giovedì 19 dicembre 2013

Maschio e femmina li creò

In questi giorni circola in rete questo articolo, che ha il grande pregio di fornire una piccola ma ricca bibliografia contro gli stereotipi di genere.
Non mi avventurerò in dotte disquisizione su cosa si intenda, o si debba intendere, per femminismo, che cosa realmente siano le pari opportunità, come si declini il concetto di "uguaglianza tra i sessi" in un contesto multietnico, multireligioso, multiculturale e anche multireazionario come il nostro. 
Vorrei solo sottoporvi il mio problema, legato ai prodotti orientati. L'azzurro e il rosa, per intenderci.
Quando è nata Anna, Diego aveva due anni e tre mesi. Era veramente piccino. Io non mi ponevo troppi interrogativi su una possibile gelosia nei confronti della sorella perché - mi dicevo - io non gli toglierò neppure un grammo, una briciola, un soffio di amore, e sono certa che lui se ne accorgerà. Lasciamo che le cose vadano come devono andare.
È andata che ci siamo accorti che, per Diego, l'importante era aver ben chiaro il mio e il tuo: questo è il mio perimetro, questi sono i miei giochi, questo è il mio tempo. Per riflesso, anche la sorella ha adottato strategie di differenziazione, che fatalmente si sono assestate sul concetto di maschile e femminile.
Noi forse abbiamo favorito questo meccanismo perché, come forma di rassicurazione, dicevamo e diciamo cose tipo: "Diego è il bimbo più bello del mondo, Anna la bimba più bella del mondo". E alla fatale domanda: "preferisci me o lei?" abbiamo sempre risposto: "Diego è il mio bimbo preferito, Anna la mia bimba preferita".
Non so se questo ha avuto influenze sulla loro identificazione di genere, ma sembra che loro l'abbiano definita in modo piuttosto netto.
Questo è un gioco da maschi, questo è un gioco da femmine. Questo è un vestito da maschio, questo è un vestito da femmina. È un processo che si autoalimenta, perché da un certo punto di vista segue e asseconda una loro naturale inclinazione ("loro" vuol dire dei miei figli, non dei bambini in generale).
Mi spiego. Quando Anna è venuta al mondo ha portato in dono a suo fratello un'ambulanza dei Lego (chiesta da lui) e un bambolotto. L'ambulanza è ancora nella cesta delle costruzioni, mentre il bambolotto è stato snobbato da Diego per poi essere seviziato da Anna, più tardi. A lui piacciono i mostri, i dinosauri, i lego, le costruzioni in generale e, in epoca più recente, i videogiochi.  Fino a poco tempo fa era del tutto indifferente all'abbigliamento, ma adesso quando vuole farsi bello preferisce le camicie. Da parte sua Anna ha una vera adorazione per tutto quello che è cosmesi, smalti, tatuaggi (trasferelli, naturalmente) outfit appariscenti e molto stylish, bigiotteria, paillettes, lustrini, fiocchetti ecc. Le piacciono le Barbie e le bambole.
Gli stereotipi degli stereotipi.
Non è solo in abbigliamento e giocattoli che si sostanzia questa divisione. Anche nei consumi culturali Diego e Anna sono già molto orientati: i cartoni da femmina e i cartoni da maschio, i libri da femmina e i libri da maschio. Per un periodo abbiamo avuto anche le canzoni da femmina e le canzoni da maschio, con lotte furibonde tra i due per decidere se in macchina dovevamo ascoltare prima la sigla di DragonBall o la canzone della Sirenetta.

A raccontarlo mi sembra di aver fallito in qualcosa. Non ero io che fin da piccolissima mi opponevo ferocemente a qualsiasi forma di discriminazione contro le donne? E la discriminazione non passa forse dallo stereotipo? Avrei potuto fare qualcosa per prevenire questa differenziazione drastica tra maschile e femminile nei miei figli? Di fatto, loro riescono a giocare davvero insieme senza sbranarsi quando trovano un'attività non caratterizzata: la capanna con le coperte, i lavoretti più o meno creativi, i travestimenti. Diego non si fa coinvolgere in giochi con le bambole. Cucinare è l'unica cosa "da femmina" che riesce a raccogliere l'entusiasmo di entrambi. Anna invece si adatta volentieri, quando le viene concesso, ai giochi del fratello, in particolare quando è in compagnia degli amici. Ma - appunto - non sempre le è concesso.
E voi cosa fate per combattere gli stereotipi? Avete trucchetti o strategie da suggerire? Come si fa a evitare una polarizzazione dei consumi senza costringerli ad abbandonare i giochi e le attività che gli piacciono di più?

Ecco Anna in una delle sue stravaganti mise.





venerdì 13 dicembre 2013

C'ho un amico che ha scritto un libbro

Vi ricordate il periodo in cui avevo realizzato quanto sia importante "tirarsela" per vendersi proporsi?
Ecco, adesso invece ho realizzato che proprio non ce la faccio.

Le mie tipiche risposte alla domanda: «Che lavoro fai?»

1. «Ehm... ecco... »
2. «Scrivo. Ma non proprio, non sono una vera scrittrice»
3. «Sarei una redattrice, ma poi alla fine in realtà scrivo cose...»
4. «Difficile da spiegare. Un po' quel che viene. Diciamo che sono una freelance»
5. «Scrivo libri, cioè no, testi vari. Per bambini, principalmente. Sembra chissà che, ma in realtà sai...»
6. «La precaria. In editoria. E anche un po' nella comunicazione. Sono una precaria polivalente»
7. «Mah, sono due mesi che non arriva un lavoro e 10 mesi che non ho entrate regolari. Forse sono disoccupata.» 


E allora sai che c'è? Ho deciso che se non riesco a vantarmi del mio lavoro, posso vantarmi di quello altrui. 
Mi capita sempre più spesso di comprare libri scritti da amici. E se ho amici così fighi da scrivere (bei) libri, allora, per la proprietà transitiva della figaggine, sono figa pure io. 
Ecco quindi l'angolo dei libri degli amici miei, più o meno dal più recente in giù.




Una graphic novel per bambini, scritta da due dei più importanti autori Disney della nuova generazione. E ho detto tutto. Io e Teresa abbiamo frequentato insieme l'accademia Disney. Eravamo compagne di classe, insomma. E anche se non ci vediamo mai, lei è una persona così bella che non voglio perderla, e rimango aggrappata a distanza, anche grazie al blog La casa senza nord, che poi è la casa dove vive con Stefano, che oltre a essere un grande artista è anche suo marito e padre dei suoi figli.











È appena uscito il secondo, ma ovviamente consiglio di cominciare dal primo. Per chi ama il fantasy è un'occasione imperdibile. Oltre a essere una bravissima scrittrice, Silvia è anche una vera professionista dell'editoria, competente e allo stesso tempo umanissima, e io ho avuto l'onore di lavorare con lei. L'unica cosa che non riesco a perdonarle è di essere più giovane di me.




Difficile parlare di israeliani e palestinesi senza cadere in trappole ideologiche. Nicoletta c'è riuscita perché si è tenuta dalla parte dei bambini, e anche perché è una persona pulita. Come per Silvia, ho avuto la fortuna di lavorare con lei e di apprezzarne tutta la sensibilità. Dote che ha saputo esprimere al meglio anche nel suo romanzo più "adulto":



La storia di due sorelle, e del cammino che le porta a perdersi e ritrovarsi. Da leggere.

Ariase Barretta. Io non lo so se lo amo o lo odio quest'uomo che riesce a passare dal lirismo gotico di 



all'iper realismo ultra contemporaneo di 



nel dubbio, leggo tutto quello che scrive. Abbiamo lavorato nella stessa redazione, e questo dimostra che anche la transumanza del precariato ha i suoi lati positivi. Si conosce tanta bella gente.

L'anno scorso al Salone di Torino ho comprato questo, e l'ho amato:



Con Stefano ci conoscevamo di vista. Militavamo nello stesso partito, e se hai passato nottate alle stesse interminabili riunioni o dietro i pentoloni fumanti di uno stand-ristorante, un po' amico lo sei (si parva licet...). Lui non l'ha mai saputo e non avrei mai avuto il coraggio di dirglielo, ma mi ha fatto un grande regalo. Gli devo infatti una delle mie citazioni preferite: "Signori, la vita è breve. Se la viviamo, viviamola per calpestare i re" (Shakespeare, chi altri?). 

