mercoledì 17 dicembre 2014

Una buffa vita a buffet

Sono stati giorni di silenzio. Giorni difficili, tosti, faticosi.
Giorni durante i quali mi sono concessa il lusso di pensare. Non tutti quei pensieri sono belli, e di molti non posso e non voglio parlare pubblicamente. Ma da tutto questo rimuginare è venuto fuori un ritratto di me che non avevo ancora messo a fuoco, e che vi propongo come spunto di comune riflessione. 
Io sono, fondamentalmente, una persona infarinata, non del tutto impastata né lievitata.
Mi spiego.
Che cosa faccio di lavoro? Diciamo che scrivo "cose" per bambini, ok. Ma non sono una scrittrice full time, e non sono poi così esperta di letteratura per ragazzi. Ho lacune mostruose che potrebbero fortemente imbarazzarmi in una conversazione con lettori più scafati. Insomma, sono una scrittrice più-o-meno.
Sono circa una copywriter, ma non proprio, diciamo approssimativamente, un po' autodidatta, una copy più-o-meno.
Sono una redattrice, ma insomma... la mia carriera in redazione è finita prima ancora di cominciare. Sono una redattrice più-o-meno.
Nei lavori che faccio sono più-o-meno junior e più-o-meno senior.
Nella vita?
Ho scritto e leggo fumetti, ma non ho una conoscenza davvero completa di questo pianeta. Sono una nerd più-o-meno.
Mi sono occupata a lungo di politica, e ora mi impegno un po' sindacalmente, ma fondamentalmente sono ignorante, o comunque non raggiungo livelli di competenza e consapevolezza e coinvolgimento che riscontro in persone più ferrate di me su molti argomenti. Sono una politicante/sindacalista più-o-meno.
Mi  piace il cinema, ma non chiedetemi la filmografia completa di un regista o di citare un film norvegese. Sono una cinefila più-o-meno.
Amo l'arte, ma mica so tutto tutto. Anzi, so poco poco. Sono un'appassionata d'arte più-o-meno.
Mi sono occupata di fotografia, ne ho ricavato perfino una tesi di laurea, ma non sono un'esperta e men che meno una brava fotografa. Sono una fotoamatrice più-o-meno
Gioco a tennis, ma a un livello di puro dilettantismo (che confina con la totale goffaggine) e non conosco praticamente nulla del mondo che gravita intorno a questo sport. Sono una tennista più-o-meno.
Mi piace cucinare, mi cimento anche con cose raffinate, tipo la pasta madre, ma in pratica non sono mai andata molto oltre il livello "Ricette di Suor Germana" da cui sono partita. Sono una cuoca più-o-meno.
Mi piace il verde, ho un terrazzo e tante piante d'appartamento che - però - non sopravvivono grazie a me, quanto piuttosto nonostante me. Sono un pollice verde più-o-meno.
Mi interesso di ecologia, ma non sono un guru e neppure troppo coerente. Sono un'ecologista più-o-meno.
Ho lavorato in una radio, ho perfino studiato e prodotto ricerche su questo media, ma mica poi così seriamente e non certo da farne una professione. Sono una radioamatrice più-o-meno.
So qualcosina di filosofia, scienze, storia, ma - come si dice - "a macchia di leopardo". Ne so più-o-meno.
Mi piace la logica e mi diverto con indovinelli ed enigmi, ma non sono certo una mente eccelsa. Sono un'enigmista più-o-meno.
Da bambina ricamavo, cucivo e facevo pure all'uncinetto. Più grande, ho passato la fase del bricolage. Per un certo periodo ho perfino dipinto miniature per giochi di ruolo, pur non avendo mai giocato neppure una volta... Ho una manualità più-o-meno.
Insomma, davanti alla grande tavola imbandita della vita io non mi siedo, non affronto un piatto fino ad averlo consumato completamente, ma spizzico, assaggio, spilucco. Una vita a buffet.
E invece ho una grande ammirazione per le persone che coltivano un interesse, che lo coltivano davvero. Ci sono quelli che piantano un solo seme e ottengono un albero frondoso. Alcuni (pochi) piantano diversi semi e ottengono un bosco. Alcuni (pochissimi) ottengono una foresta. 
Io mi fermo sempre al fuscello. Semino, semino, semino, ma poi non irrigo, non concimo. Non coltivo alberi né boschi, né tanto meno foreste, e ne ricavo al massimo un praticello, con qualche chiazza spoglia e qualche buca.
C'è chi ha una passione, chi ha una missione, chi ha una fissazione, io ho una certa confusione.
Perché? È un bene? È un male? È indole, pigrizia, mancanza di tempo o di vero interesse, curiosità famelica? E qual è il distinzione tra "persona piena di interessi" e "persona incapace di approfondire un interesse"?
Boh. Però come faccio il caffè io non lo fa nessuno.
E voi, in che cosa eccellete? Qual è l'argomento che conoscete a menadito?







