giovedì 21 luglio 2011

Le gioie dello shopping

Andare all'ufficio postale con i bimbi, sbagliare il numerino di prenotazione, presentarsi a un'operatrice vagamente irritata e concludere la vicenda con tua figlia che dice, indicando gli enormi nei sul viso della donna: "perché quella signora ha tutti quei brufoli?"
Andare in un centro commerciale e prendere il carrello-macchinina, ingombrante come una rolls-royce, con il quale urti tutti gli espositori che oscillano paurosamente, con camicie e pantaloncini che cadono come fichi dall'albero, e concludere la vicenda recidendo i tendini delle caviglie di un biondo giovine.
Andare da Benetton, pagare a una commessa gentile che sorride ai bambini e dice allegramente "ciao!", e concludere la vicenda con tua figlia che urla, in modo che l'intero negozio possa sentirla: "quella ragazza non è bella per niente!"
Trovare finalmente le ciabattine agognate, del numero giusto, con la sirenetta, proprio come le voleva lei. Lasciare che le indossi come un trofeo, ciabattando per il centro commerciale. Sentirla che inizia a lamentarsi: "mi fanno male qui, mi danno fastidio lì, mi escono, l'elastico scivola". Cercare di farla ragionare, mentre se ne sta seduta per terra tra la gente che passa, piangendo. "È solo una quesitone di abitudine. Vedrai che portandole non ti daranno più fastidio". Concludere la vicenda con lei che si toglie rabbiosamente le ciabatte e singhiozza: "Non si sono ancora abituate a me, queste ciabatte!"
Tutto questo è shopping con bambini, ovvero: perché hanno inventato gli spazi attrezzati dove rinchiuderli e possibilmente abbandonarli.


lunedì 18 luglio 2011

Assenze

Sabato notte, ora della nanna, io e Diego siamo sdraiati nel lettone.
"Allora Diego, oggi è stata una bella giornata, no? Siamo stati insieme tutto il giorno!"
"Sì, ma mentre preparavi la pappa non giocavi con noi" si lamenta lui.
"Eh, vabbe', ma si è trattato di una mezz'oretta"(figlio mio, sei proprio incontentabile, però)
"E poi" aggiunge con le lacrime agli occhi "nei miei sogni tu non ci sarai!"


Lo ammetto, è gratificante pensare che qualcuno possa aver bisogno di me fino a questo punto, ma se pensi di farmi venire i sensi di colpa anche per quello che sogni tu, non ci riuscirai!


mercoledì 13 luglio 2011

proprecari di tutto il mondo, unitevi!

Mi dispiace per chi non c'era, ma sabato è stata una grande giornata. 
Per chi non avesse letto il post precedente, sabato si teneva infatti la riunione nazionare di Rerepre, rete dei redattori precari di cui sono indegna adepta.
C'era davvero tanta bella gente: donne piccoline con una grinta da intimidire un wrestler, ragazze longilinee dall'intelligenza sottile, giovani rasta barbuti con il macbook, intellettuali gentili, gente con curricula di tutto rispetto. C'era perfino una giovanissima mamma con il piccolo a seguito.
Mi faceva strano, lo ammetto, ritrovarmi insieme a persone agguerrite e capaci, con storie professionali complesse, con capacità, cultura ed entusiasmo al di sopra della media, e pensare che erano lì per trovare una via d'uscita da un vicolo cieco.
Perché tutte queste persone, in un modo o nell'altro, sono carne da macello.
Hanno (abbiamo) deciso di lavorare nel mondo della conoscenza, convinti che l'amore per la cultura potesse costituire un "valore aggiunto". Sono (siamo) usciti dalle università e catapultati in un mondo - quello dell'editoria - in cui alcuni elementari diritti civili sembrano chimere.
Sembrava di essere sbalzati su e giù nel tempo, dalle risaie delle mondine ai paesaggi virtuali del Web, andata e ritorno senza capolinea.
Si parlava di post su blog, e del diritto di ammalarsi e fare figli. Si parlava di messaggi virali e di stipendi da fame. Si parlava di master e di padroni.
Certo, l'editoria è in crisi (quale settore non lo è? Giusto forse la prostituzione minorile, che in questo Paese sembra piuttosto fiorente). Certo si legge poco, la gente non consuma cultura. Lo sperimento su me stessa, che ormai scelgo i libri come scelgo la frutta: solo quelli scontati, o con il 3 per 2.
Eppure, le persone che erano alla riunione di sabato non sono disoccupate. Alcuni, come me, stanno tentando la strada della "libera professione", ma altri sono impiegati a tempo pieno. Solo che hanno contratti a progetto o partita iva monocommittente. Il solito ritornello: tutti i doveri di un dipendente, senza alcun diritto.
Mi piacerebbe sentire un "ooh" di sorpresa e indignazione. Invece ci siamo assuefatti all'idea, come quelli che vivono in prossimità di fabbriche inquinanti e non sentono più la puzza.
Sabato, invece, c'era gente ancora non assuefatta. Ancora non rassegnata. Li ascoltavo con ammirazione e mi sentivo un po' contagiata dal loro spirito rivoluzionario. Intendiamoci, non si prospettava l'assalto al palazzo d'inverno. Le rivendicazioni sono molto più terra terra: stiamo parlando di gente che, se si becca una gastroenterite, rischia di rimanere senza stipendio, e se poco poco decide di fare un figlio rischia di restare senza lavoro.
E si parlava di una controparte, gli editori, che ha un atteggiamento da padroni del vapore, una cosa che farebbe la gioia di Lenin. "Se volete arare i campi della cultura" dicono in buona sostanza questi signori "se volete partecipare alla catena di montaggio di un libro, tacete e subite. Altrimenti quella è la porta".
Ebbene, cari editori e amministratori delegati, sappiate che le persone presenti alla riunione di sabato non hanno intenzione né di tacere né di subire. Forse sono parte di un gioco molto più grande di loro. Forse combattono contro i mulini a vento. Ma ne sentirete parlare. Siete avvertiti.

