mercoledì 27 febbraio 2013

L'età perfetta

Quasi trent'anni fa, nel giorno in cui compivo 8 anni, mi sono svegliata con la dolcissima, soffice, sensazione di essere perfetta. Ricordo anche di averlo pensato: "Ecco. Io oggi sono perfetta".
Per una come me, convinta che i bambini fossero il centro del creato, gli otto anni rappresentavano la chiave di volta, la misura giusta,  il senso pieno della parola "infanzia". 
Poi, mia madre mi aveva riadattato per l'occasione il vestito della comunione di mia sorella, quindi quel giorno avrei indossato un abito bianco con le maniche a sbuffo e la gonna a campana. Quale bambina non si sarebbe sentita felice, date queste condizioni?
Ecco, oggi tocca a te, Diego. Oggi anche tu compi 8 anni, e spero davvero che tu riesca ad afferrare tutta la bellezza, la rotondità, di questo numero, che ti spinge un po' più lontano sulla strada dell'autonomia, dell'autoconsapevolezza, dell'autodeterminazione, ma allo stesso tempo ti tiene ancora al riparo dalle magagne dell'adolescenza.
Stai crescendo, dovrò farmene una ragione. Perdonami se non sono sempre al tuo passo, e magari ti compro la mantellina impermeabile verde con la faccia da ranocchio, senza lasciarmi sfiorare dal sospetto che tu possa sentirti ridicolo. Le mamme crescono più lentamente dei loro bambini. Porta pazienza.
Oggi però permettimi di dirti quanto sono orgogliosa di te, anche se le smancerie non ti piacciono. E sai cosa mi fa sentire orgogliosa? Non solo il tuo coraggio nell'affrontare il ricovero e l'intervento. Non solo la tua pagella. Non solo il fatto di poter contare su di te, sul tuo senso di responsabilità e sulle tue capacità di giudizio. Quello che più mi rende orgogliosa è percepire l'affetto degli altri nei tuoi confronti. 
I bigliettini che i tuoi amici hanno scritto per te dicono tutto: "Buon compleanno Diego, io non manco a farti gli auguri." "Buon compleanno, sei sempre il mio miglior amico", "Diego, sei un amico prezioso" "Tanti auguri da A. E sai che ti voglio un mondo di bene" "Auguri mio caro" "Buon compleanno Diego! Ti voglio bene perché sei mio amico. Quando siamo a scuola giochiamo insieme? Sì o No. Fai una X dove vuoi." "Buon compleanno Diego. Ti amo".

Insomma, che ti voglia bene la tua mamma è abbastanza scontato. Ma che tutti questi bambini ti dimostrino tanto affetto... be', vuol dire che sai farti amare. E non posso che augurarti che sia così per sempre.




