giovedì 20 dicembre 2012

Se fosse l'ultimo giorno

Non lo volevo fare, ma lo farò (si capisce che ho a mano un lavoro molto noioso?)
Dunque, se questo fosse davvero l'ultimo giorno dell'umanità, o anche solo il mio ultimo giorno, metti mai che Dio scendesse a patti e decidesse di colpirne uno per educarne 7 miliardi, e quell'uno fossi io.
Dicevo, se questo fosse l'ultimo giorno, quanti e quali rimpianti avrei? Tanti, che in effetti non mi basterebbe neppure un futuro sterminato per evitarli, ma andiamo con ordine (sparso):
1) sicuramente, tutto quello che concerne i miei figli. Che ve lo dico a fare?
2) non aver mai visto le balene, la monument valley, il Rio delle Amazzoni, la Grande Muraglia, la notte nel Sahara, i fiordi, e neppure la Valle d'Aosta, se per questo.
3) non essermi mai presa sul serio come scrittrice, volevo dire scrittrice, insomma quella cosa che non riesco neppure a pronunciare
4) non aver mai avuto il coraggio di farmi biondo platino e mettere le lenti a contatto azzurre
5) non aver finito il libro che sto leggendo e non sapere come va a finire (non è vero, lo so già, perché quando un libro mi prende molto e mi affeziono ai personaggi voglio sapere subito se sopravviveranno, e spulcio le pagine finali. E il libro che sto leggendo è La Storia di Elsa Morante, e finisce malissimo, ve lo dico subito)
6) non aver avuto una casa con il giardino e tanti cani e gatti (ma soprattutto gatti)
7) non aver saputo se Beautiful avrebbe potuto continuare anche senza Ridge
8) non aver mai potuto cantare da un palco, con il vestito tutto luccicante e i riflettori e gli sguardi rapiti degli astanti
ecc ecc
quanti rimpianti

però nel frattempo non sono rimasta inoperosa, eh? La lista dei rimpianti sarebbe stata molto più lunga dieci, o anche solo cinque, o due anni fa... Insomma, nel frattempo mi sono messa un po' avanti coi lavori.
Per esempio, ve l'avevo detto che mi sono iscritta a Zumba? Sì, ve l'avevo detto, era una domanda retorica. Ebbene, dopo un paio di mesi ho sempre la grazia e la disinvoltura di un pino loricato, ma come mi diverto! Il fatto è che tra i miei grandi rimpianti c'è quello di non aver mai avuto il minimo talento danzar-canterino, io che avrei tanto voluto essere come quelli di Saranno famosi, ve li ricordate?

Che pure Doris, che era brutta, poveretta, ma brutta... aveva però una voce! e sapeva ballare!
E uno metteva la musica e tutti ballavano, sui tavoli, contro la macchinetta del caffè, sotto la cattedra, coordinati e perfetti, una coreografia improvvisata ma impeccabile. 
Eh, io a Zumba mi sento così! Finalmente anch'io ballo in un gruppo. Vabbe' magari mentre le altre saltano sul piede sinistro io salto su quello destro, magari mentre loro fanno mambo avanti e indietro io lo faccio solo avanti, ma nessuno mi dice niente e io posso continuare a sentirmi come Doris!

E poi Anna stamattina mi ha detto, mentre cantavamo in macchina: "Lo sai mamma che hai la voce di una principessa?" E io: "Quando canto?" "Quando canti hai la voce di una principessa che canta, e quando parli la voce di una principessa che parla". E adesso non mi dite che è ovvio, che per un figlio la voce della mamma è bellissima anche quando è stonata come un pavone... Io il complimento me lo tengo, e... Doris, rosica!

E insomma, qualche soddisfazione bisogna togliersela, che il mondo magari non finirà, ma noi tutti prima o poi sì.




giovedì 13 dicembre 2012

Lo sport adatto a noi

Ci abbiamo provato con il nuoto. I migliori amici di Diego cominciavano il corso in piscina, sezione "Cavallucci marini". Un grande entusiasmo, che contagia anche la sorrellina: tutti a comprare borsoni, infradito, cuffie e mute. Pagato il dovuto e attrezzati come sommozzatori, iniziamo l'avventura. Che si conclude a metà della prima ora per Anna, e all'inizio del secondo quadrimestre per Diego.
Archiviato il nuoto, non fa per noi.
Ci abbiamo riprovato con il calcio. I migliori amici di Diego cominciavano un corso propedeutico, senza partite, senza tornei, puro gioco di palla. Anche qui grande entusiasmo. A parole. In pratica Diego si è rifiutato di fare la prova gratuita e perfino di assistere a un allenamento, tanto per farsi un'idea. Sembrava che intorno al campo ci fosse una forza arcana che lo respingesse.
Archiviato il calcio, neppure quello fa per noi.
Ci abbiamo riprovato con il karate. Questa volta su iniziativa di Diego, che non vedeva l'ora di sferrare a destra e a manca colpi micidiali, come i suoi eroi della tv. Di nuovo grande entusiasmo. Il primo giorno. Il secondo giorno, qualche tentennamento. Il terzo giorno un po' di lacrime. Il quarto giorno, lacrime, rifiuto, ripensamento, poi di nuovo lacrime e rifiuti e ripensamenti finché alla fine l'ho portato via.
"Insomma, Diego, non sei obbligato a fare karate! Lo fai se ti diverti, altrimenti non ha senso!"
"Ma io mi vergogno a essere l'unico bambino che non fa sport!"
...
E io a fargli capire che non c'è niente di male, che ognuno di noi è diverso, non tutti abbiamo le stesse inclinazioni. Che è sbagliato cercare di essere ciò che non si è, per compiacere qualcuno o per non sfigurare. Che bisogna sempre essere sinceri con se stessi. 

Adesso, però, pare che ce l'abbiamo fatta. Abbiamo scoperto lo sport adatto a Diego. Uno sport duro, che assorbe ogni attimo libero, che richiede concentrazione e dedizione totale: la lettura competitiva.
Siamo già al livello agonistico, eh. Diego e il suo compagno di classe, E., sono in gara a chi finisce prima i volumi di Geronimo Stilton nel Regno della Fantasia. Il primo volume ha portato via un paio di settimane, il secondo è stato divorato in meno di 4 giorni, tanto alto era il livello della sfida. Domenica ci siamo incontrati per caso in libreria, le due famiglie al completo, per provvedere all'equipaggiamento dei due concorrenti. Oggi pomeriggio, dato il rapido esaurimento del secondo volume, è richiesta d'urgenza una nuova incursione in libreria per l'acquisto del terzo.

Avrei dovuto capirlo già da tempo, che questo era lo sport adatto a mio figlio. Già a 5 anni si esibiva spontaneamente in saggi di lettura acrobatica, da sinistra verso destra, da destra verso sinistra e anche dall'alto. Oggi questo talento innato ha trovato un antagonista e uno sfogo virtuoso.

Andrebbe tutto benissimo se non fosse che:
-ogni volume costa 23 euro e il ciclo è composto da 8 volumi
-con il fisico da lettore, seppure acrobatico e competitivo, si cucca poco, e io già me lo vedo mio figlio con le ragnatele a fare la muffa in biblioteca mentre i suoi amici se la spassano ad abbronzarsi e a scolpirsi i muscoli in tornei di beach volley.

Vabbe' almeno diamo una mano al comparto editoriale, che è in crisi...


Sotto: il ritratto della felicità




mercoledì 28 novembre 2012

Dove lo metto?

