martedì 29 novembre 2011

Cronaca semiseria di una partita iva precaria

C'è un principio fondamentale del diritto che recita più o meno così: una legge non può essere retroattiva.
Mettiamo che un giorno dovesse essere emanata una legge che - per esempio - proibisce  agli uomini l'uso del calzino bianco sotto il completo blu. Per quanto questa legge sia altamente auspicabile, non potrebbe essere applicata agli uomini che si sono macchiati di questa abominevole colpa in passato, ma solo a quelli che dovessero continuare a perseverare nel delitto DOPO l'emanazione della legge. 
E questo è quanto.
Veniamo al punto. Nel 2008, per tutta una serie di ragioni che sarebbe troppo lungo elencare, è stato creato per legge il cosiddetto "regime dei minimi" che in poche parole funziona(va) così: è possibile aprire una partita iva "agevolata" per chi rimane sotto i 35.000 euro lordi all'anno. Chi rientra in questo regime non paga l'iva e gode di un prelievo fiscale inferiore rispetto a chi è in regime normale.
Diciamo subito che 35.000 euro lordi all'anno sono una chimera, almeno per chi lavora nel mio settore. Se sei fortunato puoi arrivare a 20-22.000, ma dev'essere proprio un periodo di vacche grasse.
Diciamo anche che, sempre nel mio settore, la parola "assunzione" non viene mai pronunciata ad alta voce, perché i manager, i direttori, gli amministratori delegati delle case editrici soffrono di una gravissima allergia a questo termine, e già alla prima sillaba rischiano lo shock anafilattico. "Ass... "
ZAC! Fulminato!
In conseguenza di ciò, c'è un massiccio ricorso (i soliti facinorosi dicono abuso) di contratti a progetto, stage non retribuiti, prestazioni occasionali e... udite udite... partite iva. Anzi, la partita iva è la gioia di ogni editore, la prima nella lista dei doni per natale ("Caro Babbo Natale, quest'anno vorrei tanti freelance da poter gestire come i pezzetti dei lego: uno qui, uno lì, se questo mi serve là lo sposto, se non mi serve lo rimetto nella scatola. Ti prometto che sarò buono e li pagherò puntualmente a 120 giorni").
Il regime dei minimi è stato accolto con un sospiro di sollievo da quanti (e sono tanti) sono stati messi di fronte all'aut aut: o apri la partita iva o sei fuori.
Chi, come me, era già fuori e stava cercando di rientrare, ha visto in questo "regime agevolato" una piccola scintilla luminosa in fondo al tunnel. 
Adesso (cioè con l'ultima finanziaria) si è deciso che basta. Il regime dei minimi avrà criteri d'ingresso più restrittivi. E va bene. Ma questa legge, a differenza di quella dei calzini, è retroattiva. Ossia: chi ha aperto la partita iva dal 2008 al 2011 e ha usufruito del regime agevolato perché rientrava nel requisiti, dovrà passare al regime normale se non rientra nei NUOVI requisiti.
E indovinate un po' dove arriva il genio malefico del Legislatore? Tra i NUOVI requisiti c'è la novità d'impresa: la partita iva NON DEVE essere aperta nello stesso settore in cui si lavorava in precedenza, come autonomo, come dipendente e anche come atipico.
Quindi, tutto quell'esercito di partite iva monocommittente (ossia quelli sottoposti all'aut aut di cui sopra) dovrà passare al regime normale (quindi con prelievi fiscali più alti). Certo: giustissimo imporre un limite all'abuso di questo strumento. Peccato che a rimetterci sia la vittima dell'abuso stesso.
Ovvero: all'editore non gliene può fregare di meno se tu paghi il 5, il 20 o il 60% di tasse, tanto il suo lordo rimane uguale.
Poi ci sono i casi come il mio: io non sono una partita iva monocommittente. Io sono più o meno una libera professionista reale, solo che il mio reddito lordo è lontano anni luce da quei 35.000 euro all'anno, e quindi nel regime dei minimi ci stavo comoda comoda e mi avanzava pure spazio. Però c'è il dubbio che anch'io debba passare al regime normale, perché ho aperto la partita iva nello stesso settore in cui lavoravo prima come co.co.co, co.co.pro. e  infine prestazione occasionale.
Certo. Perché il legislatore vuole l'elemento innovativo. Io ho lavorato dal 2002 nel settore editoriale, poi decido di aprire la partita iva per lavorare come freelance alla confezione di centrini e pizzi di San Gallo.

Infine, l'aspetto davvero esilarante di tutta la questione è che i commercialisti non ci capiscono niente. Cioè, nessuno sa come vada interpretata davvero questa nuova legge. Si va a tentativi, e vediamo cosa succede.
La mia commercialista, per esempio, dice che posso provare a restare nel regime dei minimi, visto che non ho lavorato in editoria in modo continuativo. Ma potrebbe essere che, non so, tra 5 anni un aitante finanziere bussi alla mia porta per spiegarmi che non potevo farlo, e che devo pagare differenze e multe.
Peccato che io non abbia alcuna certezza di lavorare ancora, tra 5 anni, e neanche tra 5 mesi o tra 5 settimane, se per questo.
Grazie, sistema Italia.

ps. la parola "semiseria" nel titolo non vuol dire che è una cronaca per metà seria e per metà faceta. Vuol dire che è per metà seria e per metà tragica.






3 commenti:

  1. Ti capisco al 200%. Il dramma poi è che non si capisce cosa succederà per chi ha più di 35 anni (perché oltre i 35 anni non è permesso neanche essere precari) e non si capisce se chi ha aperto la piva dei minimi nel 2008 sia salvo nel 2012 come ultimo anno possibile o no. Che casino...

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  2. guarda, cerco di informarmi e leggo articoli online, ma mi fanno paura e mi viene l'angoscia...

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  3. giungo qui per caso e sono rimasta fulminata.
    Tu sei me (da leggere come un complimento, eh!)!
    Io sono te (da leggere come sopra!).
    Mi sa che facciamo davvero lo stesso lavoro - con gli stessi emozionanti guadagni e nota che non ho toccato la soddisfazione personale-

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