venerdì 14 giugno 2013

Favole

C'era una volta, in un regno lontano lontano, un diamante. Il più grande diamante mai trovato fino ad allora. Tanto grande e tanto prezioso da essere denominato "Il Gran Mogol". Quando gli venne donata questa gemma inestimabile, lo Shah decise di affidarne il taglio al migliore di tutti, il veneziano Ortensio Borgis. E davvero il suo doveva essere un talento fuori dal comune, se la fama di questo tagliatore era giunta fino all'Estremo Oriente.
Cosa passò nella mente di Borgis, quando si vide consegnata la pietra? Era, per lui, la realizzazione massima, l'apice di una fulgida carriera, un sogno che si presentava ai suoi occhi e gli pesava tra le mani con tutta la maestosità dei suoi 787 carati.
Certo, si mise all'opera con l'intenzione di dare il meglio di sé, di sfruttare tutta la sua maestria per fare di quella gemma, già straordinaria, il diamante più famoso di tutti i tempi. Il suo nome sarebbe rimasto legato, nei secoli, a qualcosa destinato a vivere in eterno.
E invece sbagliò. Non si sa come, non si sa perché, ma dal lavoro di Ortensio Borgis venne fuori un diamante quasi dimezzato nel peso, ridotto a indegno ricordo di se stesso. Borgis aveva avuto tra le mani la pietra delle pietre, la chimera di ogni tagliatore, e l'aveva distrutta.
Naturalmente lo Shah non la prese benissimo e, anche se indubbiamente era un gran signore, possiamo immaginare che si lasciò sfuggire qualche volgarità a commento della tragedia. Per vendetta, più che per risarcimento, impose a Borgis un'ammenda pari a tutti i suoi averi.
Il povero tagliatore, da celeberrimo e ricchissimo, si ridusse in miseria e ignominia.
E il Gran Mogol? Non si sa dove sia finito. Non potendo più essere il monarca di tutte le gemme, condivise probabilmente il destino delle più plebee.

Per chi, come me, è appassionato lettore dei fumetti di Topolino, però, il titolo di Gran Mogol richiama direttamente il capo generalissimo delle Giovani Marmotte, la formazione ecologista in cui militano Qui Quo e Qua.


E, con un salto che pare illogico ma che poi spiegherò, eccoci proiettati nel mondo Disney. E tutti i lettori Disney con un minimo di interesse "archeologico" conosceranno certamente Jerry Siegel, autore di innumerevoli avventure topiche e paperiche, il cui nome spicca tra gli altri sceneggiatori, tutti italianissimi, che hanno pubblicato su Topolino negli anni addietro. 
Immaginate la mia sorpresa quando scoprii che Jerry Siegel era anche l'ideatore di un personaggino tutt'altro che sconosciuto. Questo qua:


Sì, esatto, proprio lui. Il supereroe per antonomasia, l'uomo in calzamaglia più celebre di tutti i tempi. Superman. Siegel l'aveva creato in collaborazione con il disegnatore Joe Shuster, e aveva contribuito alla sua fama negli anni degli esordi. I due, però, condivisero anche le sventure legali. Ingenuamente, forse, avevano venduto il personaggio alla DC Comics, e quando ebbero l'ardire di chiedere un aumento, visto che il loro eroe mieteva quattrini a bizzeffe, l'editore non ci pensò su troppo e li licenziò in tronco.
Seguirono cause e lunghe e tristi vicende su cui non vi intrattengo, ma i papà di Superman si ritrovarono poveri e sull'orlo del suicidio. Poi Siegel incontrò Gentilini, allora direttore del Topo, che volle offrirgli una seconda possibilità e lo chiamò a sceneggiare per lui...
Però, ammettiamolo, anche se personalmente darei qualsiasi cosa per poter tornare a scrivere storie su Topolino, mi pare un po' una triste parabola per un uomo che avrebbe potuto essere stratosfericamente ricco.
Siegel, come Borgis, aveva avuto tra le mani il Gran Mogol e non aveva saputo sfruttarlo.
Ma queste due storie hanno anche un'altra chiave di lettura, ben più pregnante. 
Nel primo caso, abbiamo un uomo che risponde con il proprio patrimonio personale di un errore irreparabile. Da un punto di vista morale, in un certo senso, la sua è una storia lineare: chi lavora si assume la responsabilità di quello che fa, nella misura in cui concorre all'opera, e se sbaglia ne paga le conseguenze.
Certo, però, sempre da un punto di vista morale, dovrebbe anche trarre i benefici del suo operato. 
E invece non sempre è così, come dimostra in modo eclatante la storia di Siegel. 
La morale qual è? 
Che del tuo lavoro sei responsabile fin tanto che si tratta di assumersi le colpe, ma quando c'è da gestire il dividendo allora no.