La memoria, se mi passate la metafora un po' trita, è come un enorme labirinto all'interno del quale è facile perdersi e perdere. Libri, versi, nomi, esperienze, visi, sono lì, abbandonati dietro a un angolo, e per quanto giri, rigiri e ti affanni, non riesci a ritornarci.
In questo labirinto è più facile lasciarsi guidare da un odore che da uno schema. Nessun esercizio mnemonico è altrettanto efficace di una parola rimasta non detta per tanto tempo. Non esistono mappe, ma solo improvvise epifanie, e niente garantisce di poter ritrovare proprio quella cosa lì, quella che stavi cercando. Men che meno riesci a ritrovare quello che neppure ricordi di aver perduto.
Da quando sono diventata mamma questa cosa un po' mi assilla, perché anche se porti sempre con te la macchina fotografica e la videocamera (ehm, c'è pure chi le dimentica, o le porta completamente scariche, ma è un'altra storia), anche se tieni un diario puntuale, anche se ti diverti a rievocare con i bimbi pezzetti del loro minuscolo passato, comunque sai che molto - quasi tutto - verrà trascinato via dalla corrente, e si ammucchierà dietro quell'angoletto buio del labirinto, da cui sarà impossibile stanarlo.
Sono giorni, per esempio, che mi riprometto di fissare da qualche parte una sensazione che non volevo andasse perduta. Dove lo metto questo episodio, che vorrei candidare a ricordo?
Un blog è certamente uno strumento furbo cui affidarsi, con il suo sistema di archiviazione ben congegnato e razionale, ma tutto dipende dalle capacità evocative della scrittura (e mi mangerei le mani per tutte le parole che mi rimangono in punta di polpastrello, per la mia incapacità di dire) e anche dall'assiduità... Insomma, due cose in cui difetto parecchio.
Qualche settimana fa, mentre sedevo accanto al lettino dei bimbi, Anna si è tirata a sedere e con voce incerta mi ha chiesto: "Mamma, posso venire a dormire con te?"
"Ma no piccolina, stai nel tuo letto. C'è Diego... (perché ultimamente il primogenito ha ottenuto di lasciare la parte alta del letto a castello, dove si sente solo, per dormire sotto insieme alla sorella)"
"Per favore" insiste lei "ho paura che muoro stanotte"
"Hai paura che io muoia?"
"No, che muoro io!"
Mi viene un po' da ridere per la storpiatura, ma intuisco che non è il solito capriccio per fugare la nanna, quindi evito e cerco di restare seria.
"Ma figurati! I bambini non muoiono mica così!"
Anna si sdraia, ma dopo poco riapre gli occhi.
"Mamma, ma se uno mangia il mercurio muore?"
"Eh be' sì. È molto velenoso"
"E se ne mangia poco?"
"Se ne mangia poco magari non muore, però fa molto male"
"Gli devono tagliare un dito?"
(giorni prima Anna aveva fatto cadere un termometro e il mercurio si era sparso per la cucina. Tra i rimproveri, per farle capire la gravità, le avevamo raccontato di una persona che si era tagliata con un termometro, finendo con il dito amputato)
"Dipende. Se si ferisce, può capitare"
"E dopo muore?"
"Cosa c'è? Perché mi chiedi queste cose?"
Anna si tira di nuovo a sedere e scoppia in lacrime.
"Perché io ho mangiato il mercurio! C'era una pallina qui sulla coperta e l'ho messa in bocca, e ho sentito che era dolce!"
Quella sua faccina angosciata, quelle sue lacrime, la voce con cui mi rivelava quel segreto inconfessabile... Ecco la prima sensazione, di tenerezza infinita.
"Ma no, non può essere il mercurio. È successo tanti giorni fa, e abbiamo pulito e ripulito. Non ci sono più palline in giro" le ho spiegato. E poi le ho detto che cos'era quella pallina, secondo me: un granulino omeopatico. E poi le ho comunque ribadito che non bisogna mettere in bocca le cose, che non era successo niente di grave, ma doveva stare attenta per le prossime volte, e via così.
Alla fine si è sdraiata. Ha smesso di piangere e si è rilassata alle mie carezze e alle mie parole.
Mi sono sentita mamma.
Ecco la seconda sensazione. Sentirsi materna e protettiva, materna e rassicurante. Percepire la sua fiducia in me, vedere la sua angoscia placarsi, la tensione sciogliersi, perché io ero lì e avevo saputo confortarla. Davanti a una paura così grande, lei si era affidata, e io avevo saputo accoglierla.
Non mi capita spesso. Di solito mi sento molto incapace, molto poco materna, più egoista che protettiva, più nevrotica che positiva.
Ma quella sera lei era così tenera...
Quindi alla fine ce l'ho fatta a trovare qualche minuto per appuntare queste memorie, ma sarò stata in grado di rievocare quella sensazione, oppure ricorderò solo l'episodio, come una scenetta di vita familiare?
Mi capiterà di nuovo di sentirmi così? Sarò in grado di ricordare come ci si sente quando si riesce a restituire tranquillità a un bambino? E com'è bello avere un bambino da consolare, e com'è bello poterlo fare perché i suoi problemi sono piccoli, e anche perché io sono la mamma, e ho il potere consolatorio delle madri?

martedì 20 novembre 2012

L'orgoglio di Milano

Gentile assessore Boeri,

Lei ha dichiarato che l'industria editoriale rappresenta uno degli orgogli di Milano.
Lo sono anche i lavoratori precari che tengono in vita quel mondo? È chiaro che lei non ha idea di quali siano le condizioni economiche e lavorative che le case editrici milanesi, piccole e grandi, impongono ai tanti precari che assicurano gran parte della produzione editoriale.

Caro assessore, le chiedo di documentarsi, e vedrà che sarà costretto a rivedere almeno in parte, e spero a ritrattare pubblicamente, la sua affermazione, perché l'editoria è uno dei settori che più sta deprimendo le aspettative e i talenti di centinaia di lavoratori della conoscenza, giovani e non.

Cordialmente,
Rete Redattori Precari

[con preghiera di invio via e-mail all'indirizzo: assessore.boeri@comune.milano.it]







lunedì 22 ottobre 2012

Postumi

Venerdì notte mi sveglio in preda a dolori lancinanti al ventre. Prendo una pastiglia dopo l'altra, mi metto in ammollo in un bagno caldo alle 5 del mattino, mi faccio fare una tisana alla calendula... niente.
Telefono alla dottoressa che mi chiede se sono incinta (il che è certamente un'ipotesi migliore rispetto a quella di una malattia fulminante, ma comunque è abbastanza spaventosa). Passo la mattina al pronto soccorso e il resto della giornata attaccata alla borsa dell'acqua calda. Dopo 2 spididol, 2 buscopan, 2 tachipirine e 1 bustina di oki in meno di 18 ore comincio a stare meglio, ma devo rinunciare a una bella serata tra amici.
Sabato partecipo a un evento che attendo da settimane, il grande incontro con i miei colleghi di università che accorrono da tutta Italia (e alcuni anche dall'estero) per festeggiare i 18 anni dal nostro primo giorno di scuola, e io sono stordita dai farmaci, ancora deboluccia e incerta sulle gambe, e non riesco a godermi la serata come avrei voluto. Faccio comunque le ore piccole, e il giorno dopo mi attende la festa pantagruelica per i 60 anni di mia suocera. Nel frattempo le mie viscere hanno messo a punto il piano di rigetto dell'intossicazione da farmaci, dando il peggio di sé.
Cosa poteva capitarmi dopo tutto ciò?
Avete presente la classica scena in cui uno è a Las Vegas, passa la notte tra gioco d'azzardo e alcool e la mattina dopo si sveglia e si ritrova sposato con una biondina vestita da coniglietta?
Ecco, a me è successa una cosa simile.
Mi sono ritrovata iscritta a un corso di zumba!

lunedì 15 ottobre 2012

Ma capita anche a voi...

Ma capita anche a voi, di vergognarvi quando mandate in giro curricula o lettere di presentazione?
Io mi sento come se fossi seduta davanti a un supermercato con il cappello teso, il cagnolino comatoso sulle ginocchia e il cartone di tavernello. Insomma, mi pare di mendicare un lavoro!
Questo è un periodo in cui sono occupata solo per mezza giornata, e nel tempo che rimane mi è venuta l'idea di mandare un po' di lettere di presentazione in giro. Perché ho già commesso in passato l'errore di sentirmi tranquilla, "coperta", per poi rendermi conto che basta pochissimo per ritrovarsi a piedi.
Naturalmente nessuna risposta, a parte quelle che vengono mandate in automatico, dove cambiano solo il nome: "Grazie per averci inviato il suo curriculum"
No, il curriculum non ve l'ho mandato, era una semplice letterina di 3 righe.
Ma perché quell'aria furtiva mentre spulcio siti Internet? Ma perché quell'esitazione prima di premere il tasto invio?
Non sto mica scrivendo "Ti amo pikkola" sui piloni di un cavalcavia... Non sto mica buttando la lattina di coca sull'aiuola... Non mi sto mica scaccolando alla fermata dell'autobus...
Insomma, non c'è niente di socialmente riprovevole nel cercare lavoro, o clienti, o partner.
Pare brutto? Le vere signore non lo fanno?
E allora le vere signore come si procurano un lavoro? Chiedono al fratello dello zio del tabaccaio? Lasciano intendere, così en passant, che sarebbe bello avere qualcosina da fare, giusto per ammazzare il tempo, e allora magari se puoi mettere una buona parola...
Mettiamo che io ci voglia credere davvero, a questa cosa del liberoprofessionismo, come faccio a trovare nuovi clienti, sedermi davanti alla loro scrivania, chiacchierare del più e del meno e salutarli con un cortese arrivederci?

