mercoledì 30 maggio 2012

C'è una bimba

C'è una bimba ribelle, una per cui regole e divieti sono noiosi ostacoli alla piena espressione della sua personalità. C'è una bimba che sa quello che vuole e non si lascia influenzare da nessuno. C'è una bimba tanto piccola e morbida che è un catalizzatore di baci, una tentazione di coccole e abbracci. C'è una bimba generosa e passionale, solare e spensierata, monella e dolcissima. C'è una bimba forte e vulnerabile, sincera e arguta, maliziosa e simpatica. C'è una bimba minuta e grintosa, creativa e canterina, cocciuta e indomabile. 

C'è una bimba irriducibile e incorruttibile, eppure fragile come tutti i cuccioli.

C'è una bimba venuta al mondo quasi per errore, che si è imposta con la fierezza di un IO che non lascia spazio ai dubbi. C'è una bimba che ha saputo moltiplicare un amore che pareva già oltre il limite del possibile.
C'è una bimba che è la MIA bimba.
Quella bimba oggi compie 5 anni, e io le auguro solo di rimanere com'è, perché niente di più bello e perfetto riesco a immaginare.
Buon compleanno, piccola!






mercoledì 16 maggio 2012

Attese

Da quando faccio la "libera professionista", ossia da quando mi sono assuefatta all'idea che sarei stata una randagia dell'editoria, la mia vita è fatta di attese. A volte un'attesa si sovrappone all'altra, poi a un'altra, e a un'altra ancora, tanto che il tempo s'inspessisce, si indurisce, fai fatica a passarci attraverso.
Mandi un preventivo. Aspetti che ti rispondano.
Spedisci un soggetto per un racconto. Aspetti che ti facciano sapere.
Partecipi a un concorso. Aspetti che vengano proclamati i vincitori.
Concludi il primo lavoro per un cliente nuovo. Aspetti le sue valutazioni.
Ti devono dare il via per un lavoro. Aspetti l'e-mail o la telefonata.
Il tuo lavoro fa parte di una "catena di montaggio" più grande. Aspetti che arrivi il tuo pezzettino.
Naturalmente, la bontà di un'attesa si misura sul risultato. Un'attesa può essere piacevole quanto una speranza, un desiderio che solletica l'ego, e poi risolversi in una delusione. Un'attesa può essere esasperante e dolorosa, e risolversi in un successo. Ci sono attese brevi, di passaggio, di routine. Ci sono attese importanti, estenuanti, che influiscono sul tuo  umore e sulla tua capacità di concentrazione.
Se, poi, alle attese di tipo professionale si aggiungono quelle personali, allora sì che il tempo diventa vischioso.
Io non ci so ancora fare, con le attese. Non riesco a viverle con tranquillità. Controllo e ricontrollo le e-mail, cerco di essere sempre vicina a un telefono o a un cellulare, cerco di farmi trovare pronta.
Forse è anche questa la precarietà. Non è solo una questione di che contratto hai, di quanto guadagni, di come vieni trattato, delle tue possibilità di carriera. Precarietà è anche questo sentirsi sempre sulla porta, a sbirciare l'angolo della strada per vedere se arriva il postino. Precarietà è quel diaframma tra te e il tuo futuro, immediato o lontano che sia, un diaframma che vibra, a volte dolcemente, a volte così violentemente da colpirti in faccia...
Poi capita che qualche attesa si sciolga, magari proprio mentre scrivi un post sulle attese... E come spesso accade, qualcuna si risolve con un sì, qualcuna con un no. E altre attese rimangono sullo sfondo. È la vita...
E voi, come le vivete le vostre attese?

lunedì 14 maggio 2012

Fashion victim

Ieri sera, Anna e io. "Domani posso mettermi questa maglietta?"
"No, è sporca..."
"Ma mi piace!"
"Non puoi andare all'asilo con queste macchie!"
"Allora il vestito nuovo con i cuoricini blu!"
 "Vedremo"
Stamattina. È lunedì. Non ho voglia di iniziare la settimana con un litigio. Le preparo il vestito nuovo a cuoricini blu, anche se è un vestito ESTIVO, e c'è stato un crollo delle temperature, dai 28 gradi di sabato ai 10 di stamattina.
Ma Anna è già in modalità Summer 2012.
Le infilo la felpa, ed ecco pronta la lacrimuccia sul ciglio.
"Non voglio le maniche lunghe..."
"È freddo!"
"Però quando sono all'asilo le tolgo, eh!"
"Va bene!"
"Posso mettere gli stivali?"

