, sorprese che prenderanno forma solo tra qualche mese, ma che hanno richiesto il mio impegno nel pieno dell'alta pressione di origine africana... Non so. Fatto sta che questo settembre si è mostrato molto avaro di stimoli. Per la prima volta nella mia vita, non ho sentito il motore della locomotiva rombarmi dietro lo sterno...

E allora mi sento un po' persa. È vero che, di tutti i progetti e i propositi che formulo nell'euforia del primo autunno, pochissimi vedono la luce e quasi tutti si rivelano deludenti. Ma è la mia droga, il mio piccolo archivio di possibilità, la mia scarica di adrenalina annuale.
Mi sembra che senza quel picco di entusiasmo, tutto possa risultare più grigio, come una stanza mal illuminata.

Forse sto invecchiando.

Forse la mia vita sta cominciando a girare a un ritmo più tranquillo, una velocità di crociera costante, senza scosse. Forse invecchiare vuol dire proprio questo: farsi un po' da parte, sottrarsi alle tempeste. Probabilmente, adesso, il mio passo si è fatto più regolare, senza strappi e senza discese vertiginose. E allora potrebbe essere che mi stia adeguando a un "effetto settembre" diluito nei 12 mesi. Uhm, interessante ipotesi. 
Vista da questa prospettiva, la cosa fa meno paura.









giovedì 29 settembre 2011

La chioccia che è in me...

... arruffa le penne e apre le ali ogni volta che una minaccia per i suoi pulcini si profila all'orizzonte. A volte si dimostra scostante e irritabile. A volte esagera con le lamentele, a volte gorgheggia di gioia. A volte, è proprio senza parole.
LEZIONE NUMERO 1
Ieri Diego ci ha informati del fatto che a scuola (diversamente dall'asilo) si possono portare i giochi. Non ci avevo pensato. In effetti a scuola si è considerati responsabili dei propri comportamenti, e ai bambini viene consentito di autogestirsi il momento del relax, ossia la ricreazione. Fa parte del loro nuovo status di adulti in potenza.
Tuttavia, anche se le istituzioni danno fiducia ai bambini, le mamme possono essere più retrive. Così a me è venuto spontaneo dubitare del senso di responsabilità di mio figlio, quando mi ha chiesto di potare a scuola i suoi bakugan*.
"Ma sei sicuro? E sei poi li perdi? Hai capito che però non si può giocare durante la lezione? Guarda che la maestra si arrabbia!"
Mio figlio seienne mi ha guardato con sufficienza: "Io so benissimo quello che faccio!" ha replicato.
E sì, devo ammetterlo... Ha ragione lui.

LEZIONE NUMERO 2
Oggi, per la prima volta, ho lasciato Anna all'asilo senza spargimento di lacrime e moccole. Quando sono tornata a prenderla, la maestra mi ha detto che lo sciopero della fame è stato interrotto: a pranzo la piccoletta ha divorato tutto, dopo una settimana di digiuno assoluto.
Anna era visibilmente soddisfatta di potermi dare la notizia. 
"Sono così contenta, Anna! Sei stata bravissima!"
"Ho mangiato tutto, e non ho neanche pianto!"
"Che brava!"
"Sono felice di essere brava!"
"Anch'io sono tanto felice!"
"E sei anche fiera!"
:)
Sì piccola mia, sono fiera di te. Davvero. E devo ammettere che anche tu mi hai impartito una bella lezione. Mi hai mostrato come un bambino sa affrontare situazioni difficili, facendosi violenza, reagendo a richieste che vengono dagli altri, a regole che altri hanno stabilito, con una forza d'animo di cui pochi adulti sarebbero capaci.
Certo, per noi è facile dire: "la materna fa bene ai bambini, è indispensabile, non bisogna cedere di fronte alle lacrime, sono furbi, se capiscono che possono spuntarla è finita". Certo, per noi adulti è tutto molto semplice.
Ma cosa passa nella testa del bambino? Quale ciclone sconvolge il suo tranquillo universo? Cosa voleva dire, Anna, con il suo "sono felice di essere brava"? Evidentemente, quella furbizia di cui crediamo capaci i bambini è solo un'invenzione degli adulti, un modo per lavarci la coscienza: "piange, non perché io l'ho messo in una situazione difficile, ma perché vuole impietosirmi".
Noi adulti forse non piangiamo, non scalciamo, non ci aggrappiamo alle gonne e ai capelli della mamma, ma facciamo ben di peggio. Sottoposti a stress, di solito siamo irritabili e violenti, cerchiamo di addossare ad altri le nostre colpe e le nostre responsabilità, ci autocarichiamo di rancore e malevolenza, ci crogioliamo nel vittimismo. 
Sono fiera di te, piccola Anna, perché hai mangiato e non hai pianto, e ti sei mostrata molto più coraggiosa e matura di me e di tanti adulti che conosco.




