domenica 24 giugno 2012

Sondaggio (serio, questa volta)

Un giorno ne farò uno mio, di sondaggio, per capire quanto la gente sa di cosa c'è dietro un libro. (Certo, la maggior parte degli italiani non sa neanche cosa c'è dentro, a un libro, perché l'ultimo che ha visto l'ha bruciato dopo l'esame di maturità.)
Ecco perché quando mi chiedono "che mestiere fai" mi vengono le palpitazioni: non so mai come farlo capire senza tenere un master. La società ignora la nostra esistenza. Agiamo nell'ombra, come serial killer. Siamo invisibili.
Siamo invisibili anche per i nostri colleghi (spesso non lavoriamo nelle redazioni, ma da casa; non abbiamo la mail aziendale; non partecipiamo alle assemblee, non mangiamo in mensa e non ci invitano neppure per lo il brindisi di Natale). Siamo invisibili per lo Stato, che ci abbandona a noi stessi con leggi ambigue e facilone (nella migliore delle ipotesi) o ci tartassa con leggi inique.
Insomma, tutto questo per dire perché questo sondaggio si chiama "EDITORIA INVISIBILE". E ai colleghi che dovessero passare da queste parti dico: COMPILATELO!
Questo sondaggio è promosso dall'Ires, l'istituto di ricerca della Cgil, ma è la realizzazione di un sogno della Re.Re.Pre., la rete dei redattori precari di cui faccio parte: sapere quanti sono, questi lavoratori invisibili dell'editoria, che contratti hanno, quanto guadagnano, che prospettive vedono per il loro futuro.
Lo dice anche la psicanalisi: se non sai la verità su te stesso, non puoi sperare di affrontare e sconfiggere i tuoi problemi.
Eccolo qua, non ci vuole molto: http://editoriainvisibile.netsons.org/



martedì 19 giugno 2012

Interrogativi

Il mio è uno strano mestiere. Bello, per carità, ma strano.
Lavoro da un bel po' di mesi alla correzione di alcune riviste. La parola correzione in editoria, in generale, fa riferimento al linguaggio, alla verifica della sintassi, eliminazione dei refusi, controllo delle uniformità ecc ecc ecc. In genere il correttore non interviene sui contenuti che, si presume, ricadono sotto la responsabilità dell'autore, soprattutto quando l'autore in questione è - o dice di essere - un giornalista e dovrebbe di conseguenza verificare le fonti, astenersi dai giudizi, raccontare i fatti e confrontarli con le opinioni ecc ecc ecc.
Accade che, però, i giornalisti in questione siano piuttosto delle capre, e che venga quindi chiesto dall'editore un controllo capillare sui contenuti. A parità di compenso.

Quindi: A) vengo pagata al prezzo di una correzione, ma di fatto si chiede molto di più. Non so quanto prendano i giornalisti, ma non credo venga decurtato loro lo stipendio per ogni copincolla sbagliato da Wiki.

Tempo fa feci una prova di editing per una grande casa editrice. Lavorare per loro sarebbe stato per me "il colpaccio": finalmente su romanzi e racconti! Il sogno di chi fa questo mestiere.
Quello dell'editing, però, è un lavoro complesso. Anche in questo caso mi diedero, come prova, un autore-capra. Uno che scrive come un tredicenne sul diario delle medie. Una roba imbarazzante. Ma di enorme successo commerciale. Un successo inspiegabile, visto lo stile. Misi pesantemente mano al testo, riscrivendolo in gran parte, ma la prova non andò bene. Non lo avevo riscritto a sufficienza. Ecco quindi spiegato l'inspiegabile: l'autore, di suo, ci metteva l'idea, ma in pratica l'editor modificava quasi tutto, tranne - forse - i nomi propri.

Quindi: B) ci sono editor che in pratica riscrivono il libro, spesso sono precari e sottopagati, il loro nome difficilmente compare nel colophon.

Mi capita di lavorare come autrice e mi viene offerta una cifra. I tempi sono strettissimi, mando i testi a raffica. A fine lavoro mi si dice che i testi erano un disastro, pieni di problemi, che hanno comportato un editing pesante (le situazione precedenti, solo ribaltate). 

Quindi: C) mi viene chiesto di rinunciare a una parte dei diritti in favore dell'editor, che "ha dovuto fare un lavoro autoriale".
 
Non entro nel merito dei casi. Se siano pratiche corrette, se siano valutazioni eque ecc.
Mi chiedo solo: possibile che come la giri giri mi ritrovo sempre nella posizione di prenderla nel culo?


venerdì 15 giugno 2012

Urlo

Sostantivo, maschile singolare.
Ma anche verbo, prima persona singolare, presente. Io urlo. Presente esteso: io urlo in continuazione.
Certo, capita la sculacciata, la tirata di orecchi, ma principalmente io urlo.
HO DETTO DI LAVARE I DENTI!
NON SI LASCIANO LE SCARPE IN MEZZO ALLA CASA!
CHI È STATO A COMBINARE QUESTO DISASTRO?!
NON VOGLIO SENTIRE STORIE SUL MANGIARE!
INSOMMA, LA VUOI FINIRE?!
Eccetera, chi più ne ha più ne metta.
Un repertorio di acuti che nemmeno alla Scala.
I bambini, a dire la verità, sono talmente assuefatti che non ci fanno neppure più caso, quindi come metodo per imporre autorità è decisamente fallito.
Salvo rare eccezioni, tipo ieri mattina, quando sono arrivata a un tale livello di esasperazione che ho lanciato un BASTAAAAAAAAAA da far crepare i vetri.
Anna ha sussultato, Diego è ammutolito. Un attimo prima era un concerto di "Mamma non riesco a fare i cuoricini con la punta, mamma voglio stare in braccio, nonna mi porti il libro di geronimo stilton, mamma io ci provo ma non mi vengono, nonna mi fai tu il bidè..." 
Il tutto mentre io ero davanti al computer e stavo lavorando.
Sono esplosa: una deflagrazione e, un attimo dopo... silenzio assoluto.
Ma, come dicevo, a parte rare occasioni, l'urlo non funziona quasi mai.
E io mi detesto, quando mi vedo dall'esterno urlare come un'ossessa. Vorrei mantenere la calma, ottenere le cose con garbo e autorevolezza, perché mi pare che lasciarsi andare alla rabbia sia un'ammissione di impotenza che lancia solo messaggi negativi.
Ma non ce la faccio, non sono brava in questo.
E, quel che è peggio, i bambini mi imitano. Quando litigano tra di loro, quando sono esasperati, quando sono - giustamente o ingiustamente - arrabbiati, urlano. 
E io li sgrido, e gli urlo: "Non urlate!" Ed è un'escalation di decibel. Un'ignobile baraonda.
Urlo, urlano, urliamo