Ora, figlia mia, capisco che sotto un abito longuette gli stivali al polpaccio sono molto trendy, ma non credi che siano un filo poco pratici per la scuola materna?

"No, gli stivali no. Metti le scarpe"
"Ma - sniff - sono sporche, non vedi? Come te lo devo dire? Sob! Guarda, sono tutte rovinate!"
"Anna, le abbiamo comprate la settimana scorsa. Sono nuovissime e adatte alla stagione!"
"Gli stivali!"
"No!"
"Sì!"
"No!!!"
"Sìììì!"

Avevo detto che non volevo iniziare la settimana con un litigio? 
Comunque non cedo, e usciamo. In lacrime lei, esasperata io.

Si tranquillizza. Lasciamo Diego a scuola e ci avviamo verso l'asilo.
"Sono tutta spettinata" piagniucola, improvvisamente.
"Ma no, ti ho pettinata! Perché dici così?"
"Guarda! I capelli sono tutti in disordine!" ribatte, indicando il marciapiede.
Mai visto, giuro, una che si specchia nella propria ombra... Sono senza parole. 
"Vuoi che te li leghi?" propongo
"NOOOO!"
"Te li lego solo così" faccio, mimando sui miei capelli l'atto di raccoglierne due ciuffi all'indietro.
"Va bene" acconsente. Procedo, ma lei si studia nello specchietto retrovisore e non si piace.
"Tu sei molto più bella di me!"
...
"Ma no, topolina! Tu hai capelli bellissimi. Pensa che tante persone li vorrebbero mossi come i tuoi!"
Proseguiamo il viaggio fino alla materna discutendo sull'argomento, mentre lei continua a guardarsi nello specchietto retrovisore e a non approvarsi.
Quando sta per scendere, nota nella spazzatura che giace sul tappetino davanti al suo sedile una spillina per capelli.
"Mi metto questa!" esulta. E con mano esperta e decisa si sistema la frangia. Là, il ricciolo è domato.

Pomeriggio. Arrivo a scuola e la maestra M. la chiama: "Anna, è arrivata la mamma!" Poi, mentre lei mi corre incontro: "Eccola, in versione estiva!"
eh eh

Incrociamo la maestra S. che ha finito il turno. Ha dei figli. Mi guarda e mi dice: "Dev'essere un problema con i vestiti, eh? Anna ha delle idee molto precise!"
eh eh eh

Sistemo la felpa ad Anna, che protesta. "A casa posso mettere il vestito delle Winx che mi ha regalato V.?"
Eccerto, cosa c'è di più comodo che un abito da fatina prêt-à-porter?

Usciamo. La maestra S. sta salendo in macchina.
"Guarda, mamma, che bella la macchina di S.! È tutta rossa!"
"Eh già!"
"Anch'io da grande voglio una macchina rossa, con il tetto scoperto così prendo aria mentre vado!"
Insomma, a cinque anni vuole decidere i vestiti in base al suo gusto personale, in barba a comodità e temperature, controlla il look in ogni superficie riflettente e perfino nella propria ombra, e sogna già la cabriolet...

'nnamo bene...







sabato 12 maggio 2012

Mamme

Ancora me lo ricordo, la prima volta che Diego ha pronunciato distintamente la parola "Mamma".
Dormiva nel suo lettino da ben 15 minuti. Un record. Forse per questo lo ricordo così bene. C'era mia suocera con me, e ci siamo guardate negli occhi con una divertita sorpresa. Diego si era svegliato e mi chiamava, come si presume che facciano i bambini quando - ancora un po' distratti dai sogni - aprono gli occhi e si ritrovano in una nuvola di coperte, a guardare attoniti la stanza attraverso le sbarre di un lettino. Di solito Diego non aveva bisogno di chiamarmi, quando si svegliava, perché era già appiccicato a me, o a suo padre. Se si provava ad adagiarlo nel letto non chiamava: lanciava urla demoniache che erano più efficaci di ogni richiamo.
Quindi ancora me lo ricordo.
E ancora mi fa una certa impressione. Mamma, Mammi, Tu sei la mia mamma, Lo dico alla mamma. È come se stessi ancora giocando alla mamma, e i miei figli lo prendessero invece sul serio.
Ancora, quando mi chiamano così, sento una stretta al cuore. Mi abituerò mai?
Comunque, sempre della serie "Filastrocche della prima volta", eccone una in tema, per augurare alle mamme una bella festa tutta per loro...