* I bakugan, per chi non lo sapesse, sono questi ingegnosi e costosissimi aggeggi: 

Inutile dire che quello portato a scuola è tornato a casa in frantumi...





martedì 27 settembre 2011

Di limoni e altre asprezze

In auto, di ritorno dall'asilo.
"Allora, amore, la maestra mi ha detto che non hai mangiato niente!"
Silenzio
"Come mai?"
"Non mi piaceva niente!"
"Neanche la pasta?"
Silenzio
"Cosa c'era di primo?"
Silenzio
"E la merenda? L'hai mangiata la merenda?"
"Ho assaggiato una fettina di limone"
"Limone? Ma non vi avranno certo dato del limone!"
Silenzio
"Che frutta c'era? Non ti ricordi?"
"Ah sì! Non c'era niente..."
"La mela? L'uva?"
"Non ne parliamo, va bene?!"


Ma se è così elusiva adesso, a 4 anni, come sarà quando le chiederò se a scuola gira della droga o se ha capito l'importanza del preservativo?
Anche i vostri figli sono così reticenti?
Dicono che con i figli ci vuole dialogo, ma forse è meglio se ci facciamo bastare il monologo...



lunedì 26 settembre 2011

Donne in carriera (de che?)

Questa mattina, nella vana attesa di file che languono nella cartellina di un qualche direttore (probabilmente) ancora intento a smaltire il combinato disposto di cocaina e superalcolici, ho acceso il ferro, montato l'asse da stiro e sollevato una cesta di biancheria ormai quasi da rilavare, visto che l'ho lasciata a impolverarsi per giorni innumeri. Per dare al tutto un tocco di modernità, ho attivato lo streaming di Radio2, così mi sono lasciata coccolare dalle calde voci delle mie trasmissioni preferite, tra sbuffi di vapore e pieghe caparbie.
Argomento di oggi di una delle trasmissioni: "Le donne e la maternità: quanto incide sulla carriera la sciagurata idea di mettere al mondo dei figli?"
Io, che i figli li ho fatti con l'incoscienza di una gatta randagia, io che ho scelto senza sapere di segliere, devo dire che che finora mi sono lasciata trascinare dagli imprevisti, a bordo di una scialuppa di salvataggio, ostinatamente convinta che si trattasse di un transatlantico. Mi sono ritrovata in altomare, con due piccoli remi e tutto quell'orizzonte intorno, e navigo a vista.
Tutte queste donne che telefonavano e mandavano sms in trasmissione, dicevano sì, no, i figli incidono, non incidono, portano via qualche mese, cambiano la prospettiva, i maschi sono privilegiati, ci riesco, non ci riesco, è quello che voglio, me lo faccio andar bene, rinuncio, non è una rinuncia, sacrifico, non è un sacrificio, e cose così, dal senso della vita al calcolo dell'Irpef.
Finito di stirare sono andata a stendere l'ennesima batteria di pantaloncini e magliette taglia XXS, e mentre ero tutta presa nel mio ruolo di bella lavanderina ho avuto l'illuminazione: ma di quali donne stiamo parlando?
Molte mie amiche non fanno figli, è vero, ma non perché rifiutano di rinunciare alla carriera. È che, molto più banalmente, non hanno neppure un lavoro degno di questo nome, e non se la sentono di diventare madri senza un minimo di stabilità sotto i piedi. O meglio ancora, non è che non se la sentono: non ci pensano proprio. È un idea al di là di ogni immaginazione...
Se dovessi rispondere in prima persona alla domanda: "quanto ha inciso la maternità sulla carriera?" dovrei rispodere: "carriera de che?"
Quando mai mi è stato prospettato un salto di qualità, un aumento di responsabilità, un maggior carico di lavoro? Al massimo mi è capitato di dire al call center di turno: "no, guarda, sabato non posso venire perché tengo famiglia". Tutto qua.
Se c'è un'idea che mi schiaccia, che mi mortifica, che mi fa sentire precaria anche se lavoro full time, è proprio la mancanza di prospettiva. Qui sono e qui rimango, e di crescere professionalmente non se ne parla. E ogni domenica ringrazio il destino di ripartire, lunedì, con un lavoro. E ogni venerdì ringrazio il destino di aver aggiunto un'altra settimana tra me e il buio periodo della disoccupazione. E faccio gli scongiuri, i cornini, il contraffascino, per il terrore di tornare indietro.
Manager, direttori, presidenti! Volete testare la tenuta della psiche di una mamma di fronte al dilemma figli-carriera? Eccomi! Qui c'è il mio costato, trafiggete pure! Lusingatemi con promesse, titillate la mia avidità con aumenti di stipendio, tentatemi con prospettive di dominio! Sono pronta!