E adesso alzi la mano chi tra voi, nella vita, non si è sentito una volta Borgis e una volta Siegel. Chi non si è visto attribuire torti che non aveva, magari da un superiore che voleva così camuffare i propri. E chi, tra voi, non si è visto defraudare i propri meriti, passati d'emblée a un altro.

E visto che sempre di sfruttamento si tratta, to': beccatevi il podcast di questa trasmissione dedicata alla precarietà dei lavoratori editoriali:




5 commenti:

  1. è sempre un piacere leggerti

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  2. e aggiungo un'altra cosa: che se qualcuno si aspetta molto da me, da per scontato che farò bene, invece di sentirmi incoraggiata inizio a farmi prendere dall'ansia da prestazione, e molto probabilmente farò male, malissimo.
    Mi trovo molto più a mio agio quando nessuno si aspetta nulla, per cui so che tutto quel che farò sarà tanto di guadagnato, e allora agisco con assoluta tranquillità e spesso vado anche oltre le più rosee aspettative.
    A volte una buona fama, in qualsiasi campo sia (come mamma, come cuoca, come lavoratrice, come buona vicina...) è un grande peso, specie quando non vogliamo deludere chi crede ciecamente in noi. Ma più in generale tutti ci aspettiamo tanto da tutti, noi compresi, per poi restare spesso delusi.
    Sarà per questo che mi piace tanto Colombo, che con quell'aria trasandata e spaesata, arresta sempre il più diabolico e intelligente dei colpevoli come se fosse capitato quasi per caso. Se i colleghi lo presentassero ai sospettati come il più straordinario e infallibile detective dai tempi di sherlock holmes, voglio vedere se riuscirebbe a lavorare tranquillo e se non verrebbe l'ansia da prestazione anche a lui!

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    1. concordo! Io, ogni volta che qualcuno mostra apprezzamento per un mio lavoro, ho dapprima uno scatto di gioia e subito dopo di terrore, perché mi viene spontaneo pensare "Ecco, la prossima volta invece lo deluderò,sbaglierò, fallirò..."

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    2. mi sa che la verità è che siamo sotto sotto delle insicure. Tuttavia penso sia meglio peccare di insicurezza, e poi dimostrare il proprio valore, che il contrario. Quante persone incontriamo che possiedono solo la propria boria?
      E poi un passo falso capita a tutti, tutti sbagliamo, l'importante è rialzarsi e ricominciare da dove si era interrotto il nostro percorso, con buona volontà e impegno tanto da qualche parte si arriva di sicuro.
      In fondo la seconda parte della tua storia dice proprio questo, l'autore ha peccato di ingenuità, non è stato capace di gestire correttamente il proprio patrimonio di idee, tuttavia era talentuoso e nonostante tutto ha trovato chi gli ha dato credito e nuovo lustro. Per chi si impegna l'occasione di ripartire arriva sempre. E in fondo tutto è bene quel che finisce bene.
      Ma poi chi lo dice poi che Siegel da uomo ricco e famoso sarebbe stato un uomo migliore, o più felice? magari quell'errore gli ha giovato più di quanto supponiamo.
      Quando l'ansia ci attanaglia, la cosa migliore è fare un grande respiro, un passo indietro e cercare di vedere le cose in prospettiva. A cavallo di razza lunga corsa, dice un antico detto.

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    3. Che bel detto! E in effetti sì, forse Siegel a lasciare il borioso mondo di superman per quello pacifico del Calisota ci ha solo guadagnato...
      Grazie per la bella prospettiva :)

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