Ma... mam... provo e riprovo,
mam... ma... la cerco, la trovo,
mammamm... mi sto avvicinando...
Mamama! Stizzito comando!
Mamm... più dolce sussurro...
ma... un po’ rosa un po’ azzurro.
Ma-mam... Carezza di suono.
Mamm... Sapore di buono.
Mama... Abbraccio di voce,
mammm... bisogno feroce!
Ma-mamma! Ecco l’ho detta!
Mamma! La parola perfetta!

giovedì 10 maggio 2012

Non era nulla

Fiuu... È andata benissimo (vedi post precedente).
Intanto era una Frecciabianca, che forse tra le tante è quella meno "upper class".
Di fatto il vagone puzzava come sempre puzzano i treni, di quel tanfo di polvere vecchia.
I vetri erano opachi ed evidentemente mai puliti.
La stoffa dei sedili era lisa e cosparsa di briciole.
La porta del bagno era rotta.
Bottigliette di acqua semivuote rotolavano nel corridoio a ogni frenata.
C'erano signori panciuti col pullover rosso e con i panini nella stagnola.
Insomma, mi sentivo perfettamente a mio agio :-D
Quindi, mi chiedo, perché mai una persona dovrebbe pagare di più per viaggiare nelle stesse identiche condizioni? Presumo che la risposta sia quella di che mi ha dato Girandola precaria in un commento al post precedente: in prima ci viaggiano quelli che non hanno trovato posto in seconda...
Al ritorno ero sempre in prima classe, ma in un treno regionale, e qui l'esperienza è stata molto più inquietante.
Ho viaggiato in un vagone completamente vuoto per oltre tre ore.
Non sono un tipo facilmente impressionabile, in generale, e di solito mi concentro tanto nelle mie letture che non mi accorgo di quello che mi succede intorno. Confesso però che così, tutta sola, ogni volta che si apriva la porta guardavo con sospetto il nuovo venuto per capire se poteva essere un potenziale ladro e/o stupratore. Ma a parte un vecchio zingaro che suonava il flauto e mi ha estorto un euro con un sorriso monodente, nessuno si è fermato per più di un minuto. E quindi ne ho approfittato per buttare giù un paio di idee. Le mie idee più prolifiche sono sempre nate in treno. Speriamo che sia anche questo il caso.
Ma che bello parlare ai bambini, sedersi a disegnare insieme a loro, sentire che ti considerano un po' un fenomeno, tu che già non ti senti adeguata al ruolo di mamma e ti vedi catapultata a recitare quello di educatrice.
Ancora, ancora!!!


venerdì 4 maggio 2012

Viaggio al limite dell'isteria

C'è che martedì sono invitata a una bella iniziativa dedicata alla letteratura per l'infanzia, ad Acqui Terme, per parlare dei miei lavori, e ovviamente sono galvanizzata, elettrizzata e anche un po' terrorizzata, perché dovrò affrontare ben 4 classi di bambini!!!
In tutto questo ho scoperto che arrivare ad Acqui Terme in treno è un'esperienza molto avventurosa, quasi come questa. Ci vuole più o meno lo stesso tempo che per raggiungere il Giappone.
Però la cosa figa è che mi pagano il viaggio. Chi? Il mio editore. E chi è il mio editore? Ma Lui, Silvio!
Ma non lo sa, ovviamente, altrimenti non accetterebbe mai visto che ho superato i trenta, sono sotto il metro e sessanta e non sono una 90-60-90. Insomma, numericamente non gli andrei a genio.
Però a sua insaputa mi paga un biglietto su una freccia-non-so-di-che-colore. Solo che - gulp! non me lo aspettavo - è un biglietto di prima classe.
E adesso sono un po' in ansia. 
Per esempio, come mi devo vestire? Mi metto il vestito del matrimonio, se mi entra ancora? Non è che se mi presento con il mio look abituale oviesse industry mi cacciano?
E la mia valigina con tutta la stoffa rovinata perché i gatti l'hanno usata come tiragraffi? E il mio cellulare neolitico? E le unghie, le scarpe, i capelli?
Attirerò gli sguardi risentiti degli altri viaggiatori?
Volevo dire, caro Silvio, che non mi interessava la prima classe. Mi andava benissimo la seconda, la terza, il vano bagagli che tanto sono piccola.
«Prego, si accomodi, qui c'è la small-business class, comoda come un loculo...» perfetta!
E invece no, mi gettano così tra i ricchi. Non sono abituata, non sono pronta! Mi riconosceranno come non appartenente alla loro classe sociale? Mi schiveranno arricciando il naso?
Devo essere mimetica, devo confondermi nella massa... 
Punto 1. Comprare il Sole 24 Ore
Punto 2. Fingere una telefonata in cui parlo con la mia segretaria e sbraito perché ho perso l'Iphone e devo usare questo cesso di nokia, e ovviamente è tutta colpa sua che i dipendenti non si prendono a cuore la causa dei padroni.
Punto 3. Fingere una telefonata in cui parlo con il mio personal stylist dicendo che questa sua idea dei vestiti trasandati mi ha stancata e voglio ritornare al mio amato e sobrio Armani.
Punto 4. Fingere una telefonata in cui dico tante volte "sono un tecnico" "lasciatemi lavorare"
Punto 5. Accetto suggerimenti su come camuffare la valigia con tutti i filini tirati.