Per chi ha una passione per la Storia, ecco due libri che offrono un punto di vista davvero originale:





Il primo è un libro su come la Storia cambia l'amore, e il secondo è un libro su come l'amore cambia la Storia. Conosco Patrizia Zani ormai da un po' e ne ho un'ammirazione sconfinata, perché è il tipo di donna che vorrei essere io: colta, intelligente, aperta, ricca di ideali e con un grande fascino. Nei suoi libri tutto questo si vede.


Infine concludiamo con un libro da leggere e regalare (siamo a Natale, no?):



Lulù Librandi è il nom de plume di una mia compagna di liceo, il che dimostra che anche sperdute scuole dell'Appennino calabro possono allevare menti brillanti. Con questo romanzo mi sono fatta delle gustose risate e ho scoperto che esistono borse che costano come una casa. E ho anche capito che dovevo fare giurisprudenza.

Forse ho dimenticato qualcuno, ma vi tengo aggiornati.

E ricordate: non c'è regalo più bello di un libro!*


*se incidentalmente dovessimo vederci per le feste, e proprio non volete presentarvi a mani vuote, io questi li ho tutti, ma magari al prossimo post scrivo una whishlist.

mercoledì 11 dicembre 2013

Cronologia

Margaret Mazzantini è già quarta in classifica, con il suo ultimo libro. Leggo questa notizia e penso: pure io.
Che ci vuole a scrivere un best seller? Basta mettercisi. 
Apro OpenOffice per cercare il file a cui sto lavorando, ed ecco che l'entusiasmo si volatilizza:



La mia unica Top Ten, al momento, è quella delle preoccupazioni.

martedì 10 dicembre 2013

Con tutto l'amore del mondo

Gatti, amori miei, mia disperazione.
Torno a casa e trovo il pacchetto del pancarrè dilaniato dalle sacrileghe fauci. Ma non un pancarrè qualunque: farina di kamut biologica, che costa come un cappotto di lana Merinos.
Cambio stanza e trovo il sacchetto della sabbia dilaniato dai voraci artigli. Ma non un sacchetto di sabbia qualunque: lettiera ecologica compostabile ottenuta da scarti di solo orzo italiano, che costa come una rata di Yale.
Perché? Volevate mangiare la lettiera d'orzo? Avete la ciotolina piena di croccantini. E mica croccantini qualunque: bilanciati, medicati contro la struvite, ottenuti solo da carni selezionate di mucche sacre del Gange, che costano come un mese a Ibiza.
Io vi amo, gattini miei, veramente. Sono più di 12 anni che vivo al vostro servizio. Perché allora mi avete fatto a pezzi il divano (il secondo divano)? Perché andate a fare la pipì nel vaso dello Spatifillo, condannandolo a una morte orribile? Perché andate a dormire nella cesta della biancheria da stirare? Perché mi brucate tutte le foglie della povera Dracena?  Perché aspettate la notte in cui sono da sola con i bimbi per buttare giù dai mobili gli oggetti ed esibirvi nell'aria "E muoio disperato" davanti alla porta, alle 3 del mattino*? Perché vi guardate in cagnesco (siete gatti, ne va della vostra reputazione!) e poi fate a botte correndo sulla mia faccia?
Lo so, vi ho viziato. E so anche che noi umani vi sottoponiamo a umiliazioni terribili. Ammetto che ieri mi sono sentita molto in colpa nel guardare questo:



Però io non merito tutto questo, e voi lo sapete.

*Qui, Nero si esibisce in "A cenar teco", parte del Commendatore.


video




venerdì 6 dicembre 2013

Preghiera



Marchio nostro, che sei su Sky,
sia indicizzato il tuo brand,
vinca il tuo SEO,
sia fatta la tua pubblicità, come in Google così in Facebook.
Dacci oggi la nostra home quotidiana,
concedi a noi i nostri credits
come noi li concediamo ai nostri follower,
e non ci indurre in assuefazione
ma liberaci dalla pubblicità su youtube.
Amen.

No, perché avete presente come si uccide un'emozione?







martedì 3 dicembre 2013

Volemose bene

Cose che contribuiscono a migliorare l'umore:
- ricevere una raccomandata, tremare al pensiero che sia una multa o un sollecito di pagamento, scoprire che in effetti è proprio un sollecito di pagamento ma che ti è stato addebitato per errore e quindi non devi pagare;
- portare il figlio dal dentista a togliere un dente, e andarsene senza sborsare un soldo perché il dottore ha deciso così;
- prendere un caffè, posare un euro e dieci cent sul bancone ma il barista trattiene solo un euro perché (per motivi inesplicabili) ha deciso di farti lo sconto;
- telefonare all'assicurazione e scoprire che hanno deciso di calare il premio di 16 euro.

Ma soprattutto:




Sì, perché avete presente la COSONA di cui parlavo nel post precedente? Ebbene, prevede che io faccia il passaporto. Per la legge italiana, se hai dei figli minorenni non è che puoi fare il passaporto e ciao. Il padre dei tuoi figli deve firmarti un consenso, per dimostrare che è d'accordo che tu te ne vada.
Ovviamente, intorno a questo, mio marito ha costruito un film. Ora, qualsiasi cosa io faccia o dica lui mi "minaccia" di non darmi il permesso. 
Me lo sono lavorato per bene, però: gli ho preparato una cenetta a base di gamberetti e vino bianco, poi gli ho dato una pergamena sigillata con la ceralacca, in cui avrebbe dovuto apporre la sua autorevole firma. Ed eccola qua.

Per il resto invece non si muove nulla. Tante mail. Tanti contatti. Tanti "ti farò sapere". Tanti tanti tanti troppi forse. Cerco di volermi bene, di non abbandonarmi a comportamenti autodistruttivi (a parte qualche occasionale overdose di cioccolata), di non piagnucolare tutto il giorno e non ammorbare la vita agli altri, ma ho praticamente un groppo alla gola che sembra una pallina da ping pong impiantata sulla tiroide. Non si muove da lì. Quindi penso al mio passaporto, vedo aerei dappertutto, come quando ero incinta a vedevo solo donne panzute, mi aggrappo ai miei bimbi come da piccola ai peluche, mi godo il calduccio sotto il piumone con un grosso libro e due grossi gatti, vado a giocare a tennis e mi esalto se riesco a centrare il campo avversario, mi nutro della crema all'olio di Argan che mi ha regalato la mia amica Francesca, ascolto Bob Dylan in macchina e mi struggo a guardare i tramonti, penso alla storia che ho in mente e mi innamoro del protagonista. Insomma, mi tengo quanto più possibile al riparo dal prosaico. Avevo anche iniziato a leggere un libro triste, ma triste, ma triste (Rumore bianco, di Don DeLillo), e l'ho lasciato a metà contravvenendo a tutti i miei principi per dedicarmi a una lettura molto più leggera (Guida galattica dell'autostoppista, ciclo completo).
Qualche consiglio su comportamenti forieri di buon umore?








martedì 26 novembre 2013

Finché c'è la salute...

Si riapre con cauto ottimismo, che non è dettato da novità lavorative, purtroppo. In effetti il mio ottimismo è direttamente proporzionale al mio conto in banca, quindi credo che non ritornerà in asse per molto tempo ancora.
Insomma, è stato un periodaccio. È tuttora un periodaccio. Perché non va, proprio non va.
Ho davanti due strade. Peccato che siano entrambi vicoli ciechi.
Posso continuare così, sperando in lavori che arriveranno, progetti che partiranno prima o poi. Da piccola avevo come amici immaginari un cane, una mosca e un piccolo popolo curiosamene diviso in reggimenti. Siamo - direi - allo stesso livello di realismo.
L'alternativa è cercare altro, cambiare radicalmente settore. Il che significa buttare alle ortiche 12 anni di onorato servizio, con ripercussioni non certo piacevoli sulla mia psiche: un sacrificio accettabile, se qualcuno mi spiega come fare, a 38 anni, a reinventarsi un mestiere.

A parte questo clima tragicomico da fine-di-mondo, non ho scritto anche a causa della sindrome nota come "automasticazzi", che mi è stata diagnosticata da Siro. Niente di quello che mi accade mi pare degno di menzione.
Però dai, nel frattempo mi sono dedicata alla ristrutturazione di interni.


Il fatto è che i bimbi hanno visto due puntate di Freestyle, tutta un'altra stanza, e pretendevano di fare richiesta per partecipare al programma. Se non volevo ritrovarmi Muciaccia per casa dovevo darmi da fare, e avevo giusto due ombrelli rotti da riciclare. Alla fine è stata una bella domenica pomeriggio.

