lunedì 18 febbraio 2013

Appendice

Appendice. Per chi ama, studia, lavora i libri, la prima cosa che viene in mente è quel capitolo oltre l'ultimo capitolo, quel "in più, ancora da dire" che ostacola il percorso verso la fine.
Invece adesso, nella mia famiglia, a questa parola corrisponde una settimana fuori dal tempo, una settimana improvvisamente strappata ai placidi binari della quotidianità, un paio di giorni di vertiginosa impennata, e un rientro tranquillo ma non privo di timori.
Sabato scorso Diego era fuori, per il suo primo pigiama party. Lì sono iniziati i primi dolorini, a quanto mi ha raccontato. Domenica non si è risparmiato un giro tra i carri di una sfilata carnevalesca, ma lunedì i dolori continuavano, quindi siamo andati al pronto soccorso, dove gli è stata diagnosticata una lieve infiammazione dell'appendice. Il chirurgo ci ha mandato a casa, dicendo di iniziare una terapia antibiotica per vedere se il tutto si poteva fermare così, ma raccomandandosi di tornare al primo segnale di peggioramento. E Diego, che non ha ancora 8 anni ma vuole sempre mantenere il controllo della situazione, a informarsi con il dottore: "Ma se non passa mi devo operare? E se mi operate cosa mi fate?" Ci mancava solo che chiedesse la posologia dei farmaci.
Torniamo a casa pieni di speranza, anche perché ogni volta che chiedevo al cucciolo: "Come ti senti?", lui mi rispondeva: "Un po' meglino..." (stoico, ancorché maschio).
Insomma, la situazione è rapidamente peggiorata. Nell'arco di poche ore ecco arrivare tutti i sintomi predetti dal chirurgo: inappetenza, vomito, febbre. 
Via all'ospedale, dunque, nel cuore della notte. Alle due eravamo lì, io e lui, un po' smarriti dopo il ritorno a casa del babbo, con una flebo attaccata alla mano e un'infermiera che veniva a controllare la situazione: "Febbre sempre a 37.7, mamma" mi informava puntualmente.
Poi sono iniziate a gocciolare lentissime le ore più lunghe della mia vita (seconde solo alle lezioni di Sistemi e tecnologie della comunicazione). Ore di stress e angoscia, in cui ho maledetto la mia immaginazione e la mia memoria, che mi tormentavano con dubbi e funeste visioni: diagnosi sbagliata, non è appendicite, ma qualcosa di ben più grave; è appendicite, ma qualcosa va storto durante l'operazione, come quella volta... che avevo letto...; l'operazione va bene, ma qualcosa va storto nel post intervento, come quello che hanno detto alla tv... ecc... ecc... 
E poi su e giù dai lettini, dottori che si alternano, tastano, chiedono e richiedono, esami del sangue, delle urine, ecografia, sedia a rotelle, flebo. E la mia parte razionale che combatte con la mia parte emotiva, proprio come l'angioletto e il diavoletto dei cartoni animati: "Siamo in uno degli ospedali migliori del Paese, sì ma errare è umano, l'appendicite è un intervento di routine, routine tua sorella, deve fare l'anestesia totale ecc..."
E alla fine la sentenza: "Operiamo". E mi ritrovo a combattere contro pregiudizi che non credevo possibili dentro di me: "Ma come, lo operi tu? Sei troppo giovane e bella, non puoi essere anche brava! Voglio un chirurgo brutto. I brutti sono più intelligenti!"
E Diego, fino a quel momento soltanto annoiato, che comincia a sgranare gli occhi. Comincia ad avere paura. E io che fatico a nascondere la mia, di paura, e cerco di farlo ridere, di fargli vivere il tutto come una strana avventura da raccontare agli amici, ma allo stesso tempo sento le ginocchia sempre più cedevoli, la gola sempre più stretta.
E via, si va in sala operatoria, dove devo firmare non so che consenso per l'anestesia (perché, se non acconsento? me lo operate da sveglio? me lo rispedite a casa con un'appendicite in corso?), dove gli iniettano un liquido denso e bianco e Diego grida: "Brucia, brucia!" finché si spegne improvvisamente, come se avessero premuto un interruttore.

...


Tutto è andato bene. La giovane e bella chirurga era anche brava e molto dolce, ed è venuta subito a rassicuraci, appena finito. Lei che, quando Diego piangeva e delirava nel difficile risveglio, lo ha accarezzato e ha placato le mie paure dicendo "è solo intimorito". E io ho pensato che era giovane e bella, e brava, e non aveva detto "spaventato" e neppure "impaurito", ma "intimorito", e quindi era una creatura superiore.
Oggi il mio topolino è tornato a scuola e domani toglierà il cerottone che ha sull'ombelico. Perché l'intervento, in laparoscopia, non richiede più taglia e cuci come una volta.
Che cosa mi resta di quei giorni?
La strana sensazione di déjà-vu, a ritrovarmi nello stesso ospedale in cui Diego è nato, nello stesso periodo dell'anno, con la stessa neve tardiva e frettolosa fuori dalla finestra. Lo stesso senso di protezione, per cui l'Ospedale pensa a tutto, tu devi solo stare buona vicino al tuo bambino, lasciarti cullare e coccolare dai protocolli, le tue responsabilità sono là fuori ad aspettarti, ma finché sei qui dentro sono altri che decidono, altri che si occupano di ciò che devi mangiare e bere, altri che tengono pulito, che riscaldano e raffreddano. Perché, diciamo la verità, in certe circostanze io sono proprio una pusillanime.
Mi resta la gratitudine. Sono grata perché sono stati (quasi) tutti gentili e dolcissimi con Diego, sempre pronti a rassicurarlo e coccolarlo. Grata per la politica dell'ospedale, che mi ha permesso di non staccarmi mai dal mio bimbo. Grata agli operatori volontari che vengono a tenere compagnia ai bimbi, sia in pronto soccorso sia in reparto, e tengono compagnia un po' anche a te, perché sono una specie di tramite tra te - adulta di fuori, che non sai fare e non puoi fare - e medici e infermieri - gli adulti di dentro, quelli che sanno e fanno. Grata perché sapevo di potermi fidare, anche se non mi sono mai fidata del tutto. Grata perché alla fine pare fosse davvero appendicite, perché già così è stata dura e mi manca il coraggio perfino per immaginare cosa dev'essere avere a che fare con malattie peggiori. Grata un po' anche con me stessa, per aver resistito fino all'istante in cui Diego ha chiuso gli occhi, prima di scoppiare a piangere come una mocciosetta, condotta via a braccetto da un'infermiera nel mio camicione verde (avevo promesso a Diego di fotografarmelo addosso ma l'ho tolto senza più essere capace di pensare a nulla). Grata a mio marito, che è comparso giusto in tempo appena sono uscita dalla sala operatoria, che altrimenti avrei cominciato a battere la testa contro il muro. 
Grata al mio bimbo, per come ha reagito, per come è stato buono e paziente, senza mai lamentarsi più del minimo necessario, neppure dopo quasi 36 ore senza mangiare né bere. Grata al nintendo ds, che è entrato nelle nostre vite con l'occasione e che in un paio di circostanze si è rivelato più efficace del paracetamolo.
E non è mica finita, eh? Perché non ho il coraggio di dirlo, che è finita, e scaramanticamente mi limito a dire: "Sembra che ne siamo quasi fuori". 



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