giovedì 22 settembre 2011

Reportage dal terrore

(Avvertenza: post non adatto ai deboli di stomaco)

Chi? Chi? Chi può essere così dissennato e imprudente da regalare a una personalità distruttiva una scatola di munizioni? Chi è, quindi, il responsabile del delitto? L'esecutore materiale o colui che procura gli strumenti di dolore e morte?
Alcune foto, coraggiosamente scattate nel covo stesso del male, testimoniano le atrocità commesse in un pomeriggio - apparentemente - identico a ogni altro. La gente deve sapere!

L'arma del delitto:




Il primo a farne le spese è stato uno straniero, un anziano che si era imprudentemente introdotto nell'appartamento (dal camino, secondo quanto risulta dalle indagini).
Il povero vecchio è stato rapidamente ridotto all'impotenza e sottoposto a un cruento rituale, probabilemente legato a qualche misteriosa pratica di magia nera.


Ma il dolore non soddisfa l'aguzzino. Vuole di più, sempre di più. Quello che cerca è l'umiliazione e la  totale sottomissione della vittima.



Ancora non si è spenta l'eco delle urla strazianti del barbuto vecchietto, che il carnefice è già pronto a sfogare i suoi selvaggi istinti su un'altra vittima: Pino il canguro.
Questa volta si tratta di esperimenti che solo la mente perversa di un Mengele avrebbe potuto escogitare. Non sappiamo se Pino sopravviverà a questa esperienza, ma certamente nei suoi occhi rimarrà un urlo muto di devastante impotenza:


Infine, la ferocia del carnefice si è abbattuta sul simbolo stesso della bellezza e della femminilità. Una creatura dalle molteplici personalità, protagonista di innumerevoli esperienze - dalle sfilate di moda alle missioni artiche per salvare le foche  - che mai avrebbe potuto prevedere la sorte che l'attendeva. Non è stato il tempo, dal quale sembra immune, a deturpare la sua avvenenza, ma le orribili cicatrici di una furia cieca e spietata.



Eppure, la donna non perde il sorriso.
Forse perché un'incrollabile fermezza le dice di resistere, di sopravvivere fino al momento in cui le forze dell'ordine faranno irruzione per liberare lei e i suoi compagni dall'orrore della prigionia.


mercoledì 21 settembre 2011

Ritornando a prima

Il primo giorno di scuola mi ha fatto tornare in mente* alcune filastrocche scritte tempo fa, che nella mia immaginazione avrebbero dovuto far parte di un volumetto: "Filastrocche della prima volta"
Nel mio progetto (caso mai ci fosse un editore all'ascolto), illustrate magnificamente da un superbo artista (cercasi volontari) avrebbero potuto costituire un libro a sé, oppure rientrare in uno di quegli album-diario che si regalano ai neonati.
Comunque, mancando illustratore e, ahimé, anche editore, le filastrocche rimangono tranquille nella mia cartellina "Testi vari".
Volevo riportare qui l'ultima della serie, che parla proprio del primo giorno di scuola materna:

 
Si chiama materna, ma mamma non c’è.

Mi guardo intorno e non capisco perché...

“Resta con noi, ti divertirai tanto!”

promette una donna, sedutami accanto.

“Faremo dei giochi, e balli e canzoni.

ritagli, sculture, disegni e invenzioni!”

Di giochi in effetti è piena una cesta…

“Dammi la mano, io son la maestra!”

No, no, non voglio, io son diffidente.

Dei vostri giochi non mi importa niente!

Ne ho tanti, tantissimi a casa mia.

Mamma, ritorna! Portami via!