Perché me l'immagino la scena. Ricevono la mail da pincapallina@pallinapinca.it, oggetto Proposta di collaborazione, e pensano:
1) Chi la conosce questa?
2) Tasto destro>Delete

No, davvero, è una domanda. Come si fa a essere presi sul serio?
Perché, se invii il curriculum, sembra che in allegato mandi il messaggio «Non valgo niente, nessuno può raccomandarmi, ma sono alla canna del gas e per fortuna che non ho pagato la bolletta e il gas me l'hanno staccato»

Ho pensato che potrei scrivere e-mail con questo oggetto, giusto per non spaventarli:






mercoledì 10 ottobre 2012

Caro figlio

Giorni fa, in uno di quei vuoti che il lavoro dà e il lavoro prende, mi sono ritrovata ad ascoltare in modo compulsivo questa canzone di Ivan Della Mea, nella versione cantata da Cisco:
http://www.youtube.com/watch?v=CyhSwJVkF3U
Viene spontaeno misurare la distanza tra quelle parole e la nostra condizione di lavoratori precari... Una distanza materiale, strutturale, esitenziale. Eppure, considerando che è del 1966, mi sorprende come - in fondo - sia allo stesso tempo una canzone attualissima.
Certo, quelli erano gli anni Sessanta. Gli anni della crescita economica, mentre i nostri sono gli anni della crisi. Il lavoro esisteva sostanzialmente in due sole forme, quello nero e quello dipendente, mentre oggi spaziamo tra una quarantina di tipologie contrattuali diverse.
Quelli erano i tempi di Agnelli, questi sono i tempi di Briatore e Pier Silvio Berlusconi. Là c'era un padrone, anello di una dinastia, potente come un monarca. Oggi abbiamo amministratori delegati, presidenti, spesso figli di papà, ma possibilmente in incognito.
Quegli erano gli anni in cui i lavoratori avevano la potenza di un esercito, una forza che li portò a imporre lo Statuto che ne sanciva i diritti... Oggi i lavoratori sono prima di tutto consumatori, se va bene elettori, in qualche rarissimo caso possono essere anche militanti. Ma non sono più una compagine.
Il personaggio della canzone viene licenziato (gli viene addirittura riconosciuta la liquidazione!). Oggi sei semplicemente un lavoratore a scadenza, finito il periodo d'uso non c'è neppure bisogno di un arrivederci.
Ma la differenza principale, forse, è tutta nella frase "ho scioperato per la difesa del mio sindacato". All'epoca il sindacato era davvero una cosa "mia", l'insieme di cui facevo parte in quanto lavoratore. Oggi, nella migliore delle ipotesi, il sindacato è un soggetto estraneo cui posso decidere di aderire, più o meno convintamente.
Cosa è successo nel frattempo?
L'esempio di Briatore credo renda bene l'idea: quest'uomo, condannato per truffa e sfuggito al carcere con la latitanza, riconosciuto colpevole di evasione fiscale ecc ecc ecc, è oggi protagonista di un reality show, The Apprentice (http://www.youtube.com/watch?v=HMPTmDnikeY), dove, se ho capito bene, dovrebbe fungere da maestro per aspiranti top manager.
C'è qualcosa che si presta a rappresentare meglio la classe dirigente di questo Paese? Credo che nella sua spudorata sfacciataggine, la presenza di quell'uomo in quel programma di fatto dica chiaro e tondo: "Moralità? Inutile se non dannosa. Onestà? Peggio che peggio. Idealità? La cerco sul dizionario. Se vuoi fare carriera devi essere un abile approfittatore, e pazienza se questo significa calpestare leggi e persone".
Oggi tutti hanno ben chiara la pochezza della classe politica, ma forse non è altrettanto diffusa la consapevolezza che il disastro in cui ci troviamo è opera anche di una classe dirigente incapace (se va bene), priva di una visione di insieme, disposta a passare sul corpo di intere generazioni pur di veder salire la quotazione in borsa e il margine di profitto. Corrotti, i politici, corruttori gli altri: l'habitat ideale per la mafia. E non sto pensando "solo" alla mafia in senso classico, quella delle cosche, degli affiliati, del pizzo e delle stragi. Penso alla mafia diffusa, all'impunità diffusa.
L'esistenza stessa del precariato, così come lo conosciamo oggi, è il risultato - allo stesso tempo - di leggi sbagliate e di elusione di quelle stesse leggi. Perché se dal pacchetto Treu fino alla riforma Biagi, per arrivare alla riforma Fornero, il legislatore non ne ha azzeccata una, spingendo verso una riduzione progressiva e inesorabile dei diritti, dall'altra parte c'è stato chi ha abilmente rigirato la normativa, trovando le scappatoie per acquistare lavoratori a basso prezzo e senza alcun tipo di tutela.
E a fronte di tutto questo, che lavoratori siamo, noi? Quanto siamo disposti a incassare, tra umiliazioni e privazioni di diritti? Fino a che punto siamo capaci di tollerare il capestro del ricatto, a renderci complici del nostro stesso assassinio?
Non nascondiamoci le nostre colpe (generazionali, non solo individuali): ci aggrappiamo al lavoro che ci viene "concesso" quasi come un pasto alla mensa dei poveri, non protestiamo, facciamo i bravi, i remissivi, perché il terrore di ritrovarci in mezzo a una strada è paralizzante. Accettiamo contratti palesemente illeciti, perché sottostiamo al ricatto più immorale: o questo, o la disoccupazione.
Parlo di me, parlo dei miei colleghi, dei miei amici. Sono pochissimi quelli che tentano di alzare timidamente la testa.
Ecco perché la canzone di Della Mea è ritornata attuale: oggi siamo di nuovo nella condizione di quel lavoratore che perde il lavoro perché ha scioperato. Nel frattempo, molto semplicemente, i diritti per cui quella generazione ha lottato sono stati espunti, cancellati.
Siamo da capo, insomma.
E allora, caro figlio, vieni a sentire. È giusto che tu sappia che mondo si prepara per te. Ascolta quello che devo dirti.
Allora come adesso, abbiamo solo due cose da perdere: il lavoro e la dignità.
Se devo scegliere, io preferisco perdere il lavoro.



giovedì 4 ottobre 2012

Tra Carl Barks e Karl Marx

Ecco, se qualcuno mi chiedesse di tracciare il mio orizzonte culturale, non esiterei un istante a piazzarlo lì, in quella felice assonanza: da Carl Barks a Karl Marx...
Sembra una delle mie solite scemenze, ma non lo è (chi pensa che di solito dico scemenze? ti ho sentito, sai?).
Certo, i due illustri personaggi potrebbero trovare poco rispettoso l'accostamento.
Non so molto delle idee politiche di Barks, ma era pur sempre un americano puro, il principale erede di quel Walt Disney intorno al quale girano tante leggende che lo vogliono irriducibile anticomunista, se non addirittura agente della Cia.
E non so nulla della propensione all'ironia di Marx, non ho alcuna ipotesi su come potrebbe reagire nel vedere accostata la sua immagine di insigne filosofo a quella dell'uomo dei paperi.
Certo, è una contraddizione anche per me. Ma sono pur sempre figlia del secolo breve: carne e sangue di stirpe comunista da generazioni, ma allevata e nutrita dall'industria culturale americana.
E insomma, così come mi commuovo ogni volta che ascolto la canzone del fiero partigian, o leggo le gesta epiche dei lavoratori in rivolta, allo stesso modo mi intenerisco di fronte al tenerissimo amore di Paperone per il denaro, e sorrido e solidarizzo con le sventure di Paperino.
Naturalmente è più semplice proclamarsi ammiratrice di Barks che di Marx, visto che il secondo è così terribilmente fuorimoda. E ammetto anche di aver letto molto di più (o di aver capito molto di più) Barks che Marx. Ci ho provato a leggerlo, Il Capitale... Sono arrivata quasi a metà. Poi ho deciso che non avevo mai ucciso nessuno e che quindi non c'era ragione di soffrire così. Mi accontento di farmelo spiegare dagli altri. Mi fido, diciamo.
Tanto per me il comunismo è come il mare per le tartarughe. Avete presente le tartarughine appena uscite dall'uovo, che subito, facendosi strada a fatica nella sabbia, si dirigono d'istinto verso l'acqua? E che vengono spesso ributtate a riva dalle onde, ma insistono e insistono, perché è là che devono andare?
Precisamente: per me il comunismo è così. Ben prima di un'adesione ragionata è un impulso irresistibile.
Detto questo, la mia matrice comunista è anche una delle cause della mia insonnia.
Infatti, quando calano le tenebre, quando il dolce letto mi accoglie con le sue promesse di generosi sonni e conforto, ecco che vengo assalita da due generi di fantasmi: le disgrazie che riguardano i bambini e le ansie cosmiche. Delle disgrazie non voglio parlare. Delle ansie cosmiche posso dire che sono in buona parte legate al mio sentirmi addosso il carico di tutte le colpe dell'umanità: la fame, la guerra, lo sfacelo ambientale... Ecco Marx che mi spiega il perché e il come di tutto il male del mondo, eccolo che rinfocola la mia rabbia, che mi guarda con severo cipiglio e mi rimprovera: "come puoi startene lì, al calduccio nella tua bella casetta, mentre l'ingiustizia imperversa sulla Terra?"
Eh, Karl, come posso? Devo pur dormire anch'io...
Allora arriva in soccorso lui, il mite e sollecito Carl. Lui e tutta la sua genia di fumettisti, che con le loro avventure ridenti cacciano via gli spettri.
Non sono in grado di dormire senza Topolino, o meglio ancora una corposa raccolta di storie marchiate Disney. I personaggi di Barks, (quelli creati da lui stesso, come Paperone, o quelli ai quali ha impresso la loro definitiva personalità, come Paperino) mi posano le loro zampette palmate sulla fronte e mi accompagnano lievemente nella notte.
Le storie Disney sono, per me, come il ciuccio per i bambini. Se non ho una scorta di fumetti non riesco a chiudere occhio. Nessuna lettura ha lo stesso potere, neppure la più noiosa. Neppure Il Capitale, per dire.
Bene, ora i miei più incoffessabili segreti sono di pubblico dominio, ma visto che questo è uno dei blog meno visitati della Rete direi che la mia reputazione è al sicuro.
Ai miei pochi e fedeli lettori volevo però chiedere un favore. Ho appena messo online un sito ad personam su me medesima, in versione professional. Eccolo qua: www.studiograffe.it
Sareste così gentili da visitarlo? Ho bisogno di sapere se:
1) funziona tutto, link ed effetti speciali compresi (creare siti Internet non è il mio mestiere)
2) si vedono cose strane, tipo fiorellini sopra le parole, apine che svolazzano dove non importa ecc...
3) sembra troppo autocelebrativo, che a me 'sto sito serve, però pure mi mette a disagio
Grazie


