lunedì 18 marzo 2013

Vis comica

Adesso gli è presa così, con le barzellette. Ma voi avete presente le barzellette che fanno ridere un bambino di otto anni? Parliamo di cose tipo Il fantasma formaggino...  Roba forte.
Ecco perché mi aveva colto una certa inquietudine, quando Diego ha annunciato di aver inventato una barzelletta. "Non sono pronta" ho pensato, con una lieve nota di panico.
E invece il mio ottenne ha una vena cabarettistica inaspettata (o almeno, io non me l'aspettavo).

- Allora, ci sono due soldini che si incontrano, uno buono e uno cattivo. Quello cattivo dice: "Ti ucciderò!" e quello buono dice: "NOO! Risparmiami!!!"

- Ci sono due rane. Una fa "Craaa". L'altra, che si è rotta una gamba, fa "Crack"!

- Ci sono due lampioni. Uno dice: "Dobbiamo farci venire in mente un modo per imparare a camminare". E l'altro: "Ho avuto un'illuminazione!"

Lo so, cuore di mamma... Ma a me sono sembrate bellissime, e quindi gli ho mostrato tutto il mio entusiasmo. Ma lui, che è un nativo digitale, non si accontenta delle lodi.
"Le mettiamo in internet, mamma?" mi ha chiesto. "Hai presente quei siti dove c'è il tuo nome e cognome?" 
Immagino che avesse in mente Facebook, ma il blog è un ambiente molto più confortevole, quindi ho pensato di trascriverle qui, a futura memoria.
Naturalmente la sorellina non ha voluto essere da meno.
"Anch'io ho inventato una barzelletta e la devi mettere in internet. C'è una lumaca che incontra un'altra lumaca e fa (cantando) miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao miao"







giovedì 14 marzo 2013

Tutti a tavola

Sono qui che medito su cosa preparare per cena. Visto che il babbo non c'è, manterrò un profilo ancora più basso del già basso standard. Un bel passato di verdura, mi sa!
Il problema è che, quando si tratta di scegliere il menu, devo decidere con quale dei miei figli ho intenzione di litigare, visto che hanno gusti esattamente opposti: a una piacciono le carote crude, all'altro quelle cotte, a uno piace la pizza, all'altra le lenticchie, a uno i ceci, all'altro i fagioli...
E già posso dirmi fortunata, perché conosco bambini che mangiano solo pasta al pomodoro e wurstel.
Comunque, questi dilemmi gastronomici mi riportano alla mente i drammatici momenti dello svezzamento, e vorrei quindi dedicare una filastrocca (scritta all'epoca) ad alcune mamme che si cimentano nel difficile agone proprio in questi giorni.

Stelline, puntine, animaletti,
carote, patate e broccoletti...
saranno nati spontaneamente...
Vedi che sorriso innocente?
Li trovi per giorni dietro il divano,
sotto il tappeto, sull'asciugamano,
dentro al letto, stampati sul muro...
Non sono colpevole, te l'assicuro!
Pomodoro, formaggio, carne e verdure,
mamma, se vuoi, cucinali pure...
Mi piace il colore e la consistenza,
l'effetto che fanno sulla credenza.
Adoro la pappa, son proprio contento!
La guardo, l'annuso, la lancio nel vento,
la prendo nel pugno e ne faccio un puré,
un po' addosso al gatto, un po' addosso a te.
È perfetta la pappa, per imparare
a prender la mira, lanciare e centrare.
Perché mai la dovrei mangiare?


Pera, questo è in particolare per te :)

venerdì 8 marzo 2013

Precaria a chi?

Questo blog ha compiuto da poco tre anni. Era il 2010 quando è nato. Un anno che si sarebbe rivelato prodigo di novità, ma che iniziava nella più nera disperazione lavorativa.
Oggi, a distanza di 3 anni, mi capita di chiedermi: "ma sono ancora una precariamamma?"
Perché a volte la tentazione di tirarsi fuori è irresistibile. È un bisogno psicologico, una necessità emotiva. Poter dire: ce l'ho fatta, non sono più precaria. Sono una freelance, una libera professionista, una che fa un lavoro troppo particolare per poterlo ingabbiare dentro un contratto, eccetera eccetera eccetera.
Bastano due anni di lavoro continuativo, due anni di reddito dignitoso per potersi finalmente strappare di dosso l'etichetta di precario?
No.
Non bastano.
E non ne bastano nemmeno 10, di anni così, ad averceli.
Sempre precaria resto.
Perché il futuro è sempre un enorme, granitico punto interrogativo.
Questa è la realtà, non quella che ogni tanto mi figuro, per non lasciarmi lambire dalla depressione.
In questo periodo la mia principale fonte di guadagno è piuttosto ballerina. I pagamenti, che prima arrivavano più o meno puntuali a 90 giorni, si fanno attendere 4, 5, 6 mesi. E non ho alcuno strumento per sollecitarli. Non posso dire: "smetto di lavorare finché non pagano", perché se smetto sono fuori. Se smetto, rischio di non vedere neppure gli arretrati, per non parlare della voragine che si aprirebbe dopo. Sono incatenta a questo lavoro, e non posso nemmeno agitare le catene. Me ne devo stare buona e zitta, sperando che il committente, il cliente, abbia la bontà di pagarmi.
E non parliamo poi del contenuto di questo lavoro, lontano anni luce da quello che credevo che avrei fatto, quando ho iniziato questa via crucis nell'editoria.
Sono due mesi che non entrano altri lavori, e mi basta questo piccolo standby per sentirmi perduta. Non è solo la crisi d'astinenza di una workaholic. È piuttosto la percezione della propria vulnerabilità.
Vogliamo poi parlare dell'azzeramento di diritti e tutele?
Prendiamo il mese di febbraio, per esempio: mio figlio è stato ricoverato per appendicite, e io ho perso 5 giorni di lavoro. Potevo, da mamma, delegare a qualcun altro la presenza costante in ospedale? Non l'avrei fatto per nessuna ragione al mondo. Già mi era difficile allontanarmi 10 minuti per scendere al bar a prendere un caffè.
Ma sul bilancio del mese quei 5 giorni hanno pesato notevolmente, perché non ho diritto a nessun "paracadute". Per non aggravare di più la situazione, per non alleggerire ulteriormente la già magra fattura del mese, ho lavorato con la febbre per due giorni, con l'aiuto della santa tachipirina. Solo al sabato, finalmente, ho potuto permettermi di sdraiarmi sotto le coperte e sonnecchiare tranquilla.

