mercoledì 17 aprile 2013

Uguali

Credo che sia esperienza comune a molte mamme, quando si aspetta un bambino, sperare che sia del tutto uguale agli altri: che abbia due gambe, due braccia, due occhi, tutti gli organi al posto giusto. Che non ci sia niente, in lui/lei, che ne faccia un diverso. Che possa entrare nel mondo con tutte le carte in regola.
Poi, man mano che crescono, speriamo che si distinguano, che eccellano in qualcosa. Segretamente, ci auguriamo che siano fenomeni dello sport, geni degli scacchi, bambini prodigio della musica ecc... A questo punto li vogliamo diversi. Alcuni di noi, quelli che hanno meno fiducia nella maggioranza, vorrebbero allevarli con codici etici superiori, con indipendenza di pensiero e autonomia di comportamento.
Tipicamente, diventati adolescenti, questo dilemma tra diversità e uguaglianza diventa un vero e proprio conflitto interiore, per cui i ragazzi si dibattono tra il bisogno di far parte del gruppo e la brama di sentirsi speciali. E non c'è molto che possiamo fare, da genitori, per evitare che questo conflitto sia causa di grossi turbamenti.
In realtà io sono sempre molto prudente nei miei metodi pedagogici, perché ricordo perfettamente com'ero io, da bambina e soprattutto da adolescente. Non coltivavo il mito della diversità. Volevo sguazzare nella medietas, volevo essere uguale ai miei coetanei. 
Le felpe! Le felpe erano la mia pietra filosofale, da adolescente. Ricordo in particolare alle medie, c'erano queste due ragazzine dell'altra sezione: una magra e riccioluta, l'altra atletica e formosa. Erano ballerine, cantanti, e avevano sempre un look perfettamente anni '80, con quei jeans e quelle felpe assolutamente trendy per l'epoca. Io, che andavo a scuola con le trecce e i maglioni di lana confezionati da mia mamma, le invidiavo profondamente e avrei fatto di tutto per essere come loro.
In seguito i miei desideri si spostarono sulla socialità. Io che passavo le mie giornate libere in lunghe passeggiate in riva al mare, a romanticare e filosofeggiare sulla vita, il destino, l'universo, a spasso con il mio cane, a leggere libri per ore e ore, avrei desiderato più di ogni altra cosa poter fare quello che facevano i miei amici: incontrarsi alla caffetteria, luogo mitico di aggregazione per i miei compagni di classe. Andare in palestra, a ballo, a musica. "Uscire" diventò la mia parola magica. "Mamma, io esco" era un'espressione che mi dava i brividi al solo pensarla. E potevo solo pensarla, nel mio campagnolo isolamento.
Ecco perché, oggi, cerco di mitigare la mia propensione alla diversità. Ai miei figli compro i vestiti di Benetton, o di Oviesse. Con Barbie, Hello Kitty, Cars e Ben 10. Lo zaino dei Pokemon e le scarpe delle Winks. E anche se sono piuttosto fissata con il biologico e l'alimentazione equilibrata, lascio che i miei figli si strafoghino di patatine quando sono alle feste, di merendine quando sono dagli amici, di caramelle quando sono dai nonni. E anche se tendenzialmente sarei una bigotta antitelevisiva, lascio che i miei figli si facciano le loro due orette di tv o, new entry, l'oretta di nintendo.
Poi, però, mi lascio cogliere del tutto impreparata quando il desiderio di mimetismo dei miei figli sfiora la paranoia. Stamattina, per esempio, ho proposto ai bimbi di andare a scuola in bici. Lo facevamo l'anno scorso, lo abbiamo fatto in autunno... Insomma, quando le condizioni climatiche lo permettevano lasciavamo volentieri la macchina in favore dei pedali. Volentieri più o meno, visto che Diego non è decisamente un tipo sportivo e ne farebbe anche a meno, ma alla fine si lasciava convincere. Proprio non mi aspettavo il suo rifiuto categorico di stamattina, con pianti disperati.
Ho cercato di argomentare, di spiegargli l'importanza di limitare l'uso dell'auto, i vantaggi in termini di benessere. Niente. Continuava a opporre il suo rifiuto finché alla fine è stato costretto perché non gli ho lasciato scelta. Intuivo che non era solo pigrizia, e che c'era qualcosa di più. Ne ho avuto la certezza quando, arrivati a scuola, ha abbandonato la bici al cancello, si è tolto rabbiosamente il casco e si è fermato lì con il muso lungo. 
Si vergognava.
Perché gli altri in bici non ci vanno. Nessuno va in bici a scuola. E allora neppure lui. Neppure con la bici e il casco dell'Uomo Ragno. E vagli a spiegare che i bimbi farebbero carte false per andare in bici, che sono i genitori a non potere, perché magari dopo devono correre a lavorare dall'altra parte della città. Niente. L'idea di vedersi additato come "quello che arriva in bicicletta" suscita in lui chissà quali reconditi timori. 
La preadolescenza è iniziata, signori... 
Lo capisco, e mi sono sentita in colpa per averlo costretto a fare qualcosa che lo metteva a disagio. Ho ripensato alle felpe. Avrei dovuto cedere, mettere da parte il mio credo ambientalista per non forzarlo in un comportamento che lo fa sentire diverso? Se spiegare le mie ragioni non basta, perché entrano in rotta di collisione con i suoi bisogni, come trovare la via d'uscita?

