mercoledì 4 settembre 2013

Fai e disfa, aspetta e spera

Il momento peggiore, per me, quando finisce una vacanza è quello in cui bisogna disfare i bagagli. Tanto da lavare, tanto da stirare, tanto da mettere via su e giù per cassetti e armadi e scarpiere e ripostigli. Un fastidio che è direttamente proporzionale all'euforia della partenza.
Però, se è brutto disfare i bagagli alla fine di un viaggio, ancora più brutto è disfarli quando il viaggio non c'è stato. Oggi, per intenderci, dovevo essere di ritorno da un soggiorno lampo a Parigi, complice un amico che mi avrebbe dato un passaggio gratis. Non approfondisco, per non riaccendere la delusione, ma il viaggio è saltato quando era già tutto pronto, valigie comprese.
Concedetemi solo un po' di amarezza, tendente alla depressione.
Poi mettiamoci pure le facce che hanno tutti, quando una vacanza finisce. Facce di chi ritorna a scontare la pena, di chi si annichilisce in un lavoro che non ama e che non lo ama. O semplicemente facce nostalgiche, o non sufficientemente rigenerate dal riposo. Tutti si lasciano sfuggire frasi del tipo: "Piuttosto che tornare al lavoro, mi butterei giù da un ponte", "Domani si ricomincia, non ce la posso fare", "Ho la nausea al pensiero dell'ufficio" e via così. Lo sentite dire, vero? Lo dite anche voi?
Ecco, non fatelo.
Non sul mio blog.
Non sulla mia bacheca.
Non su skype.
Io vi capisco, non voglio colpevolizzarvi o farvi sentire meschini, ma ve lo assicuro: non è carino nei confronti di chi un lavoro non ce l'ha. Oppure, come nel mio caso, nei confronti di chi ha solo vaghe prospettive, qualcosa qui-qualcosa là, quello forse partirà, quello forse tornerà, chissà chissà chissà.
Io, quando avevo un lavoro più o meno fisso, ero felice la domenica sera, ero felice il 7 gennaio, il 15 agosto e pure a Pasquetta. Ero felice di tornare al lavoro, perché avevo sperimentato in abbondanza cosa significa non avere un lavoro a cui tornare.
Quindi evitate di lamentarvi, nel raggio di qualche chilometro da me, grazie.
Voi direte che sono io, quella che si lamenta senza averne diritto. Be', un po' sì forse. Perché rispetto ad altri disoccupati tout court io sono messa un pochino meglio. Perché comunque faccio un lavoro che mi piace, e allora grazie che non mi pesa tornarci. E lo so, che vi credete? Cerco di viverla in positivo, mi concedo lunghe passeggiate in bicicletta, ritmi lenti, letture, docce interminabili. Ma poi basta, eh. Tenete presente che io parto da una base di workaholism, e che caratterialmente sono una che se a fine giornata non ha prodotto niente si sente un relitto. Aggiungete che, approfittando del tempo libero, ho stilato un resoconto di tutte le spese sostenute nell'ultimo anno, dal quale si deduce che se non mi entra un lavoro serio entro un mesetto sarò costretta a tagliare praticamente ogni spesa meno che indispensabile.
Quindi va bene il benessere, lo sport, la tranquillità, il tempo a disposizione per i bimbi, la consapevolezza che la vita è bella, e che ci sono problemi gravi (e lo so che sapore hanno, i problemi gravi, e come ti inquinano la vita tutta) ma siccome non sono in un film di Frank Capra, dopo un po' basta, che se no mi viene il sistema nervoso.





2 commenti:

  1. in bocca al lupo per la ricerca!
    (e ti risparmio la foto della mia faccia al rientro in ufficio)

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