In realtà una cosuccia bella bella c'è. Anzi, una COSONA. Una COSONA BELLISSIMA di cui non voglio ancora parlare perché neppure ci credo. No, non sono incinta. Però accadrà tra 9 mesi :)
Restate sintonizzati e prometto che dirò di più quando davvero riuscirò a crederci.

Comunque, sursum corda! Noi umani siamo abilissimi nel rovinarci l'esistenza: basti pensare che qualcuno beve il caffè nelle tazzine di vetro!  Al bando il pessimismo. Sorridiamo alla vita e la vita ci sorriderà! Ah-ah-ah! (i trattini lasciano intendere un tono di velata follia dietro la risata) Ah-ah-ah-ah! Ah-ah-ah-ah! Ah-ah-ah-ah! Ah-ah-ah-ah! Ah-uah-uah! Uah uah uah! Uah-ah-ah... (la risata scivola verso la demenza. Il soggetto è ormai fuori controllo)



mercoledì 13 novembre 2013

giovedì 31 ottobre 2013

Essere all'altezza

Ieri sera, sdraiate nel letto, Anna:
"Hai visto la mia torre, a scuola?" 
Lì per lì sto per rispondere di no, poi capisco a cosa si riferisce. Ogni giorno, i bambini che si sono comportati bene aggiungono un quadratino alla loro colonna personale: ne viene fuori una cosa simile alla skyline di New York, solo più colorata. La torre di Anna è una delle più alte.
"Sì, l'ho vista! E sono proprio fiera di te, si vede che sei stata sempre brava".
"Sì però io devo prendere uno sgabello perché non ci arrivo. Sono troppo bassa!"
Sto per liquidare la cosa con un "pazienza", quando mi si accende la lampadina. Al colloquio, la maestra di Anna ci ha chiesto se lei accusa qualche forma di sofferenza per il fatto di essere la più bassa, perché ha notato alcuni segnali in questo senso.
Il fatto è che i miei bimbi sono piccoli. Da sempre sotto la media, indietro di almeno un anno con le misure dei vestiti, in qualsiasi contesto tra coetanei sono sempre i più bassi. Finora ho confidato nella speranza che questo non diventasse un problema, ma il campanello d'allarme della maestra mi ha fatto sorgere il dubbio.
"Anch'io sono sempre stata la più bassa della classe. A te dispiace di essere piccola?" le chiedo.
"Un po' sì, perché a volte non riesco a fare le cose e gli altri sì".
"Ma pensa che magari gli altri dicono la stessa cosa di te, perché tu arrivi a fare cose di cui loro non sono capaci. Mica tutti sanno già fare cinque più tre o nove meno due e tutti gli altri conti, come sai fare tu. Non importa l'altezza, perché tu hai qui, nella tua testolina, qualcosa che può farti arrivare dovunque vuoi. E sai qual è il bello? Che per arrivare un po' più in alto basta prendere uno sgabello, invece chi non ha l'intelligenza che hai tu non potrà mai trovare niente per sostituirla!"
Lei ci pensa un po' su, e poi mi dice:
"Mamma, ti adoro!"


Lì per lì ha funzionato, ma devo dirti la verità, mia cara Anna. Io questa cosa di essere la tappetta della compagnia non l'ho mai digerita del tutto. Come diceva la canzone, "è triste trovarsi adulti senza essere cresciuti". Inoltre, altezza è mezza bellezza, e a tutte fa piacere, prima o poi, sentirsi un po' gnocca.
Vogliamo parlare degli stivali, che invece di arrivarti al polpaccio ti arrivano al ginocchio? Vogliamo parlare delle minigonne, degli shorts, dei leggings (le pantacollant, quando ero giovane io) e di come stanno meglio su un paio di gambe lunghe e affusolate?
Certo, la taglia minima offre indubbi vantaggi nell'acquisto di pigiami, magliette e perfino scarpe, perché si può attingere al reparto bambini, che in qualsiasi negozio ha prezzi più bassi dell'equivalente adulto. Ma il vantaggio si esaurisce qui.
Qualche tempo fa ho perfino letto che, statisticamente, gli incarichi di più alta responsabilità sono ricoperti - indovina un po' - da persone di alta statura. Non ho approfondito la scientificità della ricerca, ma non ho difficoltà a credere che una persona abituata a guardare gli altri dall'alto in basso, o almeno direttamente negli occhi, si senta più in grado di "dominare". Di converso, una abituata a guardare da sotto in su deve sviluppare un bella scorza per farsi valere, soprattutto se parte da una base di timidezza come nel mio caso (e - temo - anche nel tuo).
Mi sento un po' in colpa, per averti trasmesso questa parte del mio patrimonio genetico. Dovrai farci l'abitudine, tesoro mio, e non ti posso promettere che non ne soffrirai.
Se posso darti qualche consiglio sulla base della saggezza acquisita negli anni, assicurati una buona fornitura di scarpe con il tacco alto e una discreta scorta di autoironia. Ricorda che la femminilità non si misura in centimetri (e speriamo di non averti trasmesso anche il gene delle tette piccole). Sappi che, in confronto alle stelle siamo tutti alti uguali. E soprattutto, se qualcuno ti prende in giro, digli che lo aspetto fuori.



martedì 29 ottobre 2013

Tic tac tic tac

Tempo.
Tutti abbiamo bisogno di più tempo. E quando lo troviamo, non sappiamo riconoscerlo. 
È cambiato dall'ultima volta che l'abbiamo avuto a nostra completa disposizione.
Allora eravamo giovani, ne avevamo tanto, troppo, non solo di presente ma anche di futuro. Non sapevamo che farcene, e allora lo sprecavamo anche un po'. Lo riempivamo di sogni, che poi spingevamo un po' più in là per riservarci di cancellarli in un secondo momento. I sogni si depositavano sull'orizzonte, come nuvole esauste dopo un temporale, e lì restavano, a far da cuscinetto per le attese.
Attese. Anche le attese, come il tempo, vent'anni fa avevano tutto un altro aspetto.

In questi giorni un bel po' di tempo mi avanza, e mi concedo il gusto di perderlo come ne avessi ancora tanto.
Lo riempio di piccole cose morbide.
Quindi, se siamo costretti a casa dal primo virus della stagione, faccio un passaggio in biblioteca e prendo in prestito un paio di libri e dei dvd. Giorni di coccole, mentre il virus migra da un figlio all'altro. È bello starsene tutti sul divano a guardare un cartone, nelle nostre amate "serate cinema". È bello preparare il ragù con Anna che trita il sedano e le carote con un coltello da grande, e non sta zitta un attimo per ricordarmi quanto devo esserle grata del suo aiuto. È bello preparare la pizza insieme, con le maniche tirate su e la farina fin dentro le orecchie. È bello farsi spiegare i minigiochi di Mario Bros e poi giocare a turno con Diego. È bello il gioco dell'oca, è bello colorare nei minimi particolari il negozio da pasticciera di Barbie. È bello poter dire: "Adesso, Diego, sai che facciamo? Non leggiamo, non guardiamo la tv, non giochiamo al nintendo. Adesso ti sdrai e ti faccio i massaggini".

Che quadretto felice, vero?
Ora spostate appena un po' lo sguardo. Osservate bene i miei occhi. Vedete che ogni tanto corrono al cellulare? Spero di aver dimenticato di attivare la suoneria, perché allora forse non è il telefono a tacere: sono io che non lo sento.
Notate con quanta frequenza vado a controllare le  e-mail, tamburellando con le dita sulla scrivania?
Notate l'espressione di panico mentre apro buste che contengono bollette, bollettini, avvisi di pagamento?

Capite quindi, a cosa assomiglia il tempo, alla vigilia dei quarant'anni in una vita da precaria?
Assomiglia a un terreno carsico, in cui buche improvvise risucchiano il tuo buon umore. Non è più uno spazio sconfinato e indistinto, perché è crudelmente punteggiato da rate mensili. 
Ecco perché è fondamentale riempirlo di cose morbide. 
Sono le pareti imbottite per evitare di ammazzarsi dando capocciate al muro.


Ho bisogno di lavorare. Veramente. Perché mi sono messa anche a guardare le serie tv, e questo è il segno inequivocabile che l'armageddon incombe su di me.

venerdì 25 ottobre 2013

In attesa di un seggio nel parlamento di Strasburgo...

...mi sono fatta eleggere rappresentante di classe.
Eh lo so, non me lo dite...