giovedì 20 settembre 2012

Respira, pensa a un punto lontano all'orizzonte

Allora, domani devo partire per Castiglione della Pescaia, per un laboratorio/presentazione del mio librino, Apriti cielo!, che, per quanto piccino e di poche pretese, mi sta dando grandi soddisfazioni.
Intanto, mi sta portando in giro per l'Italia, aggratis, e scusate se è poco :)
Il fatto è che, accanto alla soddisfazione, c'è anche questo pensierino caparbio e fastidiosissimo, che mi tormenta come una mosca (avete presente quella mosca che si sveglia all'alba ed è convinta che tutti debbano fare lo stesso? avete presente quella mosca che vi si appoggia sulle labbra, sul naso, sugli occhi, proprio mentre state sorpassando una fila di camion in autostrada? ecco, così). Il pensierino che dice: "ma io, che ci faccio qui?"
E quanto più l'evento è prestigioso e di richiamo, quanto più mi sento impaurita e sinceramente inadeguata.
Stavolta, per esempio, mi mandano a LibriTutti. A me. Io. Insieme a Scrittori con la S maiuscola, che hanno all'attivo uno sproposito di titoli, premi, esperienze, competenze...
Insomma: me la fifo, come si dice dalle mie parti.
Mi sento ributtata indietro di anni, ai fatidici giorni prima degli esami... A tutti i "la so ma quando poi sono lì non mi viene", "scappo", "mi fingo malata", "dico che è morta la nonna" ecc...
E allora, quando studiavo, passavo l'ultimo giorno a ripetere, ripetere, ripetere. Cercavo proprio quel collegamento che poteva essermi sfuggito, l'estremo approfondimento che magari non avevo preso in considerazione, mi davo da fare fino alla fine.
Ma ero giovane.
Ora non ce la faccio più. E infatti non potrei più tornare a dare esami e magari prendermi la seconda laurea, come fanno tanti miei coraggiosi amici.
Adesso, il giorno prima dell'esame, ovvero della partenza, sono qui che stendo la lista delle cose indispensabili da portare via, e mi arrovello. Perché, a parte alcune certezze, tipo il caricabatterie e il Topolino per dormire (ne ho mai parlato? ne parlerò) rimane una voragine di incognite. Ecco quindi la lista:
Caricabatterie cell.
Topolino
Biglietti treno
Macchina fotografica
Latte detergente
Mutande (me le scordo sempre)
Pigiama (pure)
Jeans
Maglietta fiorellini?
Coprispalle nero?
Coprispalle verde?
Orecchini argento + bracciale + collana?
Maglietta grigia oppure camicia a fantasia marrone oppure...
Ma se maglietta grigia allora collana e orecchini turchese
ma se camicia allora collana rossa/gialla e orecchini...?
E se maglietta a fiori smalto arancio ma se maglietta grigia?
Ecco, così
Come perdere tempo per non pensare, e spostare sull'abbigliamento l'ansia da prestazione.

Che poi, quando sono lì, apro la valigia e scopro, con sconforto, che non so cosa mettermi e ho sbagliato tutti gli abbinamenti. E che ho scordato le mutande.






martedì 11 settembre 2012

Materiale da meditazione

«Non è vero che il tempo passa in fretta, come dicono i vecchi...» mi dice Anna, con i suoi grandi occhioni scuri e indagatori.

Si aspetta una risposta... io non so che dire. 
È proprio così: il tempo sembra subire un'accelerazione, con l'avanzare dell'età.
Ricordo le lunghe, lunghe, lunghe giornate di quando ero bambina. Di gioco, e anche di noia. Mi pare impossibile che fossero composte da 24 ore esattamente come quelle di adesso.
L'impressione è quella di una discesa, in cui si acquista velocità mano a mano che si rotola giù.
Ha ragione Anna: questa idea che il tempo passi in fretta è una cosa da vecchi. C'è da riflettere un bel po'...

«Perché dicono così, mamma?» incalza lei, che sta aspettando ancora un mio commento.
«Eh, perché i vecchi... Quando sei vecchio... Non lo so...» ammetto. È quasi mezzanotte, bambina mia, e abbiamo avuto amici a cena, e c'è tutta la roba da sistemare, e tu sei seduta sul water.
Ma com'è che ai miei figli il momento della cacca ispira sempre grandi riflessioni filosofiche?

martedì 4 settembre 2012

Non urlo

Che poi è il secondo capitolo di: Urlo.
Perché a tutto c'è un limite. E se non c'è bisogna mettercelo.
Nel mio caso, più di mille buoni propositi, è stato efficace lavorare con le finestre aperte. Perché le finestre aperte sono delle spione, delle pettegole cui non sfugge niente. Meno che mai può sfuggire loro una mamma che urla contro i suoi figli, in un complesso di case tutte così vicine.
Urla beluine, isteriche, odiose, proprio come le mie, ma non ero io.
C'è questa tipa che abita praticamente di fronte, che ha due bimbi, di cui uno neonato e l'altro molto piccolo (almeno, questo è quello che sono riuscita a decifrare). Questa donna io non lo so che problemi ha, ma urla. Il bambino piange e lei gli grida di smetterla. Il bambino dice qualcosa e lei gli risponde gridando. Lo senti che non sono urla sane. Intanto perché sono troppo frequenti, e poi perché hanno quella nota stonata, quel "di più" di rabbia che non è necessaria con un bambino.
È l'unica in tutto il complesso di condomini a urlare così, per quello che ne so. 
L'unica a parte me.
Perché anch'io mi lascio spesso andare a scoppi d'ira al massimo dei decibel. 
Ma adesso non più.
Ho fatto un fioretto.
Perché sentire quella donna e le sue grida è stato come sentire me stessa. E il disprezzo che istintivamente ho provato per lei l'ho provato anche per me.
Insomma, per me è stata una terapia. Mo' basta.
Eh, non è facile come sembra. I bambini ce la mettono tutta per farmi perdere le staffe, la stanchezza si accumula, il complesso di preoccupazioni, esaltazioni, carichi emotivi, fatica psichica, bisogni inespressi è tanto e tale che a volte mi sembra di non riuscire a contenerlo.
E allora, da una settimana a questa parte, mi impongo il controllo. Perché le urla non hanno un fine educativo, non hanno alcuna utilità se non lo sfogo di una rabbia che spesso con i bimbi c'entra poco o nulla. E questo io lo so, e lo sapevo anche prima, solo che prima non avevo "sentito" l'effetto che fa. Ed è brutto. Proprio brutto.
E io non voglio essere una pazza isterica.
Sento che posso farcela, basta contare fino a 3, respirare, guardarsi dall'esterno, respirare, pensare ai bimbi come ti apparivano appena 5 minuti fa, piccoli e tenerotti, contare ancora fino a 3.
Non è che ci riesco sempre, ma ho abbassato i decibel.
Ce la farò? Ce la voglio fare.
Ma voi, mamme e donne all'ascolto, pure voi urlate?
Che ne dite di una bella terapia di gruppo?




