mercoledì 10 ottobre 2012

Caro figlio

Giorni fa, in uno di quei vuoti che il lavoro dà e il lavoro prende, mi sono ritrovata ad ascoltare in modo compulsivo questa canzone di Ivan Della Mea, nella versione cantata da Cisco:
http://www.youtube.com/watch?v=CyhSwJVkF3U
Viene spontaeno misurare la distanza tra quelle parole e la nostra condizione di lavoratori precari... Una distanza materiale, strutturale, esitenziale. Eppure, considerando che è del 1966, mi sorprende come - in fondo - sia allo stesso tempo una canzone attualissima.
Certo, quelli erano gli anni Sessanta. Gli anni della crescita economica, mentre i nostri sono gli anni della crisi. Il lavoro esisteva sostanzialmente in due sole forme, quello nero e quello dipendente, mentre oggi spaziamo tra una quarantina di tipologie contrattuali diverse.
Quelli erano i tempi di Agnelli, questi sono i tempi di Briatore e Pier Silvio Berlusconi. Là c'era un padrone, anello di una dinastia, potente come un monarca. Oggi abbiamo amministratori delegati, presidenti, spesso figli di papà, ma possibilmente in incognito.
Quegli erano gli anni in cui i lavoratori avevano la potenza di un esercito, una forza che li portò a imporre lo Statuto che ne sanciva i diritti... Oggi i lavoratori sono prima di tutto consumatori, se va bene elettori, in qualche rarissimo caso possono essere anche militanti. Ma non sono più una compagine.
Il personaggio della canzone viene licenziato (gli viene addirittura riconosciuta la liquidazione!). Oggi sei semplicemente un lavoratore a scadenza, finito il periodo d'uso non c'è neppure bisogno di un arrivederci.
Ma la differenza principale, forse, è tutta nella frase "ho scioperato per la difesa del mio sindacato". All'epoca il sindacato era davvero una cosa "mia", l'insieme di cui facevo parte in quanto lavoratore. Oggi, nella migliore delle ipotesi, il sindacato è un soggetto estraneo cui posso decidere di aderire, più o meno convintamente.
Cosa è successo nel frattempo?
L'esempio di Briatore credo renda bene l'idea: quest'uomo, condannato per truffa e sfuggito al carcere con la latitanza, riconosciuto colpevole di evasione fiscale ecc ecc ecc, è oggi protagonista di un reality show, The Apprentice (http://www.youtube.com/watch?v=HMPTmDnikeY), dove, se ho capito bene, dovrebbe fungere da maestro per aspiranti top manager.
C'è qualcosa che si presta a rappresentare meglio la classe dirigente di questo Paese? Credo che nella sua spudorata sfacciataggine, la presenza di quell'uomo in quel programma di fatto dica chiaro e tondo: "Moralità? Inutile se non dannosa. Onestà? Peggio che peggio. Idealità? La cerco sul dizionario. Se vuoi fare carriera devi essere un abile approfittatore, e pazienza se questo significa calpestare leggi e persone".
Oggi tutti hanno ben chiara la pochezza della classe politica, ma forse non è altrettanto diffusa la consapevolezza che il disastro in cui ci troviamo è opera anche di una classe dirigente incapace (se va bene), priva di una visione di insieme, disposta a passare sul corpo di intere generazioni pur di veder salire la quotazione in borsa e il margine di profitto. Corrotti, i politici, corruttori gli altri: l'habitat ideale per la mafia. E non sto pensando "solo" alla mafia in senso classico, quella delle cosche, degli affiliati, del pizzo e delle stragi. Penso alla mafia diffusa, all'impunità diffusa.
L'esistenza stessa del precariato, così come lo conosciamo oggi, è il risultato - allo stesso tempo - di leggi sbagliate e di elusione di quelle stesse leggi. Perché se dal pacchetto Treu fino alla riforma Biagi, per arrivare alla riforma Fornero, il legislatore non ne ha azzeccata una, spingendo verso una riduzione progressiva e inesorabile dei diritti, dall'altra parte c'è stato chi ha abilmente rigirato la normativa, trovando le scappatoie per acquistare lavoratori a basso prezzo e senza alcun tipo di tutela.
E a fronte di tutto questo, che lavoratori siamo, noi? Quanto siamo disposti a incassare, tra umiliazioni e privazioni di diritti? Fino a che punto siamo capaci di tollerare il capestro del ricatto, a renderci complici del nostro stesso assassinio?
Non nascondiamoci le nostre colpe (generazionali, non solo individuali): ci aggrappiamo al lavoro che ci viene "concesso" quasi come un pasto alla mensa dei poveri, non protestiamo, facciamo i bravi, i remissivi, perché il terrore di ritrovarci in mezzo a una strada è paralizzante. Accettiamo contratti palesemente illeciti, perché sottostiamo al ricatto più immorale: o questo, o la disoccupazione.
Parlo di me, parlo dei miei colleghi, dei miei amici. Sono pochissimi quelli che tentano di alzare timidamente la testa.
Ecco perché la canzone di Della Mea è ritornata attuale: oggi siamo di nuovo nella condizione di quel lavoratore che perde il lavoro perché ha scioperato. Nel frattempo, molto semplicemente, i diritti per cui quella generazione ha lottato sono stati espunti, cancellati.
Siamo da capo, insomma.
E allora, caro figlio, vieni a sentire. È giusto che tu sappia che mondo si prepara per te. Ascolta quello che devo dirti.
Allora come adesso, abbiamo solo due cose da perdere: il lavoro e la dignità.
Se devo scegliere, io preferisco perdere il lavoro.



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