Da una parte, indubbiamente, è un atto azzardato. Si tratta della classe di Anna, in prima. Non conosco praticamente nessun genitore, e tra loro potrebbe annidarsi un pericoloso rompipalle, un infaticabile criticone, uno di quelli che hanno sempre da ridire su tutto, sempre all'erta per cogliere qualcuno da crocifiggere pubblicamente. Potrei trovarmi in situazioni incresciose o imbarazzanti.
Del resto, a grandi poteri corrispondono grandi responsabilità, come dice sempre l'Uomo Ragno.
Ma non mi pare. Sarà il mio innato ottimismo, però ho visto solo facce simpatiche e rassicuranti.

Il problema grosso è che sono loro a non sapere che cosa rischiano, perché si presuppone che un rappresentante sia una persona quanto meno organizzata e precisa.
E io sono tanto organizzata e precisa e ossessiva sul lavoro quanto sperduta in tutto il resto.
Ieri, per esempio, c'erano le assemblee in tutte le classi. Avevo ricevuto ben due avvisi, uno per Anna e uno per Diego. Avevo scritto anche l'orario sul calendario, quindi per una manciata di minuti nella mia vita avevo letto e riconosciuto l'orario giusto.
Perché allora non ho avvertito i nonni, che avevo bisogno di loro dalle 16.45? 
Perché da qualche parte nella mia mente si era formulato un inconscio pensiero. Lo conosco, lo so che è sempre in agguato, ma non ho ancora imparato a prevenirlo.
Il pensiero, se fossi in grado di tradurlo in parole, suonerebbe più o meno così:
"Nella situazione X tu vorresti che le cose funzionassero nel modo Y perché così sarebbe tutto più semplice, quindi tutto funzionerà nel modo Y, oppure nel modo Y + o - 1. Insomma, il mondo, il tempo, l'intero universo di disporranno secondo la configurazione a te più congeniale, vai tranquilla".

Ieri è andata così, secondo la mia ricostruzione dei fatti:
-l'assemblea è alle 16.45. Spesso mia suocera esce dal lavoro alle 16.30, quindi alle 16.35 io sarò già libera e potrò arrivare in orario, non c'è bisogno di prendere accordi particolari
-mia suocera a volte esce alle 17, quindi alle 17.10 sarò a scuola, un ritardo trascurabile visto che l'assemblea dovrebbe essere alle 17
Sì, non ha senso. In questi casi è come se la mia mente andasse in cortocircuito.
Il mio cervello non distingue tra il dovrebbe essere ipotetico e il dovrebbe essere imperativo, che sottintende "dovrebbe essere così perché tutto accada senza crearmi problemi e senza sconvolgere le mie aspettative".

È così, per esempio, che se devo andare in un posto e non so bene dov'è, do un'occhiata allo stradario e poi parto. Nella mia mente il pensiero onnipotente dice: troverai il posto che cerchi e non ti preoccupare se non ricordi bene l'indirizzo perché sarà lui a venirti incontro, le strade modificheranno il loro percorso perché tu possa giungere lieta e senza affanno. Più o meno quello che deve aver pensato Mosè davanti al Mar Rosso.
Non avete idea di quante volte mi sono persa, in questo modo. Il fatto è che qualche volta ha funzionato, e allora questo modus operandi si è imposto come il più efficiente, a dispetto di ogni smentita.

Così funziona anche per gli appuntamenti o gli impegni, e quel sant'uomo di mio marito è il primo a farne le spese.
Ogni tanto la combino grossa. Quest'estate, per esempio. Avevo chiesto a mio fratello di indicarmi il giorno in cui avrebbe lasciato la nostra casa in Calabria, in cui trascorriamo di solito le ferie, perché dovevano raggiungerci degli amici. Mio fratello mi aveva mandato un sms: "Pensiamo di partire il 4 agosto".
A quel punto io ho detto agli amici che potevano tranquillamente arrivare il primo sabato di agosto senza controllare e verificare alcunché. Per esempio, convinta che il 4 fosse sabato (convinta anche dopo aver guardato il calendario), non mi sono accorta che in realtà era una domenica. Poi, convinta che mio fratello avrebbe viaggiato di notte, ero certa che sarebbe partito nel tardo pomeriggio, e dunque avevo detto ai miei amici che avrebbero trovato la camera a loro disposizione la sera di sabato (che in ogni caso sarebbe stato domenica, ma siccome mio fratello aveva deciso di viaggiare di giorno, in realtà era lunedì).
Tutto questo perché io mi ero prefigurata che mio fratello sarebbe partito il pomeriggio del primo sabato di agosto, e malgrado le informazioni in senso contrario, malgrado l'opportunità di verificare le mie supposizioni, io sono rimasta convinta di ciò.

Il fatto è che vivo contemporaneamente in due dimensioni: uno è il mondo reale, quello in cui sono io a dovermi adeguare agli orari, ai percorsi, alle date, agli impegni altrui, uno è quello virtuale, in cui tutto si dispone intorno a me in modo armonioso e favorevole.

Posso io ricoprire incarichi di responsabilità, fosse anche quello di rappresentante di classe, senza rischiare di combinare pasticci?
E la mia idea che i genitori siano tutti simpatici e inoffensivi, non è forse una delle grandi illusioni che popolano il mio mondo immaginario?
Qualcuno di voi ha mai avuto esperienza in materia e mi può dare qualche suggerimento?
Ma anche voi vivete questi sdoppiamenti tra realtà effettiva e realtà figurata?



lunedì 21 ottobre 2013

Una storia

Era l'estate del 1944. La Seconda guerra mondiale imperversava ancora tra i continenti. L'Italia era sotto scacco, con i tedeschi che ne occupavano gran parte del territorio, i fascisti che l'ammorbavano con la loro presenza e gli alleati che la bombardavano.
Nei pressi di Maiolo, un minuscolo paesino tra Emilia Romagna e Marche, viveva una famiglia di mezzadri: la famiglia di mia madre. Mio nonno, Dino Selva, oltre ad avere due dolcissimi occhi celesti, sapeva coltivare la terra, allevare animali, lavorare il legno, intrecciare vimini e curare con la corteccia. E sapeva anche da che parte stare: era comunista e partigiano.
Il 5 giugno i tedeschi abbatterono un aereo americano che aveva appena bombardato la stazione di Bologna. L'equipaggio fu costretto a paracadutarsi in pieno territorio nemico. 
Il giovane pilota James H. Longino sfuggì alla cattura e - non si sa bene per quali vie - arrivò a ca'Michele, dove vivevano i Selva.
Mio nonno Dino e la sua famiglia ospitarono quello sconosciuto, che parlava una lingua per loro incomprensibile, per tre mesi, fino a quando i partigiani riuscirono a farlo uscire dai territori occupati dai nazisti.
Inutile dire quanto rischiavano: era il periodo delle Fosse Ardeatine e dell'eccidio di Marzabotto, tanto per inquadrare la questione. Me lo sono chiesto spesso da dove prendessero il coraggio  i miei nonni, che allora avevano tre bambini piccoli, tra cui mia madre. Forse era pietà nei confronti di un uomo sperduto, anche se straniero. Sicuramente, da parte di mia nonna, c'era anche una sincera adesione al concetto di carità cristiana. Sicuramente c'era fedeltà a una causa, amore per la patria, disprezzo per il fascismo. Sicuramente c'era una concezione di "umanità" nel senso più vasto e nobile.
James si salvò, tornò negli Stati Uniti e per molto tempo mantenne rapporti con chi lo aveva aiutato (oltre ai miei nonni, anche altre persone legate alla resistenza del riminese). Mandava regali, tra cui scatolette di cibo industriale che lasciavano interdetti quei robusti contadini abituati a prosciutti e piadine. Fin quando morì, in un incidente aereo, poco più che quarantenne.

Qualche tempo fa un appassionato di Storia, Daniele Celli, ha voluto approfondire e scrivere questa storia (con la s minuscola): ha raccolto documenti e testimonianze in un'opera straordinaria e di enorme valore per me e per la mia famiglia. Celli è riuscito a rintracciare anche alcuni parenti di James, tra cui John Longino e sua moglie Donna, che sabato scorso sono venuti a conoscere la mia famiglia. Io purtroppo non c'ero, ma è stato un momento indimenciabile, e non solo per i Selva.
Oggi infatti trovo sul blog di John Longino  e su quello di sua moglie il resoconto di quella giornata, ed è curioso pensare che un atto di solidarietà umana sia ancora in grado, a distanza di tanti anni, di generare legami da una parte all'altra del mondo:

Il blog di John Longino, qui.