mercoledì 29 agosto 2012

Biancaneve? Si scansi, prego

Attenzione, spoiler. 
Che poi c'è poco da spoilerare, perché la storia la sappiamo tutti: la regina cattiva, la principessa bella e buona, i sette nani, la mela avvelenata e il bacio del bel principe. 
Sto parlando di Biancaneve e il cacciatore, che ho visto giusto ieri sera, e sul quale continuo a rimuginare. Perché alla fatidica domanda: "Ti è piaciuto?" non so bene cosa rispondere.
Insomma, per chi come me è cresciuto a pane e film americani, c'è una sorta di assuefazione: il linguaggio, lo stile di recitazione, il montaggio... è tutto talmente "introiettato" che si fa fatica a giudicare. Un po' come le riunioni di famiglia: sono sempre uguali, stesse facce e stessi argomenti, ma ti fanno sentire a tuo agio, coccolato e tranquillo. Niente di grave può sconvolgerti.
Ma veniamo allo spoiler.
Intanto, nota generale, i dialoghi. Il 75% del film è fatto di "Uh" "Ah" "AAAH" "Argh!". Per fortuna che c'è la regina, che è un po' più loquace...
La trama.
C'è da dire che il povero Sanders è arrivato un po' tardi. Diciamocelo, se questa sua Biancaneve fosse uscita qualche anno fa (quando il termine di paragone era quella mielosa e tutta vezzi del defunto Walt) una principessa in cotta di maglia, con le unghie sporche e gli stivali di pelle, che impugna la spada e cavalca alla testa di un'armata di maschioni sarebbe stata rivoluzionaria. Sfortunatamente, nel mezzo c'è stato molto altro, tra cui il quasi contemporaneo Biancaneve con Julia Roberts, ma anche Rapunzel e Alice in Wonderland, per citare solo i riferimenti diretti.
Di Rapunzel ho già parlato, per dire che è uno dei miei film di animazione (ma non solo) preferiti. E il paragone viene immediato. Rapunzel, per esempio, ha dimostrato che una principessa può prendere in mano il proprio destino, ribellarsi, rendersi protagonista non solo in virtù del lignaggio o della bellezza, ma forte di sogni, talenti, grinta e forza di volontà. Questa Biancaneve invece è predestinata, e nel film lo si ripete in continuazione. Non ha nessun merito: è nata bella e figlia di re, il suo destino è uno solo e a lei non resta che assecondarlo. In questo non è differente dalla Biancaneve Disney, che si lascia condurre, salvare, ridestare, incoronare. Ma anche volendo giocare sul concetto di predestinazione, si poteva fare di meglio: l'Alice di Burton, per esempio, non è che la prenda bene questa cosa di sentirsi tutta la responsabilità addosso. Biancaneve ha l'aria di una che pensa: "qui mi hanno messo e qui sto".
La controparte maschile, il macho cacciatore, non può che far pensare a Flynn Ryder di Rapunzel. Ma anche qui l'attore umano ci perde, nel confronto. Ryder è irriverente, simpatico e sbruffone, disonesto e con una storia triste alle spalle, ma mai patetico. Il cacciatore invece è un monolito, e infatti non ha neppure un nome. Un gran belvedere, per la verità, ma fargli pronunciare due o tre frasi in più nel film non avrebbe guastato.
In comune, Ryder e il cacciatore, hanno un vero e proprio talento per il fashion. Il primo, con un  solo deciso colpo di coltello, regala a Rapunzel una pettinatura giovane e sbarazzina (con anche la tinta), e il secondo, con un solo deciso colpo di coltello, regala a Biancaneve un abitino prêt-à-porter, molto pratico per muoversi nella foresta ma anche molto stylish, con il gonnellino corto sui pantaloni in pelle e gli stivali al ginocchio.
L'unica che regge il confronto è la regina madre. E qui, tanto di cappello a Charlize Theron, che dimostra un fascino e una bravura davvero da applauso. Un movimento del suo sopraciglio vale più di tutta la prova recitativa di Kristen Stewart, che non cambia praticamente mai espressione. Mi permetto, caro Sanders: capisco che costei è l'idolo delle nuove generazioni e che il suo nome riempie i cinema, ma come ti è venuto in mente di metterla in questo ruolo? È ovvio che alla fine uno propende per la regina: la Stewart è seducente come un pacco di patatine.
Infine il duca William. Se qualcuno ha capito che c'entra, mi faccia sapere. Questo poveretto era amico di Biancaneve bambina, sono stati separati e lui ha vissuto con il rimorso di non averla salvata dalla regina, credendola morta. Quando scopre che è viva si getta nella mischia per ritrovarla. E però c'è il tenebroso cacciatore. Due uomini ad alto livello di testosterone, belli, barbuti e combattivi, e una principessa. Ovvio che lei dovrà scegliere... La situazione è ricca di spunti. Rivalità, lealtà, un nemico comune, la sfida alla morte ma anche all'amore.  Tutto questo, però, ce lo mette lo spettatore, perché la sceneggiatura non spreca una riga di dialogo. Il povero William ci fa quindi la figura di quello che è capitato lì per caso: ci avanzava, non sapevamo dove metterlo, è discreto e non sporca quindi lo abbiamo lasciato.
Insomma, mi è piaciuto? Ma sì, va'. In fondo questo film è come quei bravi ragazzi di buona famiglia, bonaccione, sportivo e ottimista, che si veste bene perché i soldi non gli mancano, non ha molto da dire ma siccome conosce i suoi limiti non parla troppo, alle feste è di compagnia, non esagera mai e puoi farti riaccompagnare a casa perché sai che guida piano e non ci proverà.
E un inchino alla regina.




venerdì 10 agosto 2012

Partenza!

Ora, al mio via, alzi la mano chi non ha mai pronunciato la frase: "Quest'anno in vacanza porto poca roba, che tanto poi ne uso la metà". Pronti? Via!
Lo sapevo, e infatti anch'io. Tutti gli anni uguale.
Poi: "Ok, per i bimbi ho finito. Però aspetta, non gli prendo una maglietta con le maniche lunghe, se viene freddo? Eh, ma se viene freddo e si sporcano? Ce ne vogliono due. Ma se viene freddo, ma solo un po'? Ci vuole il coprispalle. Ok, ho finito. No, ma gli ho preso solo le canottiere, per il giorno? Valà, prendo anche qualche maglietta, metti che tira un po' d'aria... Magari anche un paio di pantaloni lunghi, non si sa mai...Ecc." 
Risultato: un trolley pieno solo per loro.
Tuo marito ha preso davvero troppa roba. Ma davvero davvero, oggettivamente, proprio. Ma che fai, gli dici che ha esagerato? E se poi quando sei giù gli manca proprio quella mutanda? Proprio quella maglietta da abbinare a quei jeans? Lo sai con chi se la prenderà in quel caso, no?
Quindi zitta.
Cominci a preparare la tua roba, e naturalmente tu non esagererai. Mantieni un profilo basso. Pantaloncini e canottiere, e stop. Ma un momento! Non ho preso niente che si adatti ai miei orecchini nuovi in similoro anticato con inserto blu, e mica posso lasciarli a casa! Prendo questa maglietta. E però questa mica posso metterla con i pantaloni neri, vabbe', prendo anche quelli bianchi. E con le scarpe beige cosa metto? Non esiste che le lascio a casa, sono le più belle che ho. Allora ci vuole questa canotta. Eh sì, ma se poi è freddo? Anche questo coprispalle. Ah, ma allora devo prendere anche questa collana, che con questi colori mi piace tanto... E lo smaltino verde acqua? Fa troppo mare, non posso lasciarlo a casa. Allora prendo anche questo vestito, che è la morte sua..."

E questo è tutto (e non è poco).



martedì 31 luglio 2012

Mese caldo

Ne sono successe di cose, dall'ultimo post. Non è che la vita si ferma, solo perché non si ha il tempo di riversarla in un blog.
Avventure, emozioni, tragedie, scoperte straordinarie, scoperte raccapriccianti, incredibili svolte, esperienze indimenticabili... Quante cose possono succedere in poche settimane. Siete pronti? Vado a riferire.

Avventure: settimana scorsa sono stata in piscina con tutta la famiglia. Abbiamo fatto il bagnetto con e senza braccioli, e anche un po' di idromassaggio, in 20 mq di acqua, altezza massima 120 cm.

Emozioni: ci siamo concessi un sabato al mare, nella settimana più fredda dell'estate, ed è stato davvero entusiasmante evacuare la zona ombrellone 3 volte in 5 ore, a ogni minaccia di pioggia, e poi ritrovarsi sotto un'alluvione mentre si cercava di raggiungere a piedi una pizzeria, e poi rifugiarsi in 8 in una sola macchina, e parcheggiare proprio di fronte al comando della polizia municipale.

