martedì 24 gennaio 2012

Di sogni, poesie ed Ave Maria

Ci sono bambini che sognano di fare i paleontologi (metti mio figlio, per esempio). Altri sognano di fare il calciatore, la ballerina, l'attrice, l'estetista (mia figlia, per fare un altro esempio). Io, quand'ero piccola, sognavo di fare la scrittrice. 
Dopotutto, leggere era la mia passività preferita. Come naturale conseguenza, la mia attività doveva essere scrivere.
Lo vedevo bene il mio futuro, seduta davanti a un foglio, a immaginare vite possibili e impossibili, amori romantici, avventure straordinarie... Scrivevo pessime cose, ma ne scrivevo tante, in una specie di parossismo espressivo che riempiva diari, block notes, retri di copertina. Ai grandi piacevano, rimanevano a bocca aperta perché scrivevo "variopinto" invece che "colorato". Perché componevo poesie sulla pace, pur non avendo mai visto una guerra. Così mi autoconvincevo di essere brava. Di essere davvero una scrittrice in erba.
Ricordo che un giorno lessi davanti agli zii e ai nonni una poesia - avrò avuto 12 anni - e naturalmente fu un trionfo di applausi, complimenti e occhi lucidi. Il giorno dopo trovai mia nonna in camera sua che recitava Ave Maria con grande fervore. Le recitava per me. Eravamo intorno a Pasqua e - a quanto pare - un certo numero di preghiere in quel periodo ti permette di chiedere al Signore una grazia che lui certamente esaudirà.
Quell'anno, mia nonna pregò affinché io potessi diventare una poetessa.
Mi commuove ancora pensarci. Anche perché, alla fine, il più grande atto poetico della mia vita l'ho vissuto lì, in quella stanza, con quella vecchia contadina zoppa che pregava non per  garantirmi una vincita alla lotteria o un matrimonio facoltoso, ma solo perché io potessi vivere i miei sogni...
Gli anni sono passati, e io non mi sono scostata molto dal mio virtuosismo infantile. Non sono diventata una scrittrice, e neppure una poetessa. La mia penna è rimasta ferma, rigida, faticosa. La mia capacità di immaginare intrecci, conflitti, agnizioni, strutture morali, dinamiche narrative,  sperimentazioni stilistiche, la mia capacità di raccontare - insomma - non si è evoluta.
Mia nonna aveva sprecato le sue preghiere?
Forse no. Forse, semplicemente, Dio è stato più realista, e mi ha aperto una strada per scrivere senza essere una scrittrice.
Quello che faccio adesso, infatti, è qualcosa che assomiglia molto al mio sogno, anche se ne è una versione - come dire - semplificata. For dummies :)
Una parte del mio reddito attuale deriva da cose che scrivo, in varie forme. Insomma: una buona approssimazione rispetto al mestiere di scrittore vero e proprio. 
Forse avrei dovuto specificare nelle mie richieste "scrittrice di talento". Mi sono dimenticata l'aggettivo.
Si può convivere con la propria mediocrità? Per molto, molto tempo ho creduto di no. Una volta aborrivo l'idea di un compromesso simile: o genio o nulla!
Ma alla fine questa è la dotazione che ho ricevuto. Fino a qui sono arrivata con le mie forze. 
Non sono John Fante. Non sono Virgina Woolf. Sono una che "se la cava" con la scrittura, in modo artigianale, non artistico. 
Ma gli artigiani e gli artisti hanno una cosa in comune: il risultato del loro lavoro è un prodotto tangibile, un oggetto, qualcosa con un alto e un basso, una sinistra e una destra. Un corpo.
Tutto questo per dire che, anche se sono solo 10.000 battute, anche se si tratta di una storia semplice semplice, anche se non venderà milioni di copie e non cambierà la vita di nessuno, sono molto soddisfatta di poter annunciare l'uscita di un librino davvero tutto mio... 







Questo libro parla di una nonna, ed è dedicata ai nonni. In particolare alla mia, che tanti anni fa pregò per me, e a mio padre, nonno dei miei figli, che da bravo artigiano ne sarebbe stato orgoglioso.

4 commenti:

  1. k***o, Stefi!
    e la chiami mediocrità??

    ma COMPLIMENTONI, accidenti a te!

    noi 4 :)
    tere, ste, viola e michelester quasi in uscita

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    1. :) grazie Tere
      Michelester, quella sì che è un'uscita!!!

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  2. bella lì!
    vedi che le nonne non sbagliano mai?

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