Scende una lacrima giù verso il mento,

solo un singhiozzo, un breve lamento…

Poi la maestra ci chiama: “Bambini!

Sedetevi tutti vicini vicini…

Vi devo svelare un segreto importante

che non deve sapere mai nessun grande!”

Di quel che ci disse non ti posso dire,

è un mistero che tanto non potresti capire.

E quando la mamma alla fine è tornata,

mi ha chiesto: “Allora? Una bella giornata?”

Io ho detto soltanto, agli amici lì intorno:

“Aspettatemi qui! Domani ritorno!”
 


* Si fa per dire... In realtà le ho sempre ben presenti :)

martedì 20 settembre 2011

Bilancio (ma non mi sbilancio)

Ieri, in questa frazione di universo un tempo patria dei comunisti, si apriva ufficialmente il nuovo anno scolastico. "Il giorno più bello della mia vita!" secondo l'ottimista previsione di Diego.
Il primo giorno di scuola è una data importante, e i bambini lo sapevano bene. Tutti eccitati, con i loro zaini nuovi di zecca, i quadernoni odorosi di cartoleria, gli occhi appena un poco smarriti per tutta quell'allegra e chiassosa baraonda.
La cerimonia d'accoglienza è stata toccante: i bimbi erano tutti in cerchio davanti a un grande albero di cartone (perché la cornice narrativa del loro ingresso nel mondo del Dovere è il Verdebosco), ad aspettare di essere chiamati per nome, uno per uno, a ritirare un misterioso pacchettino. C'era quello che si alzava baldanzoso e fiero e, a passo d'oca, si dirigeva deciso alla meta. C'era quello che correva ad afferrarlo, gli occhi fissi a terra, il viso rosso d'imbarazzo, l'espressione di chi vorrebbe essere ovunque tranne che lì. C'era quella che sorrideva radiosa, come se non avesse aspettato altro tutta la vita, mentre i flash illuminavano il suo percorso verso la gloria. C'era quella che si faceva chiamare tre volte, perché era occupata in chiacchiere e non aveva sentito il suo nome. C'era Diego, attento e concentrato per non rischiare uno passo falso in quel suo primo cimento da alunno.
Se qualcuno se lo stesse chiedendo, non ci saranno foto dell'evento. E non per una questione di privacy.
"Non la porto, la macchina fotografica, tanto mica si potranno scattare foto" dico io, prima di uscire.
"No, non credo" concorda l'altra metà della mela.
Infatti. C'era una macchina fotografica per ogni genitore: dalle super compatte alle super reflex ai cellulari di ultima generazione. Perfino quando i bambini sono stati accompagnati in classe, la maestra continuava a sollecitare, premurosa: "Se volete scattare qualche foto, prima di andare, fate pure."
Non avevo la minima intenzione di farmi rovinare la giornata dalla rabbia, quindi l'ho rimandata a oggi. Ed eccola qua: grrrrrrrrrrrrrr
Intanto, a poche centinaia di metri da lì, un'altra bambina affrontava una prova decisiva. Perché era anche il primo giorno di materna per Anna. Il ritorno in quel covo di angoscia e frustrazione da cui era fuggita a maggio.
Come incoraggiamento, prima di uscire l'avevo chiamata in bagno in gran segreto e le avevo spruzzato un po' del mio profumo (biologico e naturale) su un polso. "Ormai sei grande" le avevo detto "visto che sei al secondo anno di asilo. Un po' di profumo ci vuole!"
È entrata in aula in lacrime, la testa affondata nella mia spalla, il braccino teso per far sentire il profumo alla maestra, e l'ho lasciata in tutta fretta per correre da Diego, con la paura di far tardi, e anche perché non è concesso dilungarsi in inutili tentativi di consolazione.
L'ho ritrovata intenta a sfogliare un libro, lo sguardo sereno di chi ha vinto una battaglia, se non la guerra. "Si vede che è cresciuta" ha commentato la maestra. "È stata bravissima!"
Insomma, il bilancio del primo giorno è totalmente positivo (eccetto la trascurabile sensazione di essere una mamma inaffidabile, incapace, imprevidente, dissennata).
Stamattina Anna era ancora in lacrime, ma vabbe'. Intanto sono diventata madre di nuovo: madre di un altro bambino, perché il mio ometto è adesso uno scolaro, uno studente, un piccolo apprendista adulto.
Ah! Avrò anch'io qualcosa da impormi, qualcosa per mettermi alla prova e sfidare le mie capacità di autocontrollo: sono andata a iscrivermi in palestra.
E non ridete. Ce la farò.