Tragedie: una misteriosa epidemia ha colpito gli elettrodomestici di casa. La scopa elettrica e la macchinetta del caffè ne sono state contagiate in rapida successione, e oggi le porterò entrambe all'ospedale. Nel frattempo, veglio con materna sollecitudine la lavatrice, per provvedere tempestivamente all'insorgere del primo sintomo.

Scoperte straordinarie: i gatti continuano a perdere pelo, tanto tanto tanto pelo (il che, contestualmente al malessere della scopa elettrica, aggiunge una nota di panico a ogni risveglio). Ma con il soffice manto ridotto della metà, si intravede la sagoma di un vero felino, con la parte dei fianchi più sottile rispetto a quella dell'addome. Dunque la trasformazione in sferoide adiposo non è ancora completa, malgrado gli 11 anni compiuti.

Scoperte raccapriccianti: dopo 4 anni, mi sono accorta di aver pagato l'acqua (fredda e calda) come se in casa vivesse una sola persona, quindi con le tariffe che si applicano agli sciuponi. Questo non solo collide con la mia concezione di economia domestica, ma è stato anche un duro colpo alla mia dignità di cittadina morigerata e responsabile.

Incredibili svolte: ho tagliato i capelli. (Ma solo un po')

Esperienze indimenticabili: venerdì, in un cinema all'aperto, ho visto un documentario su Giuseppe Dossetti. Qualcuno vuole il riassunto?


Sbalorditi? Senza parole? Eh, lo so... Un luglio davvero eccitante.

lunedì 9 luglio 2012

Siate con me...

Lunedì.*
Alla fine, questa settimana è iniziata. Una tra le più "provanti" della mia vita... Andiamo con ordine.
Lunedì. A parte il fatto che devo andare dal dentista, soffrire fisicamente ed economicamente,  oggi esce questo:




Ho cercato uno straccio di link, ma non c'è, quindi spero vi basti la mia parola. Si trova nelle edicole per tutto il mese di luglio, insieme a Resto del Carlino, Il Giorno, La Nazione a 5,90 euro (sulla copertina c'è scritto 8,90, ma è un deprecabile errore. Se l'edicolante fa il furbo, voi tirate fuori un'aria minacciosa e dite: "io so che tu sai!") 
Di questo libro ho partorito l'idea, delineato il progetto, scritto i contenuti, firmato l'introduzione. Naturalmente, non nel vuoto cosmico, ma con il fondamentale apporto della curatrice Caterina Ciccotti, la vera esperta in tema gourmet, e con la spassosa prefazione di Militello. Si tratta di un ricettario per uomini che per arrivare al frigo hanno bisogno del navigatore, che per accendere un fornello leggono le istruzioni, ma che hanno voglia di stupire, di affascinare attraverso il cibo e, quindi, di imparare.
Lo sento molto mio, questo libro, anche se è così diverso da tutte le altre mie creature, e comunque mi pagano i diritti... Quindi compratelo e fatelo comprare!
Poi.
Martedì. Come Rerepre, incontreremo insieme al sindacato una delegazione di padroni. Io già mi immagino scene tipo questa


Mercoledì. Ceretta. Vabbe', non fa molto cool, ma volevo essere precisa.
Giovedì. Me ne parto alla volta di Viterbo per partecipare a Senza Caffeina, nell'ambito di




un bellissimo evento all'interno del quale devo presentare Apriti cielo!. Ed è proprio il caso di dire: che il cielo mi assista! 
Sono solo un pochino, lievemente, appena appena terrorizzata.
Devo intrattenere famiglie intere per più di un'ora! Possibilmente devo interessarle al mio libro, far divertire i bambini, renderli curiosi nei confronti del tema e mandarli a casa con il sorriso sulle labbra. Eh, sì, come no! Non sono mica la Littizzetto! Non sono mica Serena Dandini! Non sono nemmeno Viky di Viky Tv!
Se sopravviverò a quella serata, venerdì me ne torno a casa giusto in tempo per accorgermi che,  tra tutto ciò, la settimana è finita e io lunedì ho una consegna importante!
Insomma, tutto questo per dire che ho bisogno dei miei amici, veri e virtuali. Pensatemi, mandatemi energie positive, e se siete in zona Viterbo venite con cerotti e ricostituenti!



*(Lo so, è martedì, ma il post avevo iniziato a scriverlo ieri)...

martedì 3 luglio 2012

codino

...ma non è finita qui!
Domenica, un po' per sfogare la delusione nello shopping, un po' per fornire un'alternativa rinfrescante ai bimbi, abbiamo comprato una piscinetta gonfiabile per il terrazzo. 
Era bucata.
Sono andata in stazione per chiedere un rimborso dei biglietti. Risposta: il biglietto viene rimborsato solo se l'aria condizionata è garantita. Ergo: Trenitalia fa viaggiare treni a tenuta stagna, praticamente senza finestrini, ma non garantisce l'aria condizionata. Però puoi portarti un ventaglio senza pagare un supplemento. Per il biglietto non utilizzato, visto che non supera il minimo rimborsabile, t'arrangi...
Potrebbe bastare?
No.
Ieri sera, mentre preparavo la cena, ho rotto il barattolo del sale.



domenica 1 luglio 2012

Un tranquillo weekend di paura

Metti che è lunedì e le previsioni danno, per il weekend successivo, punte di 38 gradi. Tu pensi ai tuoi figli, destinati al mare solo ad agosto, e ti viene in mente un fughino. Partenza venerdì, ritorno domenica sera. Qualcosa a portata di tutte le tasche. L'organizzazione non è semplice: stai lavorando a ritmi forsennati. Ti ritrovi a consultare i siti di b&b e alberghi in ore notturne. Alla fine ne trovi uno che sembra perfetto: ha una stanza.
I bambini sono galvanizzati. Non vedono l'ora di partire. Non parlano d'altro. E anche tu sogni quei due giorni di totale relax come se fossero un ritorno al paradiso perduto. Un ritorno momentaneo, ma pur sempre vitale.
Certo, c'è l'incognita del traffico. Gli spostamenti verso il mare nei weekend sono delle roulette russe. Allora pensi che la soluzione migliore sia il treno. Sarà affollato, magari porterà ritardo, ma sempre meglio che infilarsi in un'autostrada con code di 130 km.
Venerdì mattina corri a fare i biglietti e a fare la spesa. Qualcosa già va storto. Hai mille pensieri, mille incastri da far combaciare, e alle 9.00 prendi servizio. Vai a fare il bancomat e ti dimentichi i soldi nella macchinetta. Te ne accorgi dopo qualche minuto. I tuoi 160 euro non ci sono più. Li avrà risucchiati la macchina, o l'avida mano di un fortunato passante, magari la signora bionda che è entrata dopo di te?
Non ci vuoi pensare. Niente deve turbare la tua micro-vacanza. Ci penserai lunedì
Torni a casa e lavori a testa bassa fino alle 17.00 in punto, poi spegni il computer con gesto deciso e ti precipiti a fare i bagagli. Orari previsto per uscire di casa: 18.30. C'è da fare i panini, e non vuoi dimenticare niente. In effetti ci riesci, alla fine manca solo il tuo pigiama, ed è un dettaglio trascurabile. Creme, costumi, ciabatte, asciugamani, cambi per i bambini, perfino il taumaturgico Topolino, indispensabile per prendere sonno. Perfino i caricabatterie, che dimentichi sempre. Perfino le salviette umidificate e le pinzette per le sopraciglia. Tutto! Ti sei ricordata tutto! Sei fiera di te.
Si parte. I bambini non la smettono di parlare. L'allegria si misura in kilogrammi.
Entri in treno e ti sembra di aver attraversato le porte dell'inferno. Ci saranno 45 gradi. Perfino i sedili sono roventi. L'aria condizionata non funziona, e ci sono solo finestrini con ridicoli vasistas. Pazienza: passeremo due giorni a mollo per riprenderci.
I bambini mangiano i loro panini e comiciano a bere, a bere, a bere. In un'ora fanno fuori due litri e mezzo d'acqua.
Ma si arriva, in un modo o nell'altro. Stanchi, sudati e felici. L'albergo è in una posizione fantastica, la stanzetta è piccola ma decente. Il tempo di una lavatina veloce e sei subito fuori. Anche se sono già le dieci, vuoi cominciare a goderti la vacanza. Gelatino e poi nanna. 
L'indomani sveglia alle 8.00. Gli amici stanno per arrivare da Bologna, e non vuoi farli aspettare.
Peccato che il tuo bambino non riesca ad alzarsi dal letto. Gli gira la testa, ha la nausea, vomita, poi si accascia.
La giornata (serve specificarlo?) continua così. Tu e tuo marito vi alternate: quando uno è in camera con il bimbo grande, l'altro è in spiaggia con la piccola.
Il bambino è un angelo. Ogni volta che gli chiedi come sta, ti risponde: "un po' meglio". Ma è evidente che non è così. Non riesce neppure a stare seduto. Passi la giornata nell'ansia: cosa avrà? Come dobbiamo comportarci? Starà meglio domani?
Alla fine si decide di approfittare degli amici per un ritorno precipitoso a casa. Sarà un virus? Sarà stato il caldo del treno? Sarà stata l'acqua fredda?
La nostra vacanza lampo si è trasformata in un piccolo abisso di delusione, rabbia, frustrazione.  Il nostro modesto b&b ci è costato come un albergo a 5 stelle.
Ed eccoci a casa, nei nostri bravi 38 gradi di routine.
Per fortuna oggi il bimbo sta bene, e siamo tutti più sollevati, anche se certamente non più rilassati.
Ma naturalmente non poteva finire così... ci doveva essere un codino di sfiga per chiudere la giostra. Stamattina tiri fuori dalla custodia i tuoi preziosi occhiali griffati, che hai comprato l'anno scorso a un prezzo spropositatamente altro, che tratti come una reliquia, e una stanghetta ti rimane in mano.
Non hai più neppure la forza di bestemmiare.