Capita anche a voi? e cosa fate in questi casi?




5 commenti:

  1. ok, parlo da madre di una di anni quasi 6 e di un bipolare di 8 mesi (quindi apro la bocca e do aria).
    Lui avrebbe dovuto.
    non tu,
    tu hai argomentato i tuoi perché, lui ha perso l'occasione di argomentare i suoi perché no.

    Che ne faccia tesoro per la prossima volta.
    sei aperta al dialogo e al compromesso, ma non hai la sfera di cristallo e se non ti viene incontro, certi meccanismi del suo cervello preadolescente non potrai coglierli.

    che ti aiuti ad aiutarlo.

    sono stata chiara o il timone a cui ho lavorato fino ad ora ha assorbito pere le mie ultime forze?
    mazza che sonno, io vado a nanna!

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  2. ohssignore, ho davvero scritto "ha assorbito PERE le mie ultime forze?"???

    se non è deformazione questa...
    o egocentrismo?
    o schizofrenia?

    bah!

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    1. direi proprio stanchezza, e apprezzo che tu abbia usato i tuoi ultimi sussulti vitali per scrivermi :D
      E hai ragione, è un braccio di ferro e farlo vincere barando non servirebbe a niente. Deve imparare a spingere :)

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  3. Io faccio l'avvocato del diavolo, ma solo perchè è un discorso che è spuntato fuori poco tempo fa con altre colleghe :)
    Ed io pensavo che invece è importante, non dico sempre eh, ma ogni tanto, sperimentarlo e viverlo questo disagio. Anche per imparare a non causarlo a chi ci sta accanto, ed andarci un po' più piano.
    Per imparare che anche se facciamo o abbiamo cose DIVERSE dagli altri, o NON abbiamo quel che hanno gli altri non vuol mica dire che siamo da meno...
    Per imparare un po' a controllare il terrore dell'esclusione, per avere un po' di corazza contro l'omologazione, per non avere poi, da grandi, troppa paura di essere fuori dal coro.
    Perchè alla fine, se siamo sempre uguali agli altri e ci piacciono sempre le cose che piacciono agli altri... non siam più noi, siam quel che gli altri vogliono, ci perdiamo e smettiamo di scegliere.

    Perchè essere diversi tutti i giorni, con il maglione anzichè la felpa (tu) o con i pantaloni della tuta con le toppe scozzesi anzichè le gonnelline (io) è dura da gestire, e vero,e poi vien la sindrome da Calimero... ma una volta ogni tanto, un po' a mo' di terapia omeopatica magari apre gli occhi, e permette di scoprire che andare in bici è divertente, ecologico, salutare e chissenefrega se gli altri non lo fanno... non san quel che si perdono! :-D
    E poi diamine, la bici dell'Uomoragnoooo!!!
    Per dire che secondo me hai fatto bene ad insistere :)

    Alice diversizzatrice

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    1. Sniff, Alice, grazie! Diversizziamoci felicemente :)

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