martedì 28 ottobre 2014

A volte loro mi portano all'esasperazione, a volte ce li porto io

Diego: "Cosa c'è per cena?"
Io: "Pasta e ceci..."
D.: "Come?! Noooo! Non mi piace!"
Io: "Lo so, ma tu sai che non si possono mangiare sempre le stesse cose, e la sana alimentazione bla bla, variare la dieta bla bla bla, i legumi bla bla bla".
D.: "Ma non mi piace!"
Io: "Insomma, non farmi arrabbiare! Bisogna sforzarsi di mangiare un po' di tutto, mica te la faccio tutte le sere! Mangiane almeno un po'!"
D.: "Ma mi fa schifo!"
Io: "Ti metto pochi ceci!"
D.: "Non la voglio!"
Io: "Ti rendi conto che è un capriccio? Fino a poco tempo fa la mangiavi!"
D.: "Visto che è un capriccio, per punizione non mi puoi mandare a letto senza cena?!"






mercoledì 15 ottobre 2014

Una separazione difficile

Io li conoscevo, sapevo com'erano fatti, e in un certo senso speravo che sarebbe finita così.
Certo, avrei preferito che andasse diversamente.
Invece alla fine è stato lui a prendere la decisione. Lei non ne avrebbe mai avuto il coraggio. La loro unione durava da così tanti anni, avevano così tante cose in comune. Lei rimaneva tenacemente aggrappata al ricordo di com'erano stati, quando erano giovani. Allora avevano le stesse passioni, un'identica missione, una comune speranza. Avevano condiviso progetti per il futuro, progetti ambiziosi per i quali si sentivano pronti a tutto. Avevano creduto che - insieme - niente avrebbe potuto fermarli. Avrebbero dato la scalata al cielo.
Quando la loro relazione era appena nata, lui era un altro.
Poi, certo, il tempo passa. Lei sembrava l'unica a non accorgersi di come lui era cambiato. Dov'erano finiti quegli occhi chiari che aveva all'inizio, quel fuoco che gli ardeva dentro? Era diventato pesante, sembrava aver completamente dimenticato i sogni di un tempo, guardava altrove.
Poi iniziarono i tradimenti. E, ancora, lei sembrava l'unica a non accorgersene.
Certo, lui stava bene attento a giocare sempre sull'ambiguità: non si nascondeva, ma era riuscito quasi a farle credere che quello fosse l'unico modo per restare insieme. Lui continuava ad aver bisogno di lei, non voleva e non poteva rompere definitivamente. Troppo comodo poter chiedere il suo aiuto nei momenti di difficoltà, averla al suo fianco quando si sentiva vacillare.
E lei? Lei si ostinava in quella relazione senza speranza. Non era cambiata anche lei, dopotutto? Si era appesantita anche lei, nel placido benessere del loro rapporto: i sacrifici dei primi tempi sembravano lontani, tutto pareva raccogliersi nel ritmo rassicurante della routine.
Ma era solo un'illusione. In quella routine, lui non c'era già più e lei da sola si sarebbe ben presto trovata davanti al baratro.
Eppure, a parte qualche breve litigio, lei non aveva il coraggio di dire basta.
Finché, alla fine, non l'ha fatto lui. Nel più brutale dei modi. 
Le ha gettato addosso, pubblicamente, tutto il suo disprezzo. L'ha beffeggiata, l'ha umiliata davanti a tutti.
Chissà se lei ha capito? Chissà se si rende conto che, in fondo, lui le ha fatto un regalo. Perché adesso forse lei potrà tornare a essere quella di un tempo. Senza quel compagno che le gravava il fianco, lei forse potrà ritrovare l'audacia, la rabbia, la speranza. 
Io voglio crederlo.
Voglio credere che lo sciopero di domani sia il primo segnale, e che finalmente la CGIL abbia capito che il matrimonio con il PD è stato un fallimento. Ci voleva Renzi, che le ha sbattuto la porta in faccia. Ci voleva il trauma di una lacerazione. E spero che la CGIL colga l'occasione per tornare a essere un sindacato degno di questo nome. Che ricominci a lottare, che riprenda la scalata al cielo. Anche da sola.
Io domani, in piazza, ci sarò!








