mercoledì 3 aprile 2013

I giorni del disordine

"Ho nostalgia dei giorni del disordine. Li rivoglio, i giorni in cui ero giovane sulla terra, guizzante nel vivo della pelle, imprudente e reale. Ero stolido e muscoloso, arrabbiato e reale. Ecco di cosa ho nostalgia, dell'interruzione della pace, dei giorni del disordine quando camminavo per le strade vere e facevo gesti violenti ed ero pieno di rabbia e sempre pronto, un pericolo per gli altri e un mistero distante per me stesso."
Don DeLillo, Underworld, Trad. Delfina Vezzoli

Ecco, anch'io. 
Nick pensa queste cose quando già è nonno, e oceani di tempo fluttuano tra il suo presente e quel periodo rabbioso e radioso che è la sua adolescenza. Io ho un po' meno oceano, per ora.
Nella suo passato, poi, si annidano colpe gravi, io al massimo sono stata un po' leggera, qualche volta. 
A parte questo, anch'io ho nostalgia dei giorni del disordine.
La primavera mi fa sempre questo effetto: la rinocongiuntivite da graminacee, e la nostalgia.
Non è che li rimpianga del tutto, quegli anni. La mia prima giovinezza, voglio dire. A ripensarci, mi rendo conto che adesso mi sono fatta spazio dentro al corpo, ci sto molto più comoda di quando mi ostinavo a volermi diversa. E certo anche la mia mente ha rallentato il ritmo, si è lasciata addomesticare fino a diventare docile e remissiva, il che naturalmente comporta innumerevoli vantaggi sul piano dell'autostima.
Ma lo stesso, in primavera, mi sento vecchia. Nessun'altra stagione mi fa questo effetto. Non sarà un caso se si usa dire "Ho 37 primavere", e non "37 autunni"... Si vede che nel conteggio spontaneo del tempo, la primavera segna il passo.
Questa vaga sensazione di perdita, di allontanamento, è per me la primavera. Mi sento vecchia, o un pochino più vecchia. Forse perché il risveglio delle creature viventi richiama al dovere di vivere, e sei costretto a mediare, a marcare la distanza tra "vita" come la intendevi a vent'anni e "vita" così com'è ora. Come quella di Nick, che divide la spazzatura "secondo le istruzioni",  sciacqua le lattine e le bottiglie vuote e le mette nei rispettivi raccoglitori, divide la latta dall'alluminio, impacchetta i giornali ma non li lega con lo spago.
Non sono diventata più saggia, ma sento di avere meno diritto di cittadinanza tra le mie inquietudini, e quindi le affronto con disagio.
Ho nostalgia di quando ero certa di averne diritto, un generazionale diritto all'inquietudine. Quando mi potevo permettere di sbagliare, di pensare cose stupide e agire stupidamente. Quando non ero costretta a prendere le distanze da me stessa, a guardarmi con distacco.
Mi giudicavo, ma dal di dentro. È diverso.
E avevo voglia di assoluto, di gesti eclatanti, di fughe avventurose, di destini superbi. A vent'anni.
Adesso mi rendo conto di aspirare alla normalità. Di pregare sottovoce perché tutto resti com'è, perché nessun evento catastrofico turbi il flusso del mio tempo: voglio vedere i miei figli diventare grandi. Questo, stringi stringi, è l'unica cosa che mi sento di chiedere al futuro. L'unica cosa sensata.
E però un po' li rimpiango, i giorni dell'insensatezza. I giorni del disordine.


Se non l'avete letto, adesso che sono a pag 862 mi sento di consigliarvelo, Underworld. È un libro importante. Forse è un libro perfetto.




5 commenti:

  1. è un libro molto importante. forse non perfetto. però mi ha aiutato a fare i conti con la politica dei miei primi 30 anni. voltai pagina (l'ultima) una notte d'estate del 2001. accarezzai il volume come fosse un bambino, lo appoggiai a terra e li rimase per un po', avevo quasi pudore a spostarlo. poi, una mattina di metà settembre, in Italia erano le 3 del pomeriggio, la copertina prese fuoco. e fu l'inizio di un'altra storia.

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    1. quando dico perfetto, non è tanto un giudizio estetico (del resto si potrebbe discutere per ore su cosa si intenda con "bel libro"), quanto un valutazione sulla sua compiutezza. Tutto torna, tutto si sostiene, un'architettura tra il gotico e il barocco, un teatro di strada, una visione del mondo, un tracciato della storia americana, una chiave di lettura antropologica. È un Romanzo con R maiuscola. Ed è crudelmente beffardo, no?, che questa epopea della guerra fredda, questo romanzo dei destini che si chiude con la parola Pace, abbia in copertina proprio le due torri, e con quel crocifisso davanti, che quasi sembra una lapide...
      Chiosa curiosa: l'uccello in alto a destra non può che far pensare a un aereo. Che Kertész fosse un profeta immaginifico?

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  2. arrivo qui per caso e il tuo blog è una piacevole sorpresa!

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    1. Grazie :) Allora spero di averti spesso su questi schermi!

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