Il blog di Donna, qui.


giovedì 10 ottobre 2013

Favola d'autunno


Chissà come, chissà perché
ma da ieri sul davanzale c'è
un ospite sorprendente
di cui non so niente.





È giallo giallo e corto
col testone un po' storto.
Forse un raggio di sole
trasformatosi in fiore?




Si guarda intorno stupito
neppure lui ha capito
come gli sia accaduto
di essere cresciuto.
Ben presto ha compagnia
«Anche tu amica mia
come me sei capitata
nella stagione sbagliata?»



«L'autunno è stagione fosca»
risponde la mosca
«io non sono appena nata,
mi sono un po' attardata.
Le mie sorelle dormono già
il sonno dell'eternità.
Senza richieste speciali
hanno chiuso le ali.
Io volevo piuttosto
scegliermi il posto.
Tu invece sei strano
sembri quasi un tulipano!»
«Forse, ma sono sgraziato
niente affatto slanciato
per una perfetta eleganza
non c'è sole abbastanza.»
«Eh, l'autunno non scalda
ma per quanto mi riguarda
sei perfetto come sei.
Ecco, il posto che vorrei
per fermarmi a dormire
ha un'ombra gialla e gentile»
«Tu tardi io presto...»
«Se vuoi, io resto»


E così, da questa sera
la vecchia mosca nera
e il fiore che prima non c'era
sognano insieme la primavera.



mercoledì 9 ottobre 2013

STOP PHUBBING!

Oooh!




Ecco finalmente un neologismo utile. Perché se non hai la parola per definire il problema, non riesci a identificarlo con chiarezza. E se non lo identifichi non puoi combatterlo.
Premetto che non sono aprioristicamente contraria all'uso della tecnologia. Anzi, io stessa a volte mi percepisco come un'estensione organica del mio computer. Non sono una di quelle millenariste che gridano alla fine del mondo perché i bambini giocano con il Nintendo, gli adolescenti fanno amicizia tramite Facebook e gli adulti si fanno le corna con Meetic. 
Però questo uso spasmodico degli smartphone, certe volte, mi urta. Parecchio. Perché già mi piace poco parlare con una persona che ti guarda come se tu fossi trasparente, e ti dà la netta sensazione di star pensando a un'altra cosa. Se poi questa persona neppure ti guarda, ma fissa lo schermo dell'iPhone, allora proprio no.
A me capita sempre più spesso di trovarmi in compagnia di persone che sono lì, ma non ci sono, come se la connettività perpetua, questo dono dell'ubiquità servito su un piatto di silicio, richiedesse dedizione completa, a prescindere dal contesto.
Siamo insieme? Parliamo! Se ci viene voglia di guardare un video o ascoltare una canzone sul tuo smartcoso, facciamolo, ma poi spegni. Non ti mettere a chattare su whatsapp, stai già chattando fisicamente con me (ricordi? to chat in inglese significa chiacchierare. Sono le chat che rappresentano un surrogato alla conversazione vis-à-vis, non il contrario!).
I peggiori sono quelli che "no, ma che me lo compro a fare uno smartphone, mica mi serve!". Tempo due settimane dall'acquisto, avranno perso definitivamente la capacità di sollevare lo sguardo dai propri pollici. Non potranno più fare a meno di instagrammare ogni attimo della loro vita: "To', un ragno! Facciamo sapere all'universo mondo che questa mirabolante e rarissima creatura si è posata sulla mia scarpa". 
"Oddio! Il bambino ha vomitato addosso sorella! Che spasso! Come non pubblicarlo?"
Se siete fuori a cena e avete prenotato per 4, tenete conto che avrete una compagnia virtuale di 1 alla 10.000 follower, e il menu verrà commentato da almeno 12 amici e magari 15 amici di amici.
Ripeto, io AMO le tecnologie della comunicazione. Tutte. Credo sia fighissmo potersi videochiamare, lasciare messaggi vocali, poter mantenere contatti quotidiani e costanti con persone che magari abitano in un altro continente, monitorare la crescita dei figli dei tuoi amici anche a distanza di chilometri, farsi pure un filino gli affari degli altri senza che questi ne siano necessariamente consapevoli. Tutto ciò è bellissimo. Io stessa passo molto tempo su Facebook, mica no.
Però diciamolo forte e chiaro. Certe cose sono come l'onanismo: siete liberissimi di farlo quando vi trovate da soli, ma in compagnia di altri bisogna porsi dei  limiti.



PS
Ovviamente il mio anatema non vale se state leggendo questo post dal vostro smartphone, anche mentre la vostra migliore amica vi confessa che ha fatto le corna al marito o mentre il vostro collega vi racconta il trauma che gli ha devastato l'infanzia, perché le attività altamente formative sono sempre ammesse.

lunedì 7 ottobre 2013

Piange il telefono

Devo prenotare una visita. La dottoressa mi dà un numero di telefono. Chiamo e mi dicono di richiamare al mattino, a un altro numero.
Chiamo il mattino dopo e mi dicono di chiamare lunedì, perché la signora che prende le prenotazioni è in ferie.
Oggi è lunedì. Chiamo e mi risponde una segreteria. Per le prenotazioni, dice un'incerta voce registrata, devo richiamare dopo le 11.30.
Chiamo alle 11.45 e mi risponde una segreteria che dice di richiamare dopo le 11.30.
Chiamo alle 12.00 e mi risponde una segreteria che dice di richiamare dopo le 11.30.
Chiamo alle 12.15 e mi risponde una segreteria che dice di richiamare dopo le 11.30.

Forse intendono dire che devi chiamare tra le 11.30 e le 11.31? 
Del resto, io l'avevo già capito che il tempo dei comuni mortali e il tempo degli ambulatori medici non coincidono. (Vedi qui)

Alle 12.45 finalmente mi risponde una signora che, alquanto irritata, mi chiede chi mi abbia dato questo numero. Per le prenotazioni devo chiamare un altro numero, dalle 8.30 alle 10.30.

...
...

Questa estate, di ritorno dalle ferie, mi sono ritrovata nelle condizioni di ritirare un referto molto importante, per una persona cara. 
Chiamo il lunedì per sapere se è già pronto, e mi dicono: "Guardi, ci vuole una settimana-dieci giorni dall'intervento. Richiami a metà settimana, perché con ferragosto di mezzo tutto slitta di un po'."
Richiamo a metà settimana. Il referto non c'è.
Richiamo il giorno dopo, nessuno risponde al telefono. Ormai sono passati più di 10 giorni. La famiglia intera è devastata dall'ansia, così decido di attraversare la città e andare a vedere di persona. Lascio la macchina nell'esosissimo parcheggio sotterraneo (ritirarla mi costerà circa 4 euro). L'ambulatorio è chiuso, ma una gentile dottoressa mi dice che è aperto dalle 13 alle 14, e riprovare quindi l'indomani.
L'indomani chiamo. Il referto non c'è.
Richiamo il lunedì. Il referto non c'è. "Comunque, signora" mi dicono "ci vogliono almeno 15 giorni"
"Ma veramente la sua collega..."
"No no, prima di 15 giorni è impossibile".
Sono passati i 15 giorni. Chiamo, chiamo, e richiamo. Nessuna risposta. Allora prendo la mia macchina e riattraverso la città. Qualcuno quel referto me lo darà, se mi vede lì con gli occhi di due settimane d'insonnia. Per evitare un nuovo salasso, lascio l'auto a un chilometro dall'ospedale e affronto la distanza a piedi, sotto un impietoso sole agostano.
"Ah ma signora, guardi che ad agosto l'ambulatorio è aperto solo lunedì, mercoledì e venerdì. Per questo non le rispondevano al telefono..."

...

Dunque, io capisco che uno dei più grandi ospedali d'Italia non sia una cosa facile da gestire, però ragazzi, un minimo di impegno. Basta un cartello sulla porta, anche scritto a mano. Oppure potete fare in modo che le persone che rispondono al telefono sappiano quello che dicono, o magari siano consapevoli di non sapere e rimandino socraticamente ad altra fonte.
Sono cose a costo 0, anche per una sanità pubblica alla canna del gas.


venerdì 27 settembre 2013

La distanza è un venticello...