lunedì 13 ottobre 2014

Un tranquillo weekend di cultura

Vi volevo raccontare di questo sabato quando, affrontato e superato il flagello dei compiti, ci siamo ritrovati con un pomeriggio libero. Il papà era al lavoro, cosa fare? Sbirciando sul Web ho scoperto che al Mambo, il museo di arte moderna di Bologna, era previsto un laboratorio per i bambini e, per una volta, non era troppo tardi.
Sì, perché io non sono un grande segugio: mi accorgo che è stata organizzata un'iniziativa interessante quando ormai è già passata, o non è più possibile prenotarsi, oppure ho già preso un altro impegno. E rosico.
In questo caso invece, com'è come non è, anche se il laboratorio si teneva di lì a poche ore, c'era ancora posto. Poi, com'è come non è, si è aggiunta un'amichetta, poi un'altra, e alla fine siamo partiti tutti stipati nella mia Fiat Seicento.
Una volta lì, la sorpresa: durante il laboratorio i genitori non erano graditi, ed erano caldamente invitati a partecipare a una visita guidata del museo.
Dunque, per chi non avesse afferrato bene il concetto:

sabato pomeriggio
per due ore qualcuno intrattiene i tuoi figli (e pure le amiche)
intanto tu te ne vai a zonzo per un museo
il tutto completamente gratuito*

Questa cosa per me si avvicina paurosamente al concetto di beatitudine.

Così i bimbi hanno visitato l'esposizione, hanno curiosato tra libri antichi e hanno scoperto artisti e tecniche che poi hanno "imitato". Alighiero Boetti, Carla Accardi e Stefano Arienti.





Intanto io ammiravo i Funerali di Togliatti di Guttuso, mi stupivo davanti al video di una performance di Marina Abramovic e Ulay, nei ruggenti anni '70 alla Gam (la Galleria d'arte moderna, "mamma" del Mambo), mi struggevo davanti alle foto di Radio Alice e scoprivo un artista a me sconosciuto, Wolfgang Weileder. L'esposizione, che si intitola Meridiano, mi è piaciuta assai perché raccoglie temi a me cari: il passare del tempo, il mare, l'attesa, la visione e la fotografia.



Ma quel pomeriggio aveva ancora in serbo sorprese. In attesa che i figli ci venissero restituiti, ritrovo una mia ex collega di lavoro che nel frattempo - in fuga anche lei dal triste destino del precario editoriale - si è dedicata a cose bellissimissime:


Intanto il papà tornava dal lavoro ed era pronto ad accoglierci, creativi ed affamati com'eravamo. Comunque, gli avevo lasciato tutte le istruzioni necessarie:


La domenica prevedeva il tradizionale pranzo dai nonni, poi (imprevista) una luuuunga camminata nelle strade della nostra cittadina, dove si tenevano ben due feste con mercatini e varie amenità. Diego, come premio per aver scarpinato per chilometri e chilometri, ha ottenuto una nuvola di zucchero filato, che ho assaggiato anch'io per la prima volta nella mia vita (ebbene sì, ho avuto un'infanzia strana).



