mercoledì 26 giugno 2013

Voci dal subconscio

Non ricordo quanti anni avevo. Diciamo che ero una teenager. Mia madre mi chiese di fare un lavoro per lei, tipo spolverare, pulire il bagno o cose così. Io non ne avevo la minima voglia, quindi mi ribellai.
"Non è giusto! Perché io devo fare i lavori di casa e M. no?" (M., per la cronaca, è mio fratello)
"Perché lui è un maschio e fa lavori da maschi"
"E qual è un lavoro da maschio da fare?"
"Scavare le patate."
"Bene, allora scaverò le patate."

(Breve spiegazione per chi non è esperto di orticoltura: le patate non crescono in pratiche reticelle, ma essendo tuberi trascorrono tutta la vita sottoterra, e per portarle alla luce bisogna andar giù di vanga).

Scavare le patate, lo dico subito, è molto più faticoso che rifare un letto o togliere le ragnatele, ma è anche infinitamente più divertente, se non altro perché si sta all'aria aperta. In ogni caso, a me sembrava uno scambio piuttosto vantaggioso.
Insomma, le pulizie non sono mai state la mia vocazione. 

Quell'episodio lontano mi è tornato in mente perché oggi sono stata colta da un inusitato raptus pulendi che mi ha vista scatenare tutte le mie energie nella pulizia approfondita dei bagni. Ciò è costato la vita, nell'ordine, al mio profumo, alla tazza portaspazzolini e, infine, al brucia essenze, regalo di mia sorella...

Ora il sacchetto della spazzatura è pieno di cocci, ma emana un gradevolissimo odore di vaniglia.

Però questa strage non può lasciare indifferenti. Più o meno nel periodo delle patate, io ho pure letto Psicopatologia della vita quotidiana, e lo so cosa si nasconde dietro questi incidenti. Evidentemente il mio subconscio cerca di dirmi che i lavori di casa non fanno per me, che devo lasciar perdere ogni velleità casalinga e limitarmi a passare di tanto in tanto la scopa elettrica. E tutti sappiamo quali sono i danni che un subconscio ignorato o messo a tacere può arrecare, vero?

È altrettanto certo che la mia casa non può fare a meno di una mano amorevole che debelli la sporcizia. Quindi ho pensato che potrei offrire uno stage a una collaboratrice domestica giovane (ma anche no), dinamica, motivata e ottimista, abituata a lavorare in un team di zozzoni e con tanta voglia di cimentarsi in sfide che non avrebbe mai neppure immaginato.

Ovviamente lo stage non è retribuito, però ogni tanto ci si può fare un caffè insieme.

Mi aiutate a diffondere l'annuncio?


venerdì 14 giugno 2013

Favole

C'era una volta, in un regno lontano lontano, un diamante. Il più grande diamante mai trovato fino ad allora. Tanto grande e tanto prezioso da essere denominato "Il Gran Mogol". Quando gli venne donata questa gemma inestimabile, lo Shah decise di affidarne il taglio al migliore di tutti, il veneziano Ortensio Borgis. E davvero il suo doveva essere un talento fuori dal comune, se la fama di questo tagliatore era giunta fino all'Estremo Oriente.
Cosa passò nella mente di Borgis, quando si vide consegnata la pietra? Era, per lui, la realizzazione massima, l'apice di una fulgida carriera, un sogno che si presentava ai suoi occhi e gli pesava tra le mani con tutta la maestosità dei suoi 787 carati.
Certo, si mise all'opera con l'intenzione di dare il meglio di sé, di sfruttare tutta la sua maestria per fare di quella gemma, già straordinaria, il diamante più famoso di tutti i tempi. Il suo nome sarebbe rimasto legato, nei secoli, a qualcosa destinato a vivere in eterno.
E invece sbagliò. Non si sa come, non si sa perché, ma dal lavoro di Ortensio Borgis venne fuori un diamante quasi dimezzato nel peso, ridotto a indegno ricordo di se stesso. Borgis aveva avuto tra le mani la pietra delle pietre, la chimera di ogni tagliatore, e l'aveva distrutta.
Naturalmente lo Shah non la prese benissimo e, anche se indubbiamente era un gran signore, possiamo immaginare che si lasciò sfuggire qualche volgarità a commento della tragedia. Per vendetta, più che per risarcimento, impose a Borgis un'ammenda pari a tutti i suoi averi.
Il povero tagliatore, da celeberrimo e ricchissimo, si ridusse in miseria e ignominia.
E il Gran Mogol? Non si sa dove sia finito. Non potendo più essere il monarca di tutte le gemme, condivise probabilmente il destino delle più plebee.

Per chi, come me, è appassionato lettore dei fumetti di Topolino, però, il titolo di Gran Mogol richiama direttamente il capo generalissimo delle Giovani Marmotte, la formazione ecologista in cui militano Qui Quo e Qua.