Io faccio parte di una generazione precaria, non si sfugge. Il settore editoriale certamente è quello che offre meno possibilità, perché è un mercato fragile, con una struttura del lavoro che fa acqua da tutte le parti, dove vengono sperimentate e applicate tutte le formule contrattuali più mortificanti e alienanti.
Ma non è solo qui che tira una brutta aria. Basta guardare al sistema Paese, nel suo complesso, per sprofondare nel più inconsolabile pessimismo.
Il problema è che in Italia si continua da anni a perpetrare una politica di riduzione dei costi sulla pelle dei lavoratori. Io non sono un'economista, ma mi pare evidente che un'intera generazione di persone si è vista sottrarre passo dopo passo la possibilità di un reddito non dico sicuro, non dico stabile, ma almeno prevedibile. A fronte di tutto questo, è ovvio che la domanda interna si riduca drasticamente. La gente compra sempre meno i beni di prima necessità, figurarsi i libri! E vi risulta che si sia fatto qualcosa, nel frattempo, per sostenere il reddito? Ormai non si parla neppure più di incentivi o rottamazioni, che erano un modo in cui lo Stato sistemava cerotti qua e là per fermare l'emorragia del potere d'acquisto.
La mia impressione è che la riduzione del reddito non sia una conseguenza della crisi, ma che sia il fine: trasformare l'Italia in un Paese con un costo del lavoro bassissimo, che magari attiri investimenti promettendo il massimo dei profitti.
La mia generazione è carne da macello in questo processo.
E quindi mai, mai, mai, potrò uscire dalla condizione di precarietà.
Precariamamma per sempre. Amen.

Però dai, concludiamo con una nota di ottimismo.
A febbraio ho anche vinto un premio, uno di quelli che tanto piacciono ai piccoli blogger come me:



Grazie a Siro per il pensiero.
Ora, dopo circa un mese, è tempo che io onori il premio nominando a mia volta 5 blog con meno di 200 follower.
Dunque, mumble mumble.
Immagino che non sia contemplata la possibilità di ricambiare direttamente, quindi non posso premiare Il lupo nelle fragole, di cui comunque consiglio vivamente la frequentazione.

Allora diciamo:
La pera in bilico, che se non fossi certa che io sono io, direi che sono lei. Non ho idea di quanti follower abbia, però.
Operai dell'editoria unitevi. Idem, non so quanti siano i follower, ma vi consiglio di unirvi al novero, perché è un blog che non delude mai.
Il vasetto di Pandora. Perché a leggere cose intelligenti si diventa più intelligenti :)
Post Modem Plan. Un blog nuovo nuovo pieno di stimoli interessanti!
Il blog di caia coconi, una recente e piacevole scoperta. Avrà più di 200 follower? Non sono riuscita a trovare questa informazione... in ogni caso non potevo non citarla!

A loro l'onere di continuare la catena, se ne avranno voglia :)

pant pant, ecco le regole del gioco... non avevo pensato a copincollarle. Portate pazienza:
"Questo premio mira a diffondere piccoli blog amabili, o liebster, appunto. E con “piccoli” si intende blog con meno di 200 iscritti. Per ritirare il premio basta: ringraziare il/la blogger nominante; incollare il badge “Liebster Award” in un proprio post; assegnarlo a vostra volta a cinque piccoli blog amabili; infine, avvisare i blogger scelti da noi con un commento."




martedì 5 marzo 2013

Istruzioni per un consumo consapevole dei papà




La sottospecie umana nota comunemente come "papà" è una delle più minacciate dell'intero ecosistema. Il rischio non è tanto quello dell'estinzione, quanto quello dell'estenuazione. 
Noi donne, madri, mogli, dobbiamo quindi agire con molta prudenza, e abituarci a un consumo consapevole e sostenibile dei papà.

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