Poi i bambini sono stati smollat affidati ai nonni, perché noi avevamo un impegno: andavamo a vedere questo spettacolo qua.


Se vi dico che loro, Giulia ed Enrico, sono cari amici, magari poi pensate che io non sia affidabile e i miei giudizi siano viziati dall'affetto. Ma secondo me sono bravissimi, e lo spettacolo merita davvero per originalità e profondità. Il destino a volte ti fa incontrare persone straordinarie, forse anche a un semplice corso preparto...
E questo è quanto. Finito il weekend culturale, si torna a lavorare (per fortuna, dico io!). Buona settimana a tutti!

*forse dovrei togliere il bold. Non è che poi si accorgono che viene offerta cultura aggratis, a tutti, senza discriminazioni, dove magari si vede pure qualche falce e martello, e ce la tolgono?

giovedì 25 settembre 2014

Cose settembrine

In auto.
Anna: "Mamma, M. mi ama!"
"E tu?"
"Io no! Si scaccola!"
"Ah be'... Certo, questo è un problema..."
"E poi ci prova con tutte!"
"Ehm, in che senso?"
"Prova a baciare tutte!"
"Ah! Ha provato a baciare anche te?"
"Sì, ma che schifo! Ha sempre la moccola, e la lecca!"

Sette anni, un'età difficile per l'amore, soprattutto quando il maschio è così "umorale". Vorrei dirti, figlia mia, di non andare troppo per il sottile. Pensa che tra un po' avrete tutti l'acne.
Poi interviene il fratello che, forte della sua relazione stabile con G., ormai approdata al quarto anno di fedeltà quasi assoluta, può elargire consigli da uomo maturo.
"Fai così: digli che lo ami, poi lo lasci e gli spezzi il cuore, e lui non ti amerà più."

Diabolicamente geniale. 
Ma, riflettendoci, questo mi pare un ottimo metodo per creare uno stalker.

È ricominciata la scuola!!! La mia felicità non dipende solo da quello che credete voi, maligni. Sì, è vero che i bimbi sono fuori dai piedi per otto ore, e in casa regna un soave silenzio fecondo di idee. Della scuola mi piace anche il trambusto mattutino, un misto di coccole, pianti, caffè denso e lento, corse avanti e indietro per le stanze, litigi furibondi e poi il tragitto in macchina (qualche volta in bici) in cui scambiarsi confidenze, ricordi, aspettative. L'anno scorso, per esempio, c'è stato il periodo delle barzellette, poi quello del "mi racconti le cose buffe che facevamo da piccoli", poi quello della musica. Ricorre con cadenza regolare, poi, la giornata del "io canticchio-emetto suoni-dico cose che ti infastidiscono e tu usi la violenza per zittirmi".
Della scuola mi piace l'attesa al pomeriggio, i loro occhi che mi cercano, gli abbracci. Il ritorno a casa mi piace un po' meno, perché è spesso funestato da dispetti e bisticci. Sarà la stanchezza, dico io.
Però a volte succede che anche al ritorno si possa godere un po' di conversazione pacifica, tipo quella di cui sopra. E mi piace chiedere "com'è andata?", perché in fondo sono un po' gelosa di quel tempo in ombra, in cui accadono cose che io non vedo e non sento. Un tempo privato, lontano dal nido, indipendente da me, in cui loro vivono esperienze che possono essere traumatiche, come un tentativo di bacio moccoloso.
Ah, e poi della scuola mi piace la mensa, che pensare a un menu per il pranzo e uno per la cena è un'impresa al di sopra delle mie facoltà.
Be', certo, la scuola non è tutta rose e fiori. Ci sono i compiti. E qui chiedo un minuto di commosso silenzio per tutti i genitori.

...

Ma la cosa migliore che la scuola regala sono le domeniche. 

Si indugia a letto un po' di più...



Si viaggia...



Si esplora...



Si scopre...