lunedì 18 febbraio 2013

Appendice

Appendice. Per chi ama, studia, lavora i libri, la prima cosa che viene in mente è quel capitolo oltre l'ultimo capitolo, quel "in più, ancora da dire" che ostacola il percorso verso la fine.
Invece adesso, nella mia famiglia, a questa parola corrisponde una settimana fuori dal tempo, una settimana improvvisamente strappata ai placidi binari della quotidianità, un paio di giorni di vertiginosa impennata, e un rientro tranquillo ma non privo di timori.
Sabato scorso Diego era fuori, per il suo primo pigiama party. Lì sono iniziati i primi dolorini, a quanto mi ha raccontato. Domenica non si è risparmiato un giro tra i carri di una sfilata carnevalesca, ma lunedì i dolori continuavano, quindi siamo andati al pronto soccorso, dove gli è stata diagnosticata una lieve infiammazione dell'appendice. Il chirurgo ci ha mandato a casa, dicendo di iniziare una terapia antibiotica per vedere se il tutto si poteva fermare così, ma raccomandandosi di tornare al primo segnale di peggioramento. E Diego, che non ha ancora 8 anni ma vuole sempre mantenere il controllo della situazione, a informarsi con il dottore: "Ma se non passa mi devo operare? E se mi operate cosa mi fate?" Ci mancava solo che chiedesse la posologia dei farmaci.
Torniamo a casa pieni di speranza, anche perché ogni volta che chiedevo al cucciolo: "Come ti senti?", lui mi rispondeva: "Un po' meglino..." (stoico, ancorché maschio).
Insomma, la situazione è rapidamente peggiorata. Nell'arco di poche ore ecco arrivare tutti i sintomi predetti dal chirurgo: inappetenza, vomito, febbre. 
Via all'ospedale, dunque, nel cuore della notte. Alle due eravamo lì, io e lui, un po' smarriti dopo il ritorno a casa del babbo, con una flebo attaccata alla mano e un'infermiera che veniva a controllare la situazione: "Febbre sempre a 37.7, mamma" mi informava puntualmente.
Poi sono iniziate a gocciolare lentissime le ore più lunghe della mia vita (seconde solo alle lezioni di Sistemi e tecnologie della comunicazione). Ore di stress e angoscia, in cui ho maledetto la mia immaginazione e la mia memoria, che mi tormentavano con dubbi e funeste visioni: diagnosi sbagliata, non è appendicite, ma qualcosa di ben più grave; è appendicite, ma qualcosa va storto durante l'operazione, come quella volta... che avevo letto...; l'operazione va bene, ma qualcosa va storto nel post intervento, come quello che hanno detto alla tv... ecc... ecc... 
E poi su e giù dai lettini, dottori che si alternano, tastano, chiedono e richiedono, esami del sangue, delle urine, ecografia, sedia a rotelle, flebo. E la mia parte razionale che combatte con la mia parte emotiva, proprio come l'angioletto e il diavoletto dei cartoni animati: "Siamo in uno degli ospedali migliori del Paese, sì ma errare è umano, l'appendicite è un intervento di routine, routine tua sorella, deve fare l'anestesia totale ecc..."
E alla fine la sentenza: "Operiamo". E mi ritrovo a combattere contro pregiudizi che non credevo possibili dentro di me: "Ma come, lo operi tu? Sei troppo giovane e bella, non puoi essere anche brava! Voglio un chirurgo brutto. I brutti sono più intelligenti!"
E Diego, fino a quel momento soltanto annoiato, che comincia a sgranare gli occhi. Comincia ad avere paura. E io che fatico a nascondere la mia, di paura, e cerco di farlo ridere, di fargli vivere il tutto come una strana avventura da raccontare agli amici, ma allo stesso tempo sento le ginocchia sempre più cedevoli, la gola sempre più stretta.
E via, si va in sala operatoria, dove devo firmare non so che consenso per l'anestesia (perché, se non acconsento? me lo operate da sveglio? me lo rispedite a casa con un'appendicite in corso?), dove gli iniettano un liquido denso e bianco e Diego grida: "Brucia, brucia!" finché si spegne improvvisamente, come se avessero premuto un interruttore.

...


Tutto è andato bene. La giovane e bella chirurga era anche brava e molto dolce, ed è venuta subito a rassicuraci, appena finito. Lei che, quando Diego piangeva e delirava nel difficile risveglio, lo ha accarezzato e ha placato le mie paure dicendo "è solo intimorito". E io ho pensato che era giovane e bella, e brava, e non aveva detto "spaventato" e neppure "impaurito", ma "intimorito", e quindi era una creatura superiore.
Oggi il mio topolino è tornato a scuola e domani toglierà il cerottone che ha sull'ombelico. Perché l'intervento, in laparoscopia, non richiede più taglia e cuci come una volta.
Che cosa mi resta di quei giorni?
La strana sensazione di déjà-vu, a ritrovarmi nello stesso ospedale in cui Diego è nato, nello stesso periodo dell'anno, con la stessa neve tardiva e frettolosa fuori dalla finestra. Lo stesso senso di protezione, per cui l'Ospedale pensa a tutto, tu devi solo stare buona vicino al tuo bambino, lasciarti cullare e coccolare dai protocolli, le tue responsabilità sono là fuori ad aspettarti, ma finché sei qui dentro sono altri che decidono, altri che si occupano di ciò che devi mangiare e bere, altri che tengono pulito, che riscaldano e raffreddano. Perché, diciamo la verità, in certe circostanze io sono proprio una pusillanime.
Mi resta la gratitudine. Sono grata perché sono stati (quasi) tutti gentili e dolcissimi con Diego, sempre pronti a rassicurarlo e coccolarlo. Grata per la politica dell'ospedale, che mi ha permesso di non staccarmi mai dal mio bimbo. Grata agli operatori volontari che vengono a tenere compagnia ai bimbi, sia in pronto soccorso sia in reparto, e tengono compagnia un po' anche a te, perché sono una specie di tramite tra te - adulta di fuori, che non sai fare e non puoi fare - e medici e infermieri - gli adulti di dentro, quelli che sanno e fanno. Grata perché sapevo di potermi fidare, anche se non mi sono mai fidata del tutto. Grata perché alla fine pare fosse davvero appendicite, perché già così è stata dura e mi manca il coraggio perfino per immaginare cosa dev'essere avere a che fare con malattie peggiori. Grata un po' anche con me stessa, per aver resistito fino all'istante in cui Diego ha chiuso gli occhi, prima di scoppiare a piangere come una mocciosetta, condotta via a braccetto da un'infermiera nel mio camicione verde (avevo promesso a Diego di fotografarmelo addosso ma l'ho tolto senza più essere capace di pensare a nulla). Grata a mio marito, che è comparso giusto in tempo appena sono uscita dalla sala operatoria, che altrimenti avrei cominciato a battere la testa contro il muro. 
Grata al mio bimbo, per come ha reagito, per come è stato buono e paziente, senza mai lamentarsi più del minimo necessario, neppure dopo quasi 36 ore senza mangiare né bere. Grata al nintendo ds, che è entrato nelle nostre vite con l'occasione e che in un paio di circostanze si è rivelato più efficace del paracetamolo.
E non è mica finita, eh? Perché non ho il coraggio di dirlo, che è finita, e scaramanticamente mi limito a dire: "Sembra che ne siamo quasi fuori". 