In questi giorni grondo amore per i miei figli. Trasudo. Me li guardo, me li riguardo, li studio, li esamino e finisco per adorarne ogni centimetro cubo. Me li abbraccio, me li sbaciucchio, e anche quando mi innervosisco sfumo quasi subito.
Mi sembrano così teneri, così piccoli, così simpatici. Sono proprio i miei bambini, quelli lì?
Ieri sera avrei mangiato Diego di baci.
Anna stava come al solito giocando su una poltroncina. Non serve dirle la stessa cosa anche 20 volte nella stessa giornata. Millanta volte le chiediamo di smetterla di dondolarsi sulle sedie, di salire sui tavoli, di giocherellare con gli sgabelli. Non ce la fa. Ieri è caduta tirandosi la poltroncina addosso. Suo padre ha assistito a tutta la scena: la caduta, la gambina intrappolata e piegata in malo modo, e se l'è rivista di nuovo ingessata come tre anni fa (chi se lo fosse perso o dimenticato, può leggere qui). Assalito dall'ansia, si è alzato di scatto ed è sbottato: "Se ti sei rotta la gamba, ti rompo anche la testa!"
Anna è filata a nascondersi sotto il tavolo. Diego invece si è alzato con le lacrime agli occhi, ha afferrato un cuscino e l'ha lanciato contro suo padre: "Tu non la spacchi la testa ad Anna! Capito? Scemo!"
Lui, che non dice mai una parolaccia, che è sempre attentissimo a non fare cose che potrebbero esporlo a sgridate. Lui ha detto "scemo" a suo padre! Era veramente, veramente, furioso.
E io avrei voluto stritolarlo di abbracci, perché aveva preso sul serio la minaccia ed era insorto in difesa di sua sorella contro la massima autorità!

Poi ieri sera, prima di andare a dormire, abbiamo guardato insieme un libro pieno di immagini di pesci e creature marine, e abbiamo riso tanto. Vicini vicini.

Stamattina sono entrati a scuola abbracciati, e io avrei voluto corrergli dietro e chiuderli a mia volta in un abbraccio.

Perché allora c'è qualche possibilità che si vogliano bene. Anche se litigano, si picchiano, si fanno i dispetti in continuazione, in fondo in fondo un po' di affetto fraterno sono riusciti a costruirlo... E in questo periodo in cui mi sento in adorazione nei loro confronti, questi piccoli episodi sono benzina sul fuoco dell'amore.
Ma come mai? Da cosa dipende questa profusione di sentimenti?
Per quale ragione mi sembra di vederli come attraverso una foschia magica, che me li fa apparire quasi perfetti?
Una spiegazione ce l'ho. 
È che stanno 8 ore a scuola.
Viene tanto più facile adorarli, se sono fuori dai piedi per quasi tutta la giornata.




lunedì 23 settembre 2013

She's a student, he's a scholar

E così, abbiamo fatto il nostro ingresso nell'anno scolastico 2013/2014.
Il primo giorno Anna si è svegliata allegra e garrula, ha fatto colazione (evento straordinario), si è lavata da sola, si è vestita di tutto punto, si è pettinata ed è entrata a scuola con il suo zainetto pieno di quaderni, matite e curiosità.
Il secondo giorno, Anna si è svegliata allegra e garrula, ha fatto colazione (evento straordinario), si è lavata da sola, si è vestita di tutto punto, si è lasciata pettinare ed è entrata a scuola con un sorrisetto tranquillo.
Il terzo giorno Anna si è svegliata allegra e garrula, ha fatto colazione (evento straordinario), si è lasciata lavare, vestire e pettinare senza opporre eccessiva resistenza, ed è entrata a scuola con un sorrisetto incerto.
Il quarto giorno Anna si è svegliata allegra, non ha fatto colazione, si è lasciata lavare e vestire ma non pettinare, ed è entrata a scuola piangente e abbracciata alla mia gamba.
Il quinto giorno Anna si è svegliata dicendo che non voleva andare a  scuola, ma poi si è lasciata convincere a lavarsi, vestirsi e pettinarsi, ha smangiucchiato qualcosa seminando briciole per casa ed è entrata a scuola con un visetto mogio e per niente convinto.
Ieri sera, prima di addormentarsi mi ha chiesto: 
"Ma quindi oggi è l'ultimo giorno? Domani si torna a scuola?"
"Eh sì"
"Beata te che lavori e non ti annoi!"
"Beh, anche lavorare può essere noioso, a volte..."
"Sì, ma io mi stanco perché facciamo troppi compiti!"
"Accidenti! Allora bisognerà dire ai maestri di farvi lavorare meno e divertire di più. E pensare che sembrano così simpatici, invece..."
"Sì, sono simpatici e facciamo anche cose divertenti, solo che loro parlano, parlano e a me viene un grande mal di testa!"
"Quindi?"
"Quindi non ci voglio andare!"

Comunque, questa mattina siamo riusciti ad approdare a scuola con una relativa serenità, perché abbiamo cercato di buttarla in ridere e pare che la bambina sia sufficientemente dotata di autoironia.
Comunque, sa tanto di déjà vu.




Il fratellone nel frattempo ha fatto il suo ingresso in terza, e la mamma registra un notevole avanzamento verso la maturità: ormai è del tutto autonomo nella cura di sé, e comincia anche ad aiutare in piccole faccende di casa. Inoltre, ha iniziato a darmi anche un decisivo supporto professionale.
Già da un po' lo uso come "tester" per le cose che scrivo. Quando sono a un buon punto di definizione, gliele leggo ad alta voce per verificare il suo grado di comprensione e di gradimento. L'altro giorno leggevo: "...nel cantiere èdile in cui lavorava..." e lui: "Mamma! Si dice edìle!" (38 anni ci ho messo, per sciogliere questo dubbio, ed è dovuto arrivare lui...)
Poco dopo, nello stesso testo, un personaggio dice "...io ho pronunciato la profezia". 
Avevo lasciato la parola pronunciato in rosso, in attesa di trovarne una più calzante. "Perché è in rosso?" mi ha chiesto lui. 
"Perché non mi convince, ma non mi viene la parola giusta"
"Mmm... Secondo me è meglio ho formulato la profezia".
Bravo il mio ragazzo, era proprio quella che cercavo! Soldi ben spesi, dicevo tra me e me, quelli di tutti i libri che gli ho letto da quando aveva 4 mesi. E invece lui ha subito corretto il tiro:
"Vedi che serve guardare i cartoni animati? Si imparano un sacco di parole!"









mercoledì 11 settembre 2013

Come un mostriciattolo

Lo so che fremete dal desiderio di sentire la mia altissima e illuminata opinione su tutto, ecco perché ho deciso di dispensare periodicamente qualche recensione. I più arguti noteranno che di solito recensisco film per bambini o libri a caso. Sì è vero, non c'è una logica, non cercatela perché sarebbe inutile.
Oggi volevo parlare di un film che sicuramente tutti coloro che sono dotati di un figlio in grado di intendere e di volere (soprattutto di volere) avranno visto, perché è stato un po' il tormentone dell'estate: Monsters University, di papà Disney, sempre lui.
Premetto che io non ho visto Monsters & Co., per la semplice ragione che il film uscì nelle sale e conobbe il massimo splendore nel momento in cui non avevo figli, e quindi andavo al cinema a vedere cose tipo Lo zoo di Venere di Greenaway, Stalker di Tarkovskij, L'angelo sterminatore di Buñuel, rigorosamente in polverose sale d'essai. Vabbe', un'altra vita. 
Comunque, tornando a noi, non vi aspettate una recensione vera e propria. Anzi, se qualcuno l'ha visto ed è interessato a parlarne, si accomodi pure tra i commenti. Mi farebbe piacere scambiare qualche impressione. Perché il film non è forse il più riuscito tra quelli generati da Disney negli ultimi anni, ma io mi sono molto affezionata al protagonista, il piccolo ciclope un po' sfigato: Mike Wazowski.
Mi sono immedesimata.
E lo so che potevo immedesimarmi in un personaggio più carismatico, sicuro e vincente, tipo la temibile  Tritamarmo