E, con un salto che pare illogico ma che poi spiegherò, eccoci proiettati nel mondo Disney. E tutti i lettori Disney con un minimo di interesse "archeologico" conosceranno certamente Jerry Siegel, autore di innumerevoli avventure topiche e paperiche, il cui nome spicca tra gli altri sceneggiatori, tutti italianissimi, che hanno pubblicato su Topolino negli anni addietro. 
Immaginate la mia sorpresa quando scoprii che Jerry Siegel era anche l'ideatore di un personaggino tutt'altro che sconosciuto. Questo qua:


Sì, esatto, proprio lui. Il supereroe per antonomasia, l'uomo in calzamaglia più celebre di tutti i tempi. Superman. Siegel l'aveva creato in collaborazione con il disegnatore Joe Shuster, e aveva contribuito alla sua fama negli anni degli esordi. I due, però, condivisero anche le sventure legali. Ingenuamente, forse, avevano venduto il personaggio alla DC Comics, e quando ebbero l'ardire di chiedere un aumento, visto che il loro eroe mieteva quattrini a bizzeffe, l'editore non ci pensò su troppo e li licenziò in tronco.
Seguirono cause e lunghe e tristi vicende su cui non vi intrattengo, ma i papà di Superman si ritrovarono poveri e sull'orlo del suicidio. Poi Siegel incontrò Gentilini, allora direttore del Topo, che volle offrirgli una seconda possibilità e lo chiamò a sceneggiare per lui...
Però, ammettiamolo, anche se personalmente darei qualsiasi cosa per poter tornare a scrivere storie su Topolino, mi pare un po' una triste parabola per un uomo che avrebbe potuto essere stratosfericamente ricco.
Siegel, come Borgis, aveva avuto tra le mani il Gran Mogol e non aveva saputo sfruttarlo.
Ma queste due storie hanno anche un'altra chiave di lettura, ben più pregnante. 
Nel primo caso, abbiamo un uomo che risponde con il proprio patrimonio personale di un errore irreparabile. Da un punto di vista morale, in un certo senso, la sua è una storia lineare: chi lavora si assume la responsabilità di quello che fa, nella misura in cui concorre all'opera, e se sbaglia ne paga le conseguenze.
Certo, però, sempre da un punto di vista morale, dovrebbe anche trarre i benefici del suo operato. 
E invece non sempre è così, come dimostra in modo eclatante la storia di Siegel. 
La morale qual è? 
Che del tuo lavoro sei responsabile fin tanto che si tratta di assumersi le colpe, ma quando c'è da gestire il dividendo allora no.

E adesso alzi la mano chi tra voi, nella vita, non si è sentito una volta Borgis e una volta Siegel. Chi non si è visto attribuire torti che non aveva, magari da un superiore che voleva così camuffare i propri. E chi, tra voi, non si è visto defraudare i propri meriti, passati d'emblée a un altro.

E visto che sempre di sfruttamento si tratta, to': beccatevi il podcast di questa trasmissione dedicata alla precarietà dei lavoratori editoriali:




sabato 1 giugno 2013

In tempo reale

Sabato: un sabato lavorativo, in teoria...
Sono seduta davanti al computer e sto scrivendo un post. Sto lavorando, secondo voi? No.
È una pratica zen 2.0.
"Bambini, per favore, fate un disegno per il compleanno di L. mentre io lavoro un'oretta? Eh?"
"Va bene! Cosa posso disegnargli che non sia un dinosauro?"
"Io mi siedo qui vicino a te ma sto zitta..."
"Un drago?"
"No, i draghi sono come i dinosauri. Cosa posso disegnare? Cosa gli può piacere?"
"Bimbi, forse non è chiaro il concetto: io devo lavorare e voi dovete stare zitti e buoni"
"Io non sto parlando, sto solo cantando!"
"Allora, cosa gli disegno?"
psss pissi pss pss pissi (è la nonna, la cui funzione oggi non è ben chiara, che cerca di chiamarli nell'altra stanza)
"Prova con un'astronave, una cosa così..."
"Gli disegno gli Skylanders!"
"Mamma, ti piace? qui ci sono le stelle, i fiori, la stella cometa, il cielo, l'erba, la luna"
"Sì sì bello amore, ma io devo lav..."
"Mamma, mi serve la colla"
TUM TUM TUM TUM TUM TUM TUM TUM TUM TUM TUM TUM TUM TUM TUMTUM TUM TUM TUM TUM*
"Vai a prenderla..."
"Non so dov'è"
"Sì che lo sai"
TUM TUM TUM TUM TUM TUM TUM TUM TUM TUM TUM TUM TUM TUM TUMTUM TUM TUM TUM TUM*
"Mamma, quando andiamo dalla nonna P?"
"Domani"
"Va bene anche lo scotch!"
TUM TUM TUM TUM TUM TUM TUM TUM TUM TUM TUM TUM TUM TUM TUMTUM TUM TUM TUM TUM*
pissi pissi pissi psss (sempre la nonna)
"NO! PERCHÉ QUI C'È UN BUCO!!!"
"Mamma, io volevo uscire ma ho inciampato nel sacchetto della sabbia dei gatti. È uscita tutta!!!"
pissi psss psss
"NO ORMAI HO FATTO QUESTO! MI VUOI FAR SPRECARE DELLA CARTA?!"

Normalmente, a questo punto avrei iniziato a urlare come una posseduta. Ma non oggi. Un po' c'entra lo zen. Un po' c'entra che ho ricevuto buone notizie. Ma soprattutto c'entra il fatto che non ho un filo di voce. Credetemi, la strada verso il Nirvana è molto più breve se hai una faringite in corso. 


* Il disegno che segue è il risultato del TUM TUM TUM, ossia un mazzetto di pennarelli tenuto tra due mani. Una tecnica pittorica detta "a percussione".



ps

Ora hanno iniziato a picchiarsi. Comunque tutto nella norma. In genere una madre sa, contando i secondi che passano in apnea tra il primo strillo di dolore e il pianto, se il bambino è grave oppure no.