venerdì 8 febbraio 2013

Felix felis

L'altra mattina, complice un nebbione fitto fitto fuori dalla finestra, mi sono svegliata al calduccio del mio letto con una strana, indefinibile, sensazione di pace. La prima cosa che ho percepito, al risveglio dei sensi, è stata la presenza benevola di due creature vicino a me.
Mi trovavo in questa situazione (abbastanza frequente, per la verità):

Perdonate il barbaro schizzo, ma mi premeva rendere l'idea. Perché ho immediatamente associato quel senso di benessere con questo simbolo.




Vi dice niente? Ebbene sì: nel mio letto quella mattina si era miracolosamente realizzato l'equilibrio universale. Lo yin e lo yang, ovvero il gatto nero e quello tigrato, giacevano accanto a me, che allo stesso tempo li separavo e li univo. Tutte le forze cosmiche partecipavano a quel disegno di compiuta perfezione.

Ma è bastato che i sensi si risvegliassero appena un po' di più, perché l'equilibrio finisse in miserevoli frammenti. Fitte di dolore lungo la schiena, braccia anchilosate, perfino le ginocchia mi facevano male cercando di sgranchirle. 

Morale: mantenere l'equilibrio è cosa saggia e buona, ma a patto che duri poco, altrimenti sono dolori.

mercoledì 6 febbraio 2013

e piccoli fan

Una cosa che cambia, quando pubblichi un libro con il tuo nome in copertina, è che vieni immediatamente "laureato" Scrittore. Il nome nel colophon non ha lo stesso effetto.
E se c'è una cosa che davvero mi piace di questa nuova qualifica, è la possibilità di girare per scuole, festival e librerie a incontrare i bambini.
All'inizio ero un filino tesa (come potete leggere qui), ma poi piano piano ho incominciato ad avere fiducia. Non tanto fiducia in me, quanto nei bambini.
Certo, un po' di emozione c'è sempre, un po' di paura di impapinarmi, di confondermi. Ma poi sono i bambini a darmi la carica. Sembrerà retorico, ma è così.
1) Loro non sono lì per giudicare.
2) Nella migliore delle ipotesi sono felici di conoscermi. Nella peggiore sono felici perché saltano un paio d'ore di scuola. In entrambi i casi mi sono grati.
3) Sono aperti allo stupore.
E davvero ogni volta mi ripagano ampiamente e spesso mi lasciano senza parole.
C'è stato quello che, quando ho spiegato che se interpreti letteralmente un modo di dire produci un effetto comico, ha preso in mano il microfono e si è messo a raccontare barzellette perfettamente in tema.
C'è stato quello che mi ha chiesto: "Ma tu, sei felice della tua vita?"
C'è stata quella che ha detto all'insegnante: "Grazie prof, per averci portato qui". Ed era una ragazza delle medie, alta dieci centimetri più di me.
C'è stato quello che ha detto: "Mi fai un autografo che lo metto insieme a quello di Fiorello?"
C'è stata quella che si è fatta firmare il libro, e poi un foglio per un'amichetta, un altro foglio per un'altra amichetta, e uno per i genitori.
C'è quello che alza sempre la mano e ha sempre la risposta pronta, quello che in borsa ha due volumi da 1300 pagine l'uno e ha già letto tutto il ciclo di Harry Potter da sinistra a destra e da destra a sinistra.
C'è quello che sa darti la definizione esatta di metafora, quella così piccola e dolce che ti verrebbe voglia di coccolarla come fosse tua, quello che ti chiama "maestra", quello che diventa tutto rosso se gli fai una domanda.
Ieri, per esempio, uno è stato sbalorditivo. Avevo appena finito di spiegare il significato di "spada di Damocle" e la leggenda da cui deriva. 
"Perché, sapete, il re voleva dimostrare a Damocle quali sono gli aspetti negativi del potere: un re ha tanti nemici."
"Come Cesare, che è stato ucciso da Bruto!" interviene un bambino. Un magrolino di 8 anni, che non solo aveva capito perfettamente me, ma pure Shakespeare!
E poi il faccino con cui vengono a chiederti di firmare il libro, il loro sorriso davvero indefinibile. Un sorriso di quelli che mettono a posto le cose.
Ieri, una bambina mi ha chiesto: "Ma perché tu hai voluto incontrarci?" Lì per lì ho risposto che  a me piace incontrare i bambini, mi piace parlare con loro, raccontare e ascoltare. Oggi, ripensandoci, risponderei che mi preme incontrare i bambini per poter dire loro, ogni volta, grazie!


