mercoledì 6 luglio 2011

Due parole, quattro chiacchiere...

ovvero, contabilità di rapporti sociali ridotti a zero.
Questo, se ancora non lo sapevate, è l'effetto collaterale del telelavoro.
Giorni fa, Anna mi si è appiccicata addosso, stringendomi con braccia e gambe: "Voglio stare con te!" piangeva.
"Anch'io voglio stare con te!" ho risposto io.
"Non è vero! Tu vuoi stare solo col computer! Vuoi più bene al computer che a me!"
Ora, un giorno scriverò qualcosa a proposito delle trappole psicologiche architettate da quei perfidi nanerottoli dei miei figli, ma oggi volevo parlare d'altro. 
Da allora, infatti, le sue parole mi frullano in testa.  Negli ultimi mesi, sto passando una media di 9 ore al giorno davanti al mio macbook. Niente di male (anzi, MENO male) perché questo significa che sto lavorando a pieno regime, ma lo faccio nel segreto della mia stanzetta, quella che io chiamo pomposamente "studio", giusto per darle una dignità. Sola sola davanti al mio computer, con l'unica compagnia dei gatti e qualche incursione dei bambini (quando non sono opportunamente sedati davanti alla tv o portati via dai nonni).
Di quelle 9 ore passate davanti al computer, un'oretta va spesa in rapporti sociali "virtuali".
Mi capita spesso (anzi, direi sempre) di lavorare "gomito a gomito" con persone mai viste. Ci si sente per telefono, ci si scambiano e-mail, ci si aggiorna su facebook, si chatta su skype. Ma se sono alte o basse, magre o grasse, se usano indossare foulard o cravatte, se preferiscono gli infradito o i tacchi 12... non ne ho la minima idea. Ho lavorato a stretto contatto con una ragazza che immaginavo (chissà perché?) brunettina e piccolina, per poi incontrarla dopo un anno e scoprire che è alta e bionda.
Eppure con alcune di queste persone entro in confidenza. Ci si saluta con "un bacio" o "un abbraccio". Si scherza, ci si prende in giro. Non oso definirle amiche, eppure sono persone con cui (credo) passerei volentieri una serata. E meno male che, ogni tanto, si riesce a chiacchierare almeno virtualmente!
Però io sono una all'antica. Mi piacciono i rapporti interpersonali, mi piace conoscere le persone e guardarle negli occhi. Mi piace vedere come tengono le mani mentre scrivono, quali tic si portano dietro, quanto ci mettono a capire una battuta.
Insomma, il telelavoro mi ha proprio stufato!
Si era capito?
No, perché dopo un po' va bene la comodità di attaccare le lavatrici durante l'orario lavorativo,  va be' che ti puoi mettere lo smalto mentre carichi un file su un server, ma poi basta! Voglio una macchinetta del caffè, voglio interagire con qualcuno al di sopra dei 18 anni e senza coda, voglio avere qualcuno con cui prendermela se rimango senza biro o senza post-it, voglio litigare con chi pretende di tenere la finestra chiusa a luglio per evitare le correnti d'aria.
Voglio un ufficio e dei colleghi.
Sì, lo so. Sono pazza.
Comunque, questo sabato di colleghi "virtuali" ne incontrerò un bel po', perché si terrà la riunione nazionale di Rerepre (Rete dei redattori precari) proprio qui dalle mie parti.
Perché, forse dovevo dirlo subito, il mio telelavoro coatto è diretta emanazione della mia precarietà.
Come fai a permetterti un ufficio, anche insieme a colleghi che fanno il tuo stesso lavoro, se non hai un minimo di certezze sulle tue (e le loro) entrate? Domandina per niente banale.
Se vi riconoscete nel profilo del redattore precario, venite!
Tutte le info le trovate qui: http://www.rerepre.org/




2 commenti:

  1. ciao,
    io un lavoro ce l'ho (anche se sottoinquadrata e ... ma lasciamo perdere) e un ufficio pure.
    Quello che mi mnaca sono i colleghi, tutti in un altra sede.
    8 ore di solitudine e silenzio.
    come ti capisco!
    in più non ho il vantaggio di caricare lavatrici o lavastoviglie, non posso chiacchierare neanche virtualmente perchè ci hanno bloccato skype, facebook e ogni altra via virtuale che conduce alla distrazione dal lavoro.

    diventata giornalista nel 2005 sono stata precaria con partita iva fino a tre anni fa, quando mi sono adattata a svolgere un lavoro completamente diverso e molto poco creativo, ma la prole aveva la precedenza su ogni mia possibile velleità lavorativa.

    sogno di tornare a scrivere (ho mantenuto la partita iva e ogni tanto qulacosa salta fuori)ma non posso permettermi di mollare il lavoro per inseguire un sogno.
    hai tutta mia comprensione e solidarietà come collega di penna e come mamma.

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  2. Martina, ti leggo solo ora... tieni duro :)

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