ma è la storia della mia vita, finisco sempre per riconoscermi in quelli che hanno grossi problemi.
Qual è il problema di Mike? È che lui proprio non ha le physique du role. Vorrebbe diventare un grande spaventatore, uno che terrorizza i bambini come nessuno mai, ma non ce la può fare. Non ha il minimo talento. Se vuole sperare di farcela, deve sputare sangue e non è detto che ci riesca.
Ed è circondato da chi invece questo talento ce l'ha. Alcuni anche in misura eclatante.
Ecco, io nella mia vita mi sono ritrovata spessissimo alle prese con persone che riuscivano facilmente là dove io arrancavo. Nello sport, nella musica, nella danza, nel canto, nel disegno. Io strimpellavo la chitarra fino a spellarmi i polpastrelli, ma non riuscivo a cavarne un suono minimamente armonioso. Mi piaceva cantare, ma preferivo tacere per pudore. Provavo a ballare e mi facevo pena da sola. Invece la mia amica suonava a orecchio, quell'altra ballava aggraziata come una farfalla, quell'altra cantava senza sforzo apparente e così via. Qualche volta, poi, mi sono imbattuta in persone multitalento, di quelle che riescono meravigliosamente, facilmente, magicamente, in qualsiasi cosa e sanno farti un ritratto curato nei minimi particolari mentre recitano a memoria una poesia di Dylan Thomas o ti raccontano di quando sono andati in parapendio e di come hanno imparato il portoghese in due settimane.
Io ci ho messo un po' a capire che non aveva senso mettermi in competizione con queste persone. Che forse dovevo cercare il mio personalissimo talento, anche a rischio di scoprire che si riduceva nella capacità di togliere i semini dai pomodori più velocemente di chiunque altro.
Perché magari un talento non ce l'hai.
C'è chi non ne ha e vive benissimo senza. C'è chi ne ha e non li usa. C'è chi non ne ha e si strugge perché il vorrebbe. Io rientro in quest'ultima categoria. E anche Mike.
L'unica cosa che mi riusciva bene fin da piccola era scrivere. Prendevo sempre voti altissimi in italiano. Ok, ma avete presente quanto influisce questo talento sul successo sociale?
Avete mai conosciuto uno che si è innamorato di una ragazza perché prendeva 10 nei temi? Oppure avete mai pensato di invitare qualcuno a una festa perché aveva capito perfettamente una poesia di Pietro Aretino?
Ecco perché mi immedesimo in quel misero mostricciattolo.
Certo, nel film alla fine lui ce la fa, con il duro lavoro. Ma è un film per bambini, mica poteva finire con lui che apriva una cartoleria.






PS importante per gli eventuali clienti che passano su questo blog. Naturalmente quanto scritto sopra non è vero. Si tratta di un'abile mossa per accattivarmi la simpatia dei miei lettori, in quanto è risaputo che un atteggiamento umile e autoironico favorisce l'immedesimazione. In realtà io sono una donna davvero multi-skilled e potete affidarmi qualsiasi incarico a occhi chiusi.








mercoledì 4 settembre 2013

Fai e disfa, aspetta e spera

Il momento peggiore, per me, quando finisce una vacanza è quello in cui bisogna disfare i bagagli. Tanto da lavare, tanto da stirare, tanto da mettere via su e giù per cassetti e armadi e scarpiere e ripostigli. Un fastidio che è direttamente proporzionale all'euforia della partenza.
Però, se è brutto disfare i bagagli alla fine di un viaggio, ancora più brutto è disfarli quando il viaggio non c'è stato. Oggi, per intenderci, dovevo essere di ritorno da un soggiorno lampo a Parigi, complice un amico che mi avrebbe dato un passaggio gratis. Non approfondisco, per non riaccendere la delusione, ma il viaggio è saltato quando era già tutto pronto, valigie comprese.
Concedetemi solo un po' di amarezza, tendente alla depressione.
Poi mettiamoci pure le facce che hanno tutti, quando una vacanza finisce. Facce di chi ritorna a scontare la pena, di chi si annichilisce in un lavoro che non ama e che non lo ama. O semplicemente facce nostalgiche, o non sufficientemente rigenerate dal riposo. Tutti si lasciano sfuggire frasi del tipo: "Piuttosto che tornare al lavoro, mi butterei giù da un ponte", "Domani si ricomincia, non ce la posso fare", "Ho la nausea al pensiero dell'ufficio" e via così. Lo sentite dire, vero? Lo dite anche voi?
Ecco, non fatelo.
Non sul mio blog.
Non sulla mia bacheca.
Non su skype.
Io vi capisco, non voglio colpevolizzarvi o farvi sentire meschini, ma ve lo assicuro: non è carino nei confronti di chi un lavoro non ce l'ha. Oppure, come nel mio caso, nei confronti di chi ha solo vaghe prospettive, qualcosa qui-qualcosa là, quello forse partirà, quello forse tornerà, chissà chissà chissà.
Io, quando avevo un lavoro più o meno fisso, ero felice la domenica sera, ero felice il 7 gennaio, il 15 agosto e pure a Pasquetta. Ero felice di tornare al lavoro, perché avevo sperimentato in abbondanza cosa significa non avere un lavoro a cui tornare.
Quindi evitate di lamentarvi, nel raggio di qualche chilometro da me, grazie.
Voi direte che sono io, quella che si lamenta senza averne diritto. Be', un po' sì forse. Perché rispetto ad altri disoccupati tout court io sono messa un pochino meglio. Perché comunque faccio un lavoro che mi piace, e allora grazie che non mi pesa tornarci. E lo so, che vi credete? Cerco di viverla in positivo, mi concedo lunghe passeggiate in bicicletta, ritmi lenti, letture, docce interminabili. Ma poi basta, eh. Tenete presente che io parto da una base di workaholism, e che caratterialmente sono una che se a fine giornata non ha prodotto niente si sente un relitto. Aggiungete che, approfittando del tempo libero, ho stilato un resoconto di tutte le spese sostenute nell'ultimo anno, dal quale si deduce che se non mi entra un lavoro serio entro un mesetto sarò costretta a tagliare praticamente ogni spesa meno che indispensabile.
Quindi va bene il benessere, lo sport, la tranquillità, il tempo a disposizione per i bimbi, la consapevolezza che la vita è bella, e che ci sono problemi gravi (e lo so che sapore hanno, i problemi gravi, e come ti inquinano la vita tutta) ma siccome non sono in un film di Frank Capra, dopo un po' basta, che se no mi viene il sistema nervoso.





lunedì 26 agosto 2013

Quella frase

A volte basta una parola, un nome, una breve espressione, per materializzare una storia, un intero paesaggio di possibilità. Così, se dico "Grand Canyon", uno subito immagina spazi sconfinati, vertigini, silenzio. Se dico "Sahara" ecco aprirsi davanti agli occhi un'immensa, pacifica, solitudine; "Casablanca": esotismo e grandi passioni; "Oceano Indiano": mistero, avventura; "Rio": musica, amori disinibiti; "Foresta nera": storie di streghe, orsi e lupi; "Manhattan": frenetico pulsare di milioni di vite; "Grecia": isole bianche, mare turchino, storia; "Siberia": un magnifico nulla.  Ma non solo espressioni geografiche, ovviamente. Dico - boh - Liz Taylor, ed ecco la grande Hollywood, la fabbrica dei sogni. Dico Mick Jagger ed ecco tutti i favolosi anni Sessanta. E così via, nomi, predicati, avverbi... ogni parte del discorso ha una sua intrinseca profondità.
Un grande scrittore è colui che sa usare le parole giuste al momento giusto, quelle con il maggior potere evocativo, quelle più suggestive e semanticamente pregne. Io, nel mio piccolo, ci provo. Per descrivervi queste giornate di tarda estate. Chiudete gli occhi, preparatevi ad assorbire il pieno significato di ogni singola parola per poi ricomporre ciascuna di esse nella sintassi che le lega. Ora ascoltate, mentre piano scandisco questa frase:
"I bambini 
sono al mare 
con i nonni".

giovedì 25 luglio 2013

Poi non dite che non vi avevo avvertito

Amici e amiche, a voi pochi ma fedeli lettori di questo blog, a voi eletti, io rivelerò un segreto che nemmeno l'Area 51.
Capita a tutti, prima o poi, di andare da un medico, giusto? Non importa quale sia il titolo o la specializzazione, di solito la conversazione si svolge così:
"Vorrei fare le analisi del sangue, ormai sarà passato un anno"
"Da qui risulta che le ha fatte l'ultima volta quatto anni fa"
"Ah"


"Facciamo il controllo dei nei"
"Eh sì, saranno due anni che non lo faccio"
"Guardi che lei è venuta l'ultima volta nel 2007"


"In teoria lei dovrebbe fare questo controllo ogni sei mesi"
"Eh lo so, il tempo fugge. Ne saranno passati 9... Quand'era? Settembre?
"Sì, ma del 2010"

E insomma, è evidente che qualcosa non torna.
Ho indagato, ho riflettuto, e ho capito che i medici vivono in una dimensione distinta dalla nostra, dove il tempo scorre molto più velocemente. Un anno nella nostra dimensione corrisponde almeno a tre nella loro.
Ecco spiegato anche il misterioso fenomeno della scrittura incomprensibile: il fatto è che scrivono a una velocità doppia, o tripla, rispetto alla nostra. 
Parlando, si sforzano di pronunciare ogni lettera m o o o o l t o   l e e e n t a a a m e e e n t e, tuttavia, quando cerchiamo di ricordare quello che ci hanno detto, ci accorgiamo di aver capito una parola sì e una no.