giovedì 3 maggio 2012

Questione di stile

Quando ero molto, molto giovane ero molto, molto spirituale. Credevo in Dio, in Gesù, la Madonna e tutta la squadra. Ero convinta che Dio amasse i bambini, e in quanto bambina mi sentivo molto vicina a Lui. Poi avevo paura della morte, o comunque ci pensavo spesso, e mi confortava il fatto di sentirmi pura. Avere una maestra molto cattolica che, pur in una scuola pubblica, ci faceva dire sempre le preghiere e ci metteva in guardia contro il peccato e il pericolo di morire senza pentimento, naturalmente, alimentava questo mio fervore religioso.
Per un certo periodo ho anche vagheggiato l'idea di farmi suora. C'era una comunità di suorine, nel mio paesello, tutte grigie, tutte miti. Il loro convento era nel punto più alto della cittadina, e nel cortile c'era un grande e antichissimo olivo dal tronco cavo. Mi sembravano così serene, così al riparo... Mi pareva che una vita simile, già decisa a priori, non potesse riservare sorprese e quindi neanche rischi. Una vita di piccoli impegni quotidiani, di meditazione, senza l'onere della scelta a ogni passo. Proprio come l'olivo che cresceva, invecchiava, vedeva passare le generazioni e i tumulti della storia senza mai muoversi dal cortile.
Questa mia tendenza a posarmi nella quiete, però, contrastava fortemente con un'altra spinta che avevo in me, che invece mi voleva lontana, in ricerca, in pieno cimento. Posso dire che in fondo, queste due anime continuano a battagliare, e non sono mai a mio agio: né quando riposo nella routine, né quando mi lancio in territori inesplorati.
Vabbe' sto divagando.
Volevo solo dire che, a un certo punto, qualcosa si è staccato. Più o meno durante l'adolescenza ho virato pesantemente verso l'ateismo. Non starò a dilungarmi sul perché, ma ancora una volta c'è una canzone emblematica per me, una canzone che associo alla "rivelazione" del lato oscuro della religione, alla possibilità di concepire un errore umano di proporzioni cosmiche: questa qui.
Oggi mi ritrovo 'sti due figli che, invece, hanno nei confronti della religione un rapporto molto più franco, meno morboso, di quello che avevo io alla loro età. Per loro la religione è un po' quello che è per De André, o Erri De Luca, o quasi tutti gli autori di origine ebraica: una riserva inesauribile di storie, un panorama di significati.
Così capita che la bambina vada dalla nonna e se ne torni a casa con un "lavoretto" di cui va molto fiera e che vuole a tutti i costi vicino al lettino. "Perché" si chiederà "le nonne hanno la madonna sul letto e i miei genitori hanno una riproduzione di una caverna preistorica? Pure io voglio il bambinello!"
Ed eccolo qua:



Suo padre, quando ha visto l'opera, ha immediatamente suggerito di sostituirla con questa:



Ma, nel rispetto della libertà di espressione di ogni componente della famiglia, alla fine abbiamo ceduto.
Del resto credo che, prima o poi, anche loro troveranno la loro verità. O il giusto grado di dubbio.
Diego, per esempio, ha già una sua personale visione di Gesù, almeno dal punto di vista del look.




Non so voi, ma io questo Gesù con le meches lo adooooro!