mercoledì 14 settembre 2011

Conto alla rovescia (e il mondo va a rotoli)

-5 -4 -3 -2- 1 Lunedì è il primo giorno di scuola per Diego.
Certo, potevo arrivarci da sola al fatto che, dal 1981, le cose fossero un po' cambiate. Adesso, per esempio, non si chiama neppure più scuola elementare...
Per me, poi, che provengo da una scuola in cui si era, in media, 3-4 per classe (un'allegra comune di 18-20 bambini dai 6 ai 10 anni, divisi in due stanze) è piuttosto difficile concepire scenari da polli in batteria, con 25 (27?) bambini chini sui loro quaderni, a scrivere seri seri con i loro zainetti fiabeschi (e/o supereroici) sotto il banco.
Quello che davvero non potevo immaginare è che, a monte di quella batteria di pulcini, ci fosse un'architettura di incastri e combinazioni degna dei migliori strateghi.
Ho scoperto, infatti, che le maestre mettono una gran cura nella selezione dei bambini:  e non solo per evitare che tutti gli stranieri vadano in una sezione, che eventuali portatori di handicap siano tutti nella stessa classe ecc... 
Ci sono anche gli indesiderabili, o almeno gli indesiderabili in formato coppia. Per cui A. non può andare nella stessa classe di B. Vivamente sconsigliato tenere C. e D. vicini. Tra E. ed F. ci dev'essere almeno una parete di piombo (meglio ancora la criptoninte). Se G. ed H. si trovassero nella stessa classe, potrebbe verificarsi un paradosso spaziotemporale.
Io almeno l'ho iterpretata così, visto l'impegno con cui sono stati separati bambini che, provendo magari dalla stessa sezione alla materna, o essendo amici anche in situazioni extrascolastiche, erano profondamente legati l'uno all'altro.
Con il massimo rispetto per le maestre (che considero comunque personaggi mitologici dai poteri paranormali) qual è poi il problema con queste creature? 
Sono la prima a riconoscere che un bambino di 6 anni, lasciato a se stesso, possa rivelarsi un vero flagello. Figurarsi 25 (27?) bambini tutti in una volta!
Ma è poi così terribile se due amichetti si ritrovano insieme in prima elementare? Faranno combutta, si sosterranno l'un l'altro, ma dubito che possano arrivare all'associazione per delinquere.
Insomma, a me sarebbe molto piaciuto che Diego finisse in classe con il suo amichetto D. (si conoscono da quando avevano 6 mesi). Ti fanno perfino compilare un modulo in cui ti chiedono di esprimere una preferenza, in questo senso.
Poi però si scopre che non è stato possibile. E non perché ci fosse qualche particolare obiezione nei confronti della coppia Diego-D. Solo che D. non può stare nella stessa classe di G. e G2. Ma anche V. non può stare nella stessa classe di G3. Poi ci sono altri A. B. C. ecc che non possono stare insieme. Morale, la preferenza di Diego viene bellamente ignorata...
Io forse sono ingenua e romantica, ma a me l'idea che due bambini che si conoscono da quando portavano il pannolino possano crescere insieme, passare tante ore vicini, mi pareva tanto una bella cosa.
Siamo andati a parlare con la coordinatrice, in merito all'argomento: "L'ho già detto al preside" ha sbuffato lei, subito "l'anno prossimo le classi le faranno i genitori. È sempre la stessa storia, c'è sempre qualche lamentela. A noi le preferenze e le priorità dei genitori non interessano. Per noi contano solo i bambini"
Clap clap
Peccato però che un bambino (Diego) che non ha avuto nessun comportamento scorretto, non si è macchiato di nessun atroce delitto con la complicità di amichetti sediziosi, si ritroverà pressoché da solo.
Peccato che D. si vedrà privato di Diego e dei suoi due amichetti della materna.
Peccato che V. si ritoverà tutta sola mentre le sue 3 amiche predilette se ne andranno in un'altra sezione.
Dunque, non mi pare che la priorità siano i bambini, i loro sentimenti, i loro legami.
La priorità, evidentemente, è evitare scenari alla Butch Cassidy e Sundance Kid. Difficile spiegare le tabelline tra esplosioni di armi da fuoco. Non sai mai cosa può capitare con questi seienni sconsiderati.