Insomma, si sta insieme.



mercoledì 10 settembre 2014

Per la sola ragione del viaggio, viaggiare

Tornata a casa da una settimana, superato il jet lag, ripreso il ritmo dei doveri e delle faccende, posso finalmente ripensare alla mia esperienza negli Stati Uniti e fare un parziale bilancio.
Cosa mi ha fatto capire questo mese lontano a casa? Partiamo da qui, dal mio nido. Perché il bello delle partenze è che contengono un ritorno, e forse ancor più che viaggiare a me piace "aver viaggiato", disfare le valigie, riguardare le foto, distribuire i regali, masticare i ricordi. Non che io abbia una tale esperienza di viaggi da poter scrivere un libro di memorie, ma per quel poco che mi sono allontanata dal mio Paese ho sempre vissuto una specie di dislocazione psichica: il corpo si sposta e la mente lo segue in parte, lasciando qualcosa laggiù, ad aspettare. C'è una forzatura, in questo, e l'ultimo mese ha messo a dura prova le mie capacità di tenuta. A un certo punto, verso la fine, avevo un bisogno urgente di "rientrare in me", dai miei bimbi, da mio marito, alla mia casa, alle mie abitudini.
Ho scoperto con meraviglia che non posso stare troppo a lungo senza un contatto fisico: mi mancavano gli abbracci, e confesso che gli ultimi giorni sono stati durissimi soprattutto per questa sensazione di solitudine corporea. Avevo una bella scorta di affettuosità, che mi è stata sufficiente per tre settimane, poi si è esaurita tutta in una volta, nel momento in cui la figlia di Donna mi ha detto, commentando una mia frase innocente: "È ora che torni dai tuoi bambini".
Così ho realizzato che era vero, ma mancava ancora una settimana.
Il cordone ombelicale che mi lega ai miei figli si è teso fino al limite del dolore, e ho dovuto usare tutte le mie doti di autocontrollo per evitare che sanguinasse.
Del resto devo ammettere che ho preteso davvero molto da me stessa, e ci sono stati momenti in cui mi sono chiesta: "Ne valeva la pena?"
Valeva la pena di mettersi alla prova in un'esperienza per certi versi estrema? Ero sola, migliaia di chilometri lontana da tutto ciò che mi è consueto. Ero straniera tra estranei. Avevo difficoltà a capire e farmi capire. Dovevo entrare in un nucleo familiare di cui ignoravo abitudini e stile di vita. Nelle piccole cose ho sentito la distanza dalla mia realtà quotidiana: come comportarmi alla cassa di un supermercato, a un passaggio pedonale, in un incrocio, su un autobus, nelle docce di una piscina, in un cinema. Ho dovuto disimparare per imparare di nuovo.
Tutto è stato più facile, naturalmente, perché John e Donna erano sempre accanto a me, solleciti ma discreti: gli ospiti perfetti. Hanno permesso che mi sentissi a mio agio fin dal primo momento, e mai una volta mi sono sentita di troppo. Mi coccolavano al punto che, in questa parentesi di quattro settimane, ho riscoperto la sensazione di pensare solo a me stessa: loro si occupavano della spesa, della cena, della casa, e io non dovevo preoccuparmi di niente. È stata una vacanza "vera", lontana da ogni responsabilità, da ogni dovere: potevo disporre del mio tempo come volevo. Non mi capitava da quando avevo cinque anni, mi sa.
In un mese, poi, si fa in tempo a stabilire nuovi ritmi, a instaurare quasi una routine, dei rituali, e questo aiuta a riempire i vuoti.
Poi cos'altro ho capito? Che ho coraggio, più di quanto credessi (ho perfino guidato!), e che posso essere stupida oltre ogni previsione. Non avevo nessuna paura "sensata", se mai esistono paure sensate: non mi ha mai sfiorato il sospetto che potesse succedermi qualcosa di brutto viaggiando - me, povera e indifesa pulzella - da sola in un Paese sconosciuto, non avevo alcun timore ad avventurarmi nell'ignoto.
Avevo la paura più stupida di tutte, quella dell'aereo.
Mi sono ritrovata a formulare tutta una serie di teorie deliranti del tipo: "Gli aerei non cadono tanto facilmente, però qualche volta capita. Io non conosco nessuno che conoscesse qualcuno morto in un incidente aereo, ma siccome a volte capita, potrei essere io quel qualcuno che le persone che conosco conoscevano." Avete capito cosa ho scritto? Credo sia uno "sragionamento" troppo contorto per dipanarlo. È che a un certo punto mi sembrava di trovarmi in una situazione così fuori dall'ordinario, che ci stava una conclusione straordinaria. Una punizione esemplare per aver avuto l'ardire di lasciare il mio ruolo di madre e moglie per un mese intero, un castigo divino per il mio avventato egoismo.
Mi sono scoperta scaramantica e superstiziosa, io che mi vanto tanto della mia razionalità. Per esempio, ho avuto la bruttissima idea di guardare un film. Regia di Sean Penn, la storia di un ragazzo che si cimenta in un viaggio abbandonando tutto dietro di sé. Sembrava intrigante. Into the Wild. L'avete visto? Sapete come va a finire? Ecco, evito spoiler, ma se l'avete visto forse capirete perché vi ho letto funesti presagi :)