domenica 24 giugno 2012

Sondaggio (serio, questa volta)

Un giorno ne farò uno mio, di sondaggio, per capire quanto la gente sa di cosa c'è dietro un libro. (Certo, la maggior parte degli italiani non sa neanche cosa c'è dentro, a un libro, perché l'ultimo che ha visto l'ha bruciato dopo l'esame di maturità.)
Ecco perché quando mi chiedono "che mestiere fai" mi vengono le palpitazioni: non so mai come farlo capire senza tenere un master. La società ignora la nostra esistenza. Agiamo nell'ombra, come serial killer. Siamo invisibili.
Siamo invisibili anche per i nostri colleghi (spesso non lavoriamo nelle redazioni, ma da casa; non abbiamo la mail aziendale; non partecipiamo alle assemblee, non mangiamo in mensa e non ci invitano neppure per lo il brindisi di Natale). Siamo invisibili per lo Stato, che ci abbandona a noi stessi con leggi ambigue e facilone (nella migliore delle ipotesi) o ci tartassa con leggi inique.
Insomma, tutto questo per dire perché questo sondaggio si chiama "EDITORIA INVISIBILE". E ai colleghi che dovessero passare da queste parti dico: COMPILATELO!
Questo sondaggio è promosso dall'Ires, l'istituto di ricerca della Cgil, ma è la realizzazione di un sogno della Re.Re.Pre., la rete dei redattori precari di cui faccio parte: sapere quanti sono, questi lavoratori invisibili dell'editoria, che contratti hanno, quanto guadagnano, che prospettive vedono per il loro futuro.
Lo dice anche la psicanalisi: se non sai la verità su te stesso, non puoi sperare di affrontare e sconfiggere i tuoi problemi.
Eccolo qua, non ci vuole molto: http://editoriainvisibile.netsons.org/



martedì 19 giugno 2012

Interrogativi

Il mio è uno strano mestiere. Bello, per carità, ma strano.
Lavoro da un bel po' di mesi alla correzione di alcune riviste. La parola correzione in editoria, in generale, fa riferimento al linguaggio, alla verifica della sintassi, eliminazione dei refusi, controllo delle uniformità ecc ecc ecc. In genere il correttore non interviene sui contenuti che, si presume, ricadono sotto la responsabilità dell'autore, soprattutto quando l'autore in questione è - o dice di essere - un giornalista e dovrebbe di conseguenza verificare le fonti, astenersi dai giudizi, raccontare i fatti e confrontarli con le opinioni ecc ecc ecc.
Accade che, però, i giornalisti in questione siano piuttosto delle capre, e che venga quindi chiesto dall'editore un controllo capillare sui contenuti. A parità di compenso.

Quindi: A) vengo pagata al prezzo di una correzione, ma di fatto si chiede molto di più. Non so quanto prendano i giornalisti, ma non credo venga decurtato loro lo stipendio per ogni copincolla sbagliato da Wiki.

Tempo fa feci una prova di editing per una grande casa editrice. Lavorare per loro sarebbe stato per me "il colpaccio": finalmente su romanzi e racconti! Il sogno di chi fa questo mestiere.
Quello dell'editing, però, è un lavoro complesso. Anche in questo caso mi diedero, come prova, un autore-capra. Uno che scrive come un tredicenne sul diario delle medie. Una roba imbarazzante. Ma di enorme successo commerciale. Un successo inspiegabile, visto lo stile. Misi pesantemente mano al testo, riscrivendolo in gran parte, ma la prova non andò bene. Non lo avevo riscritto a sufficienza. Ecco quindi spiegato l'inspiegabile: l'autore, di suo, ci metteva l'idea, ma in pratica l'editor modificava quasi tutto, tranne - forse - i nomi propri.

Quindi: B) ci sono editor che in pratica riscrivono il libro, spesso sono precari e sottopagati, il loro nome difficilmente compare nel colophon.

Mi capita di lavorare come autrice e mi viene offerta una cifra. I tempi sono strettissimi, mando i testi a raffica. A fine lavoro mi si dice che i testi erano un disastro, pieni di problemi, che hanno comportato un editing pesante (le situazione precedenti, solo ribaltate). 

Quindi: C) mi viene chiesto di rinunciare a una parte dei diritti in favore dell'editor, che "ha dovuto fare un lavoro autoriale".
 
Non entro nel merito dei casi. Se siano pratiche corrette, se siano valutazioni eque ecc.
Mi chiedo solo: possibile che come la giri giri mi ritrovo sempre nella posizione di prenderla nel culo?


venerdì 15 giugno 2012

Urlo

Sostantivo, maschile singolare.
Ma anche verbo, prima persona singolare, presente. Io urlo. Presente esteso: io urlo in continuazione.
Certo, capita la sculacciata, la tirata di orecchi, ma principalmente io urlo.
HO DETTO DI LAVARE I DENTI!
NON SI LASCIANO LE SCARPE IN MEZZO ALLA CASA!
CHI È STATO A COMBINARE QUESTO DISASTRO?!
NON VOGLIO SENTIRE STORIE SUL MANGIARE!
INSOMMA, LA VUOI FINIRE?!
Eccetera, chi più ne ha più ne metta.
Un repertorio di acuti che nemmeno alla Scala.
I bambini, a dire la verità, sono talmente assuefatti che non ci fanno neppure più caso, quindi come metodo per imporre autorità è decisamente fallito.
Salvo rare eccezioni, tipo ieri mattina, quando sono arrivata a un tale livello di esasperazione che ho lanciato un BASTAAAAAAAAAA da far crepare i vetri.
Anna ha sussultato, Diego è ammutolito. Un attimo prima era un concerto di "Mamma non riesco a fare i cuoricini con la punta, mamma voglio stare in braccio, nonna mi porti il libro di geronimo stilton, mamma io ci provo ma non mi vengono, nonna mi fai tu il bidè..." 
Il tutto mentre io ero davanti al computer e stavo lavorando.
Sono esplosa: una deflagrazione e, un attimo dopo... silenzio assoluto.
Ma, come dicevo, a parte rare occasioni, l'urlo non funziona quasi mai.
E io mi detesto, quando mi vedo dall'esterno urlare come un'ossessa. Vorrei mantenere la calma, ottenere le cose con garbo e autorevolezza, perché mi pare che lasciarsi andare alla rabbia sia un'ammissione di impotenza che lancia solo messaggi negativi.
Ma non ce la faccio, non sono brava in questo.
E, quel che è peggio, i bambini mi imitano. Quando litigano tra di loro, quando sono esasperati, quando sono - giustamente o ingiustamente - arrabbiati, urlano. 
E io li sgrido, e gli urlo: "Non urlate!" Ed è un'escalation di decibel. Un'ignobile baraonda.
Urlo, urlano, urliamo

mercoledì 30 maggio 2012

C'è una bimba

C'è una bimba ribelle, una per cui regole e divieti sono noiosi ostacoli alla piena espressione della sua personalità. C'è una bimba che sa quello che vuole e non si lascia influenzare da nessuno. C'è una bimba tanto piccola e morbida che è un catalizzatore di baci, una tentazione di coccole e abbracci. C'è una bimba generosa e passionale, solare e spensierata, monella e dolcissima. C'è una bimba forte e vulnerabile, sincera e arguta, maliziosa e simpatica. C'è una bimba minuta e grintosa, creativa e canterina, cocciuta e indomabile. 