mercoledì 6 luglio 2011

Due parole, quattro chiacchiere...

ovvero, contabilità di rapporti sociali ridotti a zero.
Questo, se ancora non lo sapevate, è l'effetto collaterale del telelavoro.
Giorni fa, Anna mi si è appiccicata addosso, stringendomi con braccia e gambe: "Voglio stare con te!" piangeva.
"Anch'io voglio stare con te!" ho risposto io.
"Non è vero! Tu vuoi stare solo col computer! Vuoi più bene al computer che a me!"
Ora, un giorno scriverò qualcosa a proposito delle trappole psicologiche architettate da quei perfidi nanerottoli dei miei figli, ma oggi volevo parlare d'altro. 
Da allora, infatti, le sue parole mi frullano in testa.  Negli ultimi mesi, sto passando una media di 9 ore al giorno davanti al mio macbook. Niente di male (anzi, MENO male) perché questo significa che sto lavorando a pieno regime, ma lo faccio nel segreto della mia stanzetta, quella che io chiamo pomposamente "studio", giusto per darle una dignità. Sola sola davanti al mio computer, con l'unica compagnia dei gatti e qualche incursione dei bambini (quando non sono opportunamente sedati davanti alla tv o portati via dai nonni).
Di quelle 9 ore passate davanti al computer, un'oretta va spesa in rapporti sociali "virtuali".
Mi capita spesso (anzi, direi sempre) di lavorare "gomito a gomito" con persone mai viste. Ci si sente per telefono, ci si scambiano e-mail, ci si aggiorna su facebook, si chatta su skype. Ma se sono alte o basse, magre o grasse, se usano indossare foulard o cravatte, se preferiscono gli infradito o i tacchi 12... non ne ho la minima idea. Ho lavorato a stretto contatto con una ragazza che immaginavo (chissà perché?) brunettina e piccolina, per poi incontrarla dopo un anno e scoprire che è alta e bionda.
Eppure con alcune di queste persone entro in confidenza. Ci si saluta con "un bacio" o "un abbraccio". Si scherza, ci si prende in giro. Non oso definirle amiche, eppure sono persone con cui (credo) passerei volentieri una serata. E meno male che, ogni tanto, si riesce a chiacchierare almeno virtualmente!
Però io sono una all'antica. Mi piacciono i rapporti interpersonali, mi piace conoscere le persone e guardarle negli occhi. Mi piace vedere come tengono le mani mentre scrivono, quali tic si portano dietro, quanto ci mettono a capire una battuta.
Insomma, il telelavoro mi ha proprio stufato!
Si era capito?
No, perché dopo un po' va bene la comodità di attaccare le lavatrici durante l'orario lavorativo,  va be' che ti puoi mettere lo smalto mentre carichi un file su un server, ma poi basta! Voglio una macchinetta del caffè, voglio interagire con qualcuno al di sopra dei 18 anni e senza coda, voglio avere qualcuno con cui prendermela se rimango senza biro o senza post-it, voglio litigare con chi pretende di tenere la finestra chiusa a luglio per evitare le correnti d'aria.
Voglio un ufficio e dei colleghi.
Sì, lo so. Sono pazza.
Comunque, questo sabato di colleghi "virtuali" ne incontrerò un bel po', perché si terrà la riunione nazionale di Rerepre (Rete dei redattori precari) proprio qui dalle mie parti.
Perché, forse dovevo dirlo subito, il mio telelavoro coatto è diretta emanazione della mia precarietà.
Come fai a permetterti un ufficio, anche insieme a colleghi che fanno il tuo stesso lavoro, se non hai un minimo di certezze sulle tue (e le loro) entrate? Domandina per niente banale.
Se vi riconoscete nel profilo del redattore precario, venite!
Tutte le info le trovate qui: http://www.rerepre.org/




martedì 5 luglio 2011

L'animale misterioso

OGGI GIOCHIAMO A "INDOVINA L'ANIMALE". 
Anna: "Adesso tocca a me!"
Io: "Va bene. Pensa a un animale"
Anna: "Pensato"
Diego: "È grande o piccolo?"
Anna: "Grande"
Io: "Erbivoro o carnivoro?"
Anna: "... Carnivoro..."
...
Anna: "Aspetta, chiedo una cosa. Il cammello è erbivoro o carnivoro?"
Babbo: "Erbivoro"
Anna: "Ah, allora ho sbagliato. È erbivoro!"
Io, Diego e Babbo: "È un cammello!"
Anna: "Non vale!!! Non dovevate indovinare subito!"