giovedì 20 settembre 2012

Respira, pensa a un punto lontano all'orizzonte

Allora, domani devo partire per Castiglione della Pescaia, per un laboratorio/presentazione del mio librino, Apriti cielo!, che, per quanto piccino e di poche pretese, mi sta dando grandi soddisfazioni.
Intanto, mi sta portando in giro per l'Italia, aggratis, e scusate se è poco :)
Il fatto è che, accanto alla soddisfazione, c'è anche questo pensierino caparbio e fastidiosissimo, che mi tormenta come una mosca (avete presente quella mosca che si sveglia all'alba ed è convinta che tutti debbano fare lo stesso? avete presente quella mosca che vi si appoggia sulle labbra, sul naso, sugli occhi, proprio mentre state sorpassando una fila di camion in autostrada? ecco, così). Il pensierino che dice: "ma io, che ci faccio qui?"
E quanto più l'evento è prestigioso e di richiamo, quanto più mi sento impaurita e sinceramente inadeguata.
Stavolta, per esempio, mi mandano a LibriTutti. A me. Io. Insieme a Scrittori con la S maiuscola, che hanno all'attivo uno sproposito di titoli, premi, esperienze, competenze...
Insomma: me la fifo, come si dice dalle mie parti.
Mi sento ributtata indietro di anni, ai fatidici giorni prima degli esami... A tutti i "la so ma quando poi sono lì non mi viene", "scappo", "mi fingo malata", "dico che è morta la nonna" ecc...
E allora, quando studiavo, passavo l'ultimo giorno a ripetere, ripetere, ripetere. Cercavo proprio quel collegamento che poteva essermi sfuggito, l'estremo approfondimento che magari non avevo preso in considerazione, mi davo da fare fino alla fine.
Ma ero giovane.
Ora non ce la faccio più. E infatti non potrei più tornare a dare esami e magari prendermi la seconda laurea, come fanno tanti miei coraggiosi amici.
Adesso, il giorno prima dell'esame, ovvero della partenza, sono qui che stendo la lista delle cose indispensabili da portare via, e mi arrovello. Perché, a parte alcune certezze, tipo il caricabatterie e il Topolino per dormire (ne ho mai parlato? ne parlerò) rimane una voragine di incognite. Ecco quindi la lista:
Caricabatterie cell.
Topolino
Biglietti treno
Macchina fotografica
Latte detergente
Mutande (me le scordo sempre)
Pigiama (pure)
Jeans
Maglietta fiorellini?
Coprispalle nero?
Coprispalle verde?
Orecchini argento + bracciale + collana?
Maglietta grigia oppure camicia a fantasia marrone oppure...
Ma se maglietta grigia allora collana e orecchini turchese
ma se camicia allora collana rossa/gialla e orecchini...?
E se maglietta a fiori smalto arancio ma se maglietta grigia?
Ecco, così
Come perdere tempo per non pensare, e spostare sull'abbigliamento l'ansia da prestazione.

Che poi, quando sono lì, apro la valigia e scopro, con sconforto, che non so cosa mettermi e ho sbagliato tutti gli abbinamenti. E che ho scordato le mutande.






martedì 11 settembre 2012

Materiale da meditazione

«Non è vero che il tempo passa in fretta, come dicono i vecchi...» mi dice Anna, con i suoi grandi occhioni scuri e indagatori.

Si aspetta una risposta... io non so che dire. 
È proprio così: il tempo sembra subire un'accelerazione, con l'avanzare dell'età.
Ricordo le lunghe, lunghe, lunghe giornate di quando ero bambina. Di gioco, e anche di noia. Mi pare impossibile che fossero composte da 24 ore esattamente come quelle di adesso.
L'impressione è quella di una discesa, in cui si acquista velocità mano a mano che si rotola giù.
Ha ragione Anna: questa idea che il tempo passi in fretta è una cosa da vecchi. C'è da riflettere un bel po'...

«Perché dicono così, mamma?» incalza lei, che sta aspettando ancora un mio commento.
«Eh, perché i vecchi... Quando sei vecchio... Non lo so...» ammetto. È quasi mezzanotte, bambina mia, e abbiamo avuto amici a cena, e c'è tutta la roba da sistemare, e tu sei seduta sul water.
Ma com'è che ai miei figli il momento della cacca ispira sempre grandi riflessioni filosofiche?

martedì 4 settembre 2012

Non urlo

Che poi è il secondo capitolo di: Urlo.
Perché a tutto c'è un limite. E se non c'è bisogna mettercelo.
Nel mio caso, più di mille buoni propositi, è stato efficace lavorare con le finestre aperte. Perché le finestre aperte sono delle spione, delle pettegole cui non sfugge niente. Meno che mai può sfuggire loro una mamma che urla contro i suoi figli, in un complesso di case tutte così vicine.
Urla beluine, isteriche, odiose, proprio come le mie, ma non ero io.
C'è questa tipa che abita praticamente di fronte, che ha due bimbi, di cui uno neonato e l'altro molto piccolo (almeno, questo è quello che sono riuscita a decifrare). Questa donna io non lo so che problemi ha, ma urla. Il bambino piange e lei gli grida di smetterla. Il bambino dice qualcosa e lei gli risponde gridando. Lo senti che non sono urla sane. Intanto perché sono troppo frequenti, e poi perché hanno quella nota stonata, quel "di più" di rabbia che non è necessaria con un bambino.
È l'unica in tutto il complesso di condomini a urlare così, per quello che ne so. 
L'unica a parte me.
Perché anch'io mi lascio spesso andare a scoppi d'ira al massimo dei decibel. 
Ma adesso non più.
Ho fatto un fioretto.
Perché sentire quella donna e le sue grida è stato come sentire me stessa. E il disprezzo che istintivamente ho provato per lei l'ho provato anche per me.
Insomma, per me è stata una terapia. Mo' basta.
Eh, non è facile come sembra. I bambini ce la mettono tutta per farmi perdere le staffe, la stanchezza si accumula, il complesso di preoccupazioni, esaltazioni, carichi emotivi, fatica psichica, bisogni inespressi è tanto e tale che a volte mi sembra di non riuscire a contenerlo.
E allora, da una settimana a questa parte, mi impongo il controllo. Perché le urla non hanno un fine educativo, non hanno alcuna utilità se non lo sfogo di una rabbia che spesso con i bimbi c'entra poco o nulla. E questo io lo so, e lo sapevo anche prima, solo che prima non avevo "sentito" l'effetto che fa. Ed è brutto. Proprio brutto.
E io non voglio essere una pazza isterica.
Sento che posso farcela, basta contare fino a 3, respirare, guardarsi dall'esterno, respirare, pensare ai bimbi come ti apparivano appena 5 minuti fa, piccoli e tenerotti, contare ancora fino a 3.
Non è che ci riesco sempre, ma ho abbassato i decibel.
Ce la farò? Ce la voglio fare.
Ma voi, mamme e donne all'ascolto, pure voi urlate?
Che ne dite di una bella terapia di gruppo?