C'è una bimba irriducibile e incorruttibile, eppure fragile come tutti i cuccioli.

C'è una bimba venuta al mondo quasi per errore, che si è imposta con la fierezza di un IO che non lascia spazio ai dubbi. C'è una bimba che ha saputo moltiplicare un amore che pareva già oltre il limite del possibile.
C'è una bimba che è la MIA bimba.
Quella bimba oggi compie 5 anni, e io le auguro solo di rimanere com'è, perché niente di più bello e perfetto riesco a immaginare.
Buon compleanno, piccola!






mercoledì 16 maggio 2012

Attese

Da quando faccio la "libera professionista", ossia da quando mi sono assuefatta all'idea che sarei stata una randagia dell'editoria, la mia vita è fatta di attese. A volte un'attesa si sovrappone all'altra, poi a un'altra, e a un'altra ancora, tanto che il tempo s'inspessisce, si indurisce, fai fatica a passarci attraverso.
Mandi un preventivo. Aspetti che ti rispondano.
Spedisci un soggetto per un racconto. Aspetti che ti facciano sapere.
Partecipi a un concorso. Aspetti che vengano proclamati i vincitori.
Concludi il primo lavoro per un cliente nuovo. Aspetti le sue valutazioni.
Ti devono dare il via per un lavoro. Aspetti l'e-mail o la telefonata.
Il tuo lavoro fa parte di una "catena di montaggio" più grande. Aspetti che arrivi il tuo pezzettino.
Naturalmente, la bontà di un'attesa si misura sul risultato. Un'attesa può essere piacevole quanto una speranza, un desiderio che solletica l'ego, e poi risolversi in una delusione. Un'attesa può essere esasperante e dolorosa, e risolversi in un successo. Ci sono attese brevi, di passaggio, di routine. Ci sono attese importanti, estenuanti, che influiscono sul tuo  umore e sulla tua capacità di concentrazione.
Se, poi, alle attese di tipo professionale si aggiungono quelle personali, allora sì che il tempo diventa vischioso.
Io non ci so ancora fare, con le attese. Non riesco a viverle con tranquillità. Controllo e ricontrollo le e-mail, cerco di essere sempre vicina a un telefono o a un cellulare, cerco di farmi trovare pronta.
Forse è anche questa la precarietà. Non è solo una questione di che contratto hai, di quanto guadagni, di come vieni trattato, delle tue possibilità di carriera. Precarietà è anche questo sentirsi sempre sulla porta, a sbirciare l'angolo della strada per vedere se arriva il postino. Precarietà è quel diaframma tra te e il tuo futuro, immediato o lontano che sia, un diaframma che vibra, a volte dolcemente, a volte così violentemente da colpirti in faccia...
Poi capita che qualche attesa si sciolga, magari proprio mentre scrivi un post sulle attese... E come spesso accade, qualcuna si risolve con un sì, qualcuna con un no. E altre attese rimangono sullo sfondo. È la vita...
E voi, come le vivete le vostre attese?

lunedì 14 maggio 2012

Fashion victim

Ieri sera, Anna e io. "Domani posso mettermi questa maglietta?"
"No, è sporca..."
"Ma mi piace!"
"Non puoi andare all'asilo con queste macchie!"
"Allora il vestito nuovo con i cuoricini blu!"
 "Vedremo"
Stamattina. È lunedì. Non ho voglia di iniziare la settimana con un litigio. Le preparo il vestito nuovo a cuoricini blu, anche se è un vestito ESTIVO, e c'è stato un crollo delle temperature, dai 28 gradi di sabato ai 10 di stamattina.
Ma Anna è già in modalità Summer 2012.
Le infilo la felpa, ed ecco pronta la lacrimuccia sul ciglio.
"Non voglio le maniche lunghe..."
"È freddo!"
"Però quando sono all'asilo le tolgo, eh!"
"Va bene!"
"Posso mettere gli stivali?"

Ora, figlia mia, capisco che sotto un abito longuette gli stivali al polpaccio sono molto trendy, ma non credi che siano un filo poco pratici per la scuola materna?

"No, gli stivali no. Metti le scarpe"
"Ma - sniff - sono sporche, non vedi? Come te lo devo dire? Sob! Guarda, sono tutte rovinate!"
"Anna, le abbiamo comprate la settimana scorsa. Sono nuovissime e adatte alla stagione!"
"Gli stivali!"
"No!"
"Sì!"
"No!!!"
"Sìììì!"

Avevo detto che non volevo iniziare la settimana con un litigio? 
Comunque non cedo, e usciamo. In lacrime lei, esasperata io.

Si tranquillizza. Lasciamo Diego a scuola e ci avviamo verso l'asilo.
"Sono tutta spettinata" piagniucola, improvvisamente.
"Ma no, ti ho pettinata! Perché dici così?"
"Guarda! I capelli sono tutti in disordine!" ribatte, indicando il marciapiede.
Mai visto, giuro, una che si specchia nella propria ombra... Sono senza parole. 
"Vuoi che te li leghi?" propongo
"NOOOO!"
"Te li lego solo così" faccio, mimando sui miei capelli l'atto di raccoglierne due ciuffi all'indietro.
"Va bene" acconsente. Procedo, ma lei si studia nello specchietto retrovisore e non si piace.
"Tu sei molto più bella di me!"
...
"Ma no, topolina! Tu hai capelli bellissimi. Pensa che tante persone li vorrebbero mossi come i tuoi!"
Proseguiamo il viaggio fino alla materna discutendo sull'argomento, mentre lei continua a guardarsi nello specchietto retrovisore e a non approvarsi.
Quando sta per scendere, nota nella spazzatura che giace sul tappetino davanti al suo sedile una spillina per capelli.
"Mi metto questa!" esulta. E con mano esperta e decisa si sistema la frangia. Là, il ricciolo è domato.

Pomeriggio. Arrivo a scuola e la maestra M. la chiama: "Anna, è arrivata la mamma!" Poi, mentre lei mi corre incontro: "Eccola, in versione estiva!"
eh eh

Incrociamo la maestra S. che ha finito il turno. Ha dei figli. Mi guarda e mi dice: "Dev'essere un problema con i vestiti, eh? Anna ha delle idee molto precise!"
eh eh eh

Sistemo la felpa ad Anna, che protesta. "A casa posso mettere il vestito delle Winx che mi ha regalato V.?"
Eccerto, cosa c'è di più comodo che un abito da fatina prêt-à-porter?

Usciamo. La maestra S. sta salendo in macchina.
"Guarda, mamma, che bella la macchina di S.! È tutta rossa!"
"Eh già!"
"Anch'io da grande voglio una macchina rossa, con il tetto scoperto così prendo aria mentre vado!"
Insomma, a cinque anni vuole decidere i vestiti in base al suo gusto personale, in barba a comodità e temperature, controlla il look in ogni superficie riflettente e perfino nella propria ombra, e sogna già la cabriolet...

'nnamo bene...







sabato 12 maggio 2012

Mamme

Ancora me lo ricordo, la prima volta che Diego ha pronunciato distintamente la parola "Mamma".
Dormiva nel suo lettino da ben 15 minuti. Un record. Forse per questo lo ricordo così bene. C'era mia suocera con me, e ci siamo guardate negli occhi con una divertita sorpresa. Diego si era svegliato e mi chiamava, come si presume che facciano i bambini quando - ancora un po' distratti dai sogni - aprono gli occhi e si ritrovano in una nuvola di coperte, a guardare attoniti la stanza attraverso le sbarre di un lettino. Di solito Diego non aveva bisogno di chiamarmi, quando si svegliava, perché era già appiccicato a me, o a suo padre. Se si provava ad adagiarlo nel letto non chiamava: lanciava urla demoniache che erano più efficaci di ogni richiamo.
Quindi ancora me lo ricordo.
E ancora mi fa una certa impressione. Mamma, Mammi, Tu sei la mia mamma, Lo dico alla mamma. È come se stessi ancora giocando alla mamma, e i miei figli lo prendessero invece sul serio.
Ancora, quando mi chiamano così, sento una stretta al cuore. Mi abituerò mai?
Comunque, sempre della serie "Filastrocche della prima volta", eccone una in tema, per augurare alle mamme una bella festa tutta per loro...



Ma... mam... provo e riprovo,
mam... ma... la cerco, la trovo,
mammamm... mi sto avvicinando...
Mamama! Stizzito comando!
Mamm... più dolce sussurro...
ma... un po’ rosa un po’ azzurro.
Ma-mam... Carezza di suono.
Mamm... Sapore di buono.
Mama... Abbraccio di voce,
mammm... bisogno feroce!
Ma-mamma! Ecco l’ho detta!
Mamma! La parola perfetta!