martedì 16 agosto 2011

A casa

Ci sono vacanze e vacanze. Ci sono viaggi e ci sono ritorni, e anche viaggi senza ritorno, e ritorni senza viaggi...
Rientro a casa mia, dopo essere stata a casa mia. Riprendo la mia vita di oggi, dopo una piccola incursione nella mia vita di ieri, nello spazio immacolato in cui alle pareti sono appese foto di una bambina che si chiamava "me". 
Capita anche alle galassie di scontrarsi, pur avendo tutto l'universo a disposizione. Quindi cosa c'è di strano se il presente si imbatte quasi per caso nel passato? Un piccolo schiocco, una scintilla, una fitta pungente al petto... sciocchezze, nulla di significativo, soltanto un po' di straniamento, un leggero senso di vertigine.
La Calabria della mia infanzia è sempre lì, e quest'anno è stata generosa con me. In pochi giorni mi ha dato tutta se stessa: il verde ostinato, l'azzurro inquieto, il vento che è come l'abbraccio di un uomo rude. Il vento da cui mi facevo rapire per gioco, lasciando che mi trasportasse come un foglio di carta. Il vento a cui cedevo la mia volontà, mentre fingevo che fosse lui a spingermi dove le mie gambe mi portavano.
Era un gioco bellissimo, per me e mia cugina, che aspettavamo quelle giornate furibonde, così frequenti sulla costa, in cui le porte sbattono, i rami si spezzano, la sabbia schizza negli occhi. Allora aprivamo le braccia e gridavamo di gioia e disperazione, mentre il vento ci allontanava l'una dall'altra, ci riportava vicine, fin quasi a poterci toccare, per poi strapparci via violentemente quando le nostre mani stavano per stringersi.
Il vento del caso e delle occasioni mi ha portata via dalla Calabria. O forse, come in quel gioco, sono state le mie gambe a farlo.
Tornare laggiù, quest'anno, con amici incontrati in questa mia nuova vita, mi ha costretta a socchiudere le porte. La curiosità di mia figlia mi ha indotto ad aprire cassetti.
Bambini hanno giocato con i miei giocattoli.
Ho sfogliato album di fotografie, ho riscoperto cose scritte cent'anni fa, ho impugnato la racchetta che non so più usare, ho ritrovato feticci che non credevo di aver conservato.
Ho dormito nel letto che fu di mio padre e mia madre.
Ho balbettato un dialetto che s'inciampa sulle mie labbra.
Ho nuotato nell'incavo dell'appennino, tra monti non ancora aspri ma già fieri.
Ho calpestato spiagge in cui ogni pietra potrebbe raccontare duemila anni di marinai e conquistatori.
Ho pronunciato nomi forgiati in lingue ormai morte, in cui solo un orecchio allenato coglie echi di Egeo.
Ho incontrato amici - anzi, amiche - con la fiducia di legami che non temono il passare del tempo.
Ho portato con me amici che mi hanno regalato una vacanza serena e ridente, che mi hanno fatto sentire giovane, che mi hanno guidata alla scoperta di una Calabria che non conoscevo, o che non ricordavo, o che, attraverso i loro occhi, appariva diversa.
Sono tornata a casa con tante minuscole cicatrici, alcune nuove altre vecchissime, che hanno ricominciato a dolere. Ho disfatto le valigie con la strana sensazione che una sola vita possa contenere molte vite, che un tempo infinito ci sia concesso per ruotare intorno a noi stessi. 
Sono seduta al mio computer con la voglia di ballare la tarantella, scuotendo selvaggiamente i capelli, a occhi chiusi e muso duro.
Ma è meglio che me ne stia cheta cheta, perché le vacanze sono una parentesi, e le cicatrici devono richiudersi, e sto per compiere 36 anni, e quando il vento sbatte le porte, bisogna fermarle...






5 commenti:

  1. la Tere dice che questo pezzo è un incanto, Stefi...

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  2. "giornate furibonde" è una citazione da De André :)

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  3. Ma tutto questo lo hai pensato mentre si giocava a tresette?
    Scherzo, avevo notato qualche momento di malinconia o qualcosa di simile!

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  4. Sì, mentre giocavo. È per questo che (solo) ogni tanto commettevo qualche trascurabile sciocchezzuola, tipo "bussare" al momento sbagliato :)

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