venerdì 1 febbraio 2013

Grandi fan (o fan grandi?)

Visto che ho trovato un'ammiratrice, continuo con la pubblicazione delle Filastrocche della prima volta.
Questa è la copertina:

Sono un bambino, un essere nuovo,
sento, vedo, tocco e, guarda: mi muovo!
Il mio primo sorriso, la mia prima parola,
la prima pappa, il primo giorno di scuola,
la prima volta che ho nuotato nel mare
la prima canzone che ho imparato a cantare…
Mi assistono sempre, da spettatori,
due buffe figure: i miei genitori!
Si vede che ancora gli manca esperienza,
ma i bimbi si sa, hanno tanta pazienza;
e poi la capisco, la loro paura,
non ci son regole in questa avventura…
Però è grazie a loro se son così forte
da poter affrontare le mie prime volte.
E di bambino in bambina, di bocca in bocca
ogni prima volta ha la sua filastrocca!

Grazie a Siro, per l'infusione di fiducia :)

Quante prime volte, nella vita di un bambino! Per me scandiscono il ritmo del loro allontanamento, un ritmo sempre più rapido e sempre meno controllabile. C'è stato un tempo in cui, per esempio, riuscivo a tenere il conto, e all'inizio è davvero più facile: la prima volta che ha camminato, la prima volta che è riuscito a infilarsi un cucchiaino in bocca, la prima volta che è andato in bicicletta senza rotelline, la prima volta che si è fatto la doccia da solo... Per me è sempre stato fondamentale e irrinunciabile, esserci. Se non ero (se non sono) presente a una "prima volta" mi sentivo (mi sento) offesa e defraudata. Le prime volte sono un patrimonio sacro per le mamme! 
Ma arriva un momento in cui non è più possibile mantenere il monopolio. Come per le parole. Fino a un certo punto potevo dire con certezza in che giorno e in che momento Diego, o Anna, avesse imparato una parola nuova: l'ha sentita da me, l'ha sentita in una canzone, l'ha detta stamattina per la prima volta. Una completa visuale sui loro domini semantici coincideva, per me, con la più perfetta trasparenza delle loro vite. Niente poteva accadere fuori dal mio controllo.
Poi è diventato impossibile: impossibile tenere traccia dei loro percorsi, impossibile essere presenti a ogni loro scoperta. Così è diventato sempre più frequente che pronunciassero nomi che non avevano imparato da me, che mi raccontassero esperienze alle quali non avevo partecipato, che mi rivelassero qualcosa che davvero non conoscevo...
Negli ultimi mesi, per esempio, Diego è spesso a casa di amici. Se sono vicini di casa, esce da solo, rimane un po' a giocare in cortile, poi va da loro e quando è ora si rimette il suo giubbotto e torna all'ovile. A volte si ferma a mangiare. In un caso si è fermato a dormire. E anche la piccoletta, qualche giorno fa, ha passato un pomeriggio a casa di un'amica. Senza di me, senza neppure una vice-mamma, come le nonne, o il papà. Perché anche lei diventa grande.
In un certo senso questo è struggente, è un cordone ombelicale che si tende sempre di più e che prima o poi si spezzerà. Allo stesso tempo, però, è altamente gratificante. Perché cosa fa una madre, se non "mettere al mondo" un figlio? E mica lo metti al mondo una volta sola. Continui a farlo giorno dopo giorno, spingendolo sempre più lontano alla conquista dei suoi territori. E pazienza se molti per te sono sconosciuti, tu il tuo dovere l'hai fatto nel momento in cui gli hai aperto la porta e hai detto: "Vai".