mercoledì 13 luglio 2011

proprecari di tutto il mondo, unitevi!

Mi dispiace per chi non c'era, ma sabato è stata una grande giornata. 
Per chi non avesse letto il post precedente, sabato si teneva infatti la riunione nazionare di Rerepre, rete dei redattori precari di cui sono indegna adepta.
C'era davvero tanta bella gente: donne piccoline con una grinta da intimidire un wrestler, ragazze longilinee dall'intelligenza sottile, giovani rasta barbuti con il macbook, intellettuali gentili, gente con curricula di tutto rispetto. C'era perfino una giovanissima mamma con il piccolo a seguito.
Mi faceva strano, lo ammetto, ritrovarmi insieme a persone agguerrite e capaci, con storie professionali complesse, con capacità, cultura ed entusiasmo al di sopra della media, e pensare che erano lì per trovare una via d'uscita da un vicolo cieco.
Perché tutte queste persone, in un modo o nell'altro, sono carne da macello.
Hanno (abbiamo) deciso di lavorare nel mondo della conoscenza, convinti che l'amore per la cultura potesse costituire un "valore aggiunto". Sono (siamo) usciti dalle università e catapultati in un mondo - quello dell'editoria - in cui alcuni elementari diritti civili sembrano chimere.
Sembrava di essere sbalzati su e giù nel tempo, dalle risaie delle mondine ai paesaggi virtuali del Web, andata e ritorno senza capolinea.
Si parlava di post su blog, e del diritto di ammalarsi e fare figli. Si parlava di messaggi virali e di stipendi da fame. Si parlava di master e di padroni.
Certo, l'editoria è in crisi (quale settore non lo è? Giusto forse la prostituzione minorile, che in questo Paese sembra piuttosto fiorente). Certo si legge poco, la gente non consuma cultura. Lo sperimento su me stessa, che ormai scelgo i libri come scelgo la frutta: solo quelli scontati, o con il 3 per 2.
Eppure, le persone che erano alla riunione di sabato non sono disoccupate. Alcuni, come me, stanno tentando la strada della "libera professione", ma altri sono impiegati a tempo pieno. Solo che hanno contratti a progetto o partita iva monocommittente. Il solito ritornello: tutti i doveri di un dipendente, senza alcun diritto.
Mi piacerebbe sentire un "ooh" di sorpresa e indignazione. Invece ci siamo assuefatti all'idea, come quelli che vivono in prossimità di fabbriche inquinanti e non sentono più la puzza.
Sabato, invece, c'era gente ancora non assuefatta. Ancora non rassegnata. Li ascoltavo con ammirazione e mi sentivo un po' contagiata dal loro spirito rivoluzionario. Intendiamoci, non si prospettava l'assalto al palazzo d'inverno. Le rivendicazioni sono molto più terra terra: stiamo parlando di gente che, se si becca una gastroenterite, rischia di rimanere senza stipendio, e se poco poco decide di fare un figlio rischia di restare senza lavoro.
E si parlava di una controparte, gli editori, che ha un atteggiamento da padroni del vapore, una cosa che farebbe la gioia di Lenin. "Se volete arare i campi della cultura" dicono in buona sostanza questi signori "se volete partecipare alla catena di montaggio di un libro, tacete e subite. Altrimenti quella è la porta".
Ebbene, cari editori e amministratori delegati, sappiate che le persone presenti alla riunione di sabato non hanno intenzione né di tacere né di subire. Forse sono parte di un gioco molto più grande di loro. Forse combattono contro i mulini a vento. Ma ne sentirete parlare. Siete avvertiti.

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