Questa anomalia spaziotemporale può avere ripercussioni sul paziente? Io credo di sì. Una volta nell'ambiente-ambulatorio, anche il nostro tempo subisce un'accelerazione pericolosissima. Entriamo che siamo giovani trentenni, nel pieno delle nostre forze, e ne usciamo più vecchi di almeno 5-6 anni: nel giro di pochi minuti ci spuntano polipi, fibromi, cheratosi, varicocele, angiomi, macchie, inspessimenti, infiammazioni ecc.

Quindi, sentite a me, se volete restare giovani evitate accuratamente gli studi medici.




sabato 20 luglio 2013

"La vita, o la si vive o la si scrive"

Che vi devo di', signore mie, lo so che questo blog ha le ragnatele. Ma se non lavoro sono nervosa e non mi va di scrivere, se lavoro non ho tempo (oh Dio sì, nel frattempo il lavoro è arrivato, e pure qualche pagamento arretrato). E poi è estate, e si sta fuori fino a tardi. Si dorme (un po') di più alla mattina, ci si crogiola nella nullanza, che tutti ne abbiamo diritto prima o poi. Ieri mi sono concessa anche un'ora di shopping (l'ho già detto che sono arrivati alcuni dei pagamenti arretrati?) e tornarsene a casa con un paio di scarpe di marca, pagate 10 euro, è un'esperienza che renderebbe euforico anche un buddha (lo sapete, vero, che sotto la posizione del loto nasconde due magnifici sabot?).
Poi c'è che non succede niente, o forse sì, e sono io che non classifico quello che accade in eventi meritevoli di memoria. Magari sono come Sandra Mondaini (ricordate?), e non so vivere nella contentezza.
Volete allora che vi dica che ho fatto le analisi del sangue? A parte il ferro basso, tutto bene grazie. Volete che vi racconti del topo che mi è entrato in casa, malgrado la presenza di due feroci felini (uno dei quali, alla vista del roditore, per la verità è scappato a nascondersi sotto il letto): certo, non è una notizia da Washington Post, ma per i bambini del quartiere è diventata leggenda. Volete che vi racconti la furia battericida con cui, fuggito il topo, mi sono data a ripulire la cucina da cima (ovvero circa 5 metri) a fondo?
Insomma, per tenere un blog ci vuole almeno uno di questi due requisiti (meglio entrambi): avere una vita interessante o saperla rendere tale nel racconto. In questo periodo mi pare che manchino, appunto, i requisiti.
Però, ripensandoci, potrei raccontarvi di come me la sto godendo la vita. Della serata di ieri, tra i dolci paesaggi dell'Appennino, a degustare vini,  ammirare una mia amica che si esibiva un'affascinante performance teatrale e parlare a lungo con una persona bella. Oppure le sere passate a chiacchierare con i vicini, perché sì, non sempre i vicini sono creature orribili da evitare o fastidiosi guastafeste, e a volte sono persone piacevoli, interessanti, simpatiche. Del tempo speso con gli amici, le grigliate, le carte, le feste di paese, la gelateria sotto casa, l'anguria, i gavettoni. Dei bambini che giocano in cortile, litigano, collezionano cicatrici, tornano a casa con le ginocchia nere di polvere.
E allora alla fine qualcosa da dire c'è, su quest'estate di cauta felicità.



giovedì 4 luglio 2013

Premi-azione, inazione e coazione

A me, mi piace ricevere i premi :)
Grazie a lu v per avermi omaggiata, quindi!
Eccolo qua, il vessillo, in bella mostra:



Per onorare il premio dovrei rispondere ad alcune domande e girarlo a mia volta ad altri blogger. Ma credo di poter contribuire solo per la prima parte, perché io sono una blogger pigra e recidiva, e i blog che seguo li ho già menzionati tutti. 

Qual è il tuo colore preferito?  Tutti i colori caldi: la mia casa abbonda di gialli e di rossi.
Qual è la stanza della casa che preferisci?  La cucina.
Sai usare il pc? 
Più che altro, sono una sua estensione organica.
Sei sposata? 
Ebbene sì, e proprio ieri festeggiavo i nove anni di onorata carriera di moglie.
Quale cartone degli anni 80 preferivi? Lady Oscar. Grandi passioni, grandi pianti.
Cosa ti piacerebbe ti regalassero il prossimo compleanno? 
Un viaggio.
Mare o Montagna? 
Tutti e due no?
Il tuo gelato preferito?  
 Quelli con qualcosa da sgranocchiare: mandorle, nocciole, pinoli, biscottini.
Di che colore hai i capelli? 
Castani e, ahimè, bianchi.
E gli occhi? 
Marroni.
La tua canzone preferita?  Uh, che domanda difficile... Una che non mi stanco mai di ascoltare e che ogni volta mi dà i brividi: Un gelato al limon... così non facciamo un torto ai gusti alla frutta.

Per il resto, che dire... il blog langue. Io l'avevo detto che se resto disoccupata divento irascibile e lamentosa, no? Quindi mi astengo dal diffondere le mie ansie, che già il mondo ne è pieno.
Annoto qui, a futura memoria, soltanto lo storico episodio dei bambini che annunciano "Stasera vogliamo addormentarci da soli" e tengono fede alla promessa, mentre io me ne sto a letto a leggere un libro (Il gioco del mondo, di Julio Cortázar... Dopo aver desistito dall'insano progetto di leggere l'Ulisse di Joyce, abbandonandolo a metà, sono alle prese con un'altra lettura per niente agevole. Sarà coazione a ripetere)


mercoledì 26 giugno 2013

Voci dal subconscio

Non ricordo quanti anni avevo. Diciamo che ero una teenager. Mia madre mi chiese di fare un lavoro per lei, tipo spolverare, pulire il bagno o cose così. Io non ne avevo la minima voglia, quindi mi ribellai.
"Non è giusto! Perché io devo fare i lavori di casa e M. no?" (M., per la cronaca, è mio fratello)
"Perché lui è un maschio e fa lavori da maschi"
"E qual è un lavoro da maschio da fare?"
"Scavare le patate."
"Bene, allora scaverò le patate."

(Breve spiegazione per chi non è esperto di orticoltura: le patate non crescono in pratiche reticelle, ma essendo tuberi trascorrono tutta la vita sottoterra, e per portarle alla luce bisogna andar giù di vanga).

Scavare le patate, lo dico subito, è molto più faticoso che rifare un letto o togliere le ragnatele, ma è anche infinitamente più divertente, se non altro perché si sta all'aria aperta. In ogni caso, a me sembrava uno scambio piuttosto vantaggioso.
Insomma, le pulizie non sono mai state la mia vocazione. 

Quell'episodio lontano mi è tornato in mente perché oggi sono stata colta da un inusitato raptus pulendi che mi ha vista scatenare tutte le mie energie nella pulizia approfondita dei bagni. Ciò è costato la vita, nell'ordine, al mio profumo, alla tazza portaspazzolini e, infine, al brucia essenze, regalo di mia sorella...

Ora il sacchetto della spazzatura è pieno di cocci, ma emana un gradevolissimo odore di vaniglia.

Però questa strage non può lasciare indifferenti. Più o meno nel periodo delle patate, io ho pure letto Psicopatologia della vita quotidiana, e lo so cosa si nasconde dietro questi incidenti. Evidentemente il mio subconscio cerca di dirmi che i lavori di casa non fanno per me, che devo lasciar perdere ogni velleità casalinga e limitarmi a passare di tanto in tanto la scopa elettrica. E tutti sappiamo quali sono i danni che un subconscio ignorato o messo a tacere può arrecare, vero?

È altrettanto certo che la mia casa non può fare a meno di una mano amorevole che debelli la sporcizia. Quindi ho pensato che potrei offrire uno stage a una collaboratrice domestica giovane (ma anche no), dinamica, motivata e ottimista, abituata a lavorare in un team di zozzoni e con tanta voglia di cimentarsi in sfide che non avrebbe mai neppure immaginato.

Ovviamente lo stage non è retribuito, però ogni tanto ci si può fare un caffè insieme.

Mi aiutate a diffondere l'annuncio?