La verità dietro questa mia condizione rasente la follia è che avevo ignorato deliberatamente una legge fondamentale: se hai paura dell'aereo non devi volare...
A parte tutte le lamentatio, a parte la fifa, quindi ne valeva la pena?
Assolutamente sì.
Penso al significato letterale di "spaesamento", quella "S" che sottrae ma non toglie: ero straniera tra estranei, ma ora ho nuovi amici (e che amici!), lui - una forza della natura - e lei - una donna colta, indipendente e profondamente empatica, innamorati e tenerissimi;



ero lontana migliaia di chilometri da casa, ma avevo una casa a cui tornare; ho visto differenze e similitudini; avevo difficoltà a capire e a farmi capire, ma ho capito l'essenziale per conoscere; ho mosso il passo su orme antiche; ho intersecato la linea della Storia;







sono entrata in contatto, ho incrociato sguardi, ho scambiato parole, ho incontrato persone, ho seminato ricordi; ho ricucito legami; mi sono riempita gli occhi di natura e grandi spazi.







E gli aerei non sono caduti, anche se tra Atlanta e Chicago ho vissuto momenti di puro terrore in un aeroplanino che sobbalzava come una carriola sullo sterrato.
In conclusione, quando si riparte?








martedì 26 agosto 2014

In moto per le strade d'America



Tranquilli, non guidavo io. Questa è solo una posa.
Lungo giro in moto oggi, con partenza alle 8 e arrivo alle 17. Abbiamo attraversato tre Stati: Georgia, North Carolina e Tennessee. Non credevo di poter reggere così tanto, visto che non sono mai stata in moto per più di un'ora, e comunque oltre vent'anni fa.
La prima tappa è stata nella Joyce Kilmer Memorial Forest, in North Carolina, dove vivono alberi che hanno oltre 400 anni, i più antichi dell'America orientale.
Altezze da capogiro, tronchi imponenti.




Tre anni fa un tornado ha attraversato la foresta, stracciando a morsi alcuni di questi giganti:


A un certo punto siamo stati fermati insieme ad altri bikers da un posto di blocco: una moto era volata giù dalla scarpata. Non so come, ma il motociclista pare sia rimasto illeso.


Seconda tappa in Tennessee, ad ammirare la bellissima cascata Bald River Falls. D'inverno a volte ghiaccia, e dev'essere uno spettacolo da urlo.


A cavallo dei 2000 metri, splendidi panorami, per una volta senza pioggia:



Ora non mi resta che far passare questi ultimi tre giorni prima del viaggio. Adesso che tutti gli altri timori sono stati fugati, resta la paura dell'aereo, che ha un bel po' di spazio a disposizione nella mia testa e sta dilagando fino a rasentare il panico.
Fatemi gli auguri!



lunedì 25 agosto 2014

Saluti da Washington D.C.

Partiti giovedì e tornati ieri: un viaggetto in macchina di 2400 chilometri in 4 giorni metterebbe a dura prova chiunque, e infatti sono letteralmente stremata.
Washington, va detto, è una città molto elegante e vivace, con migliaia di turisti tra cui - immancabili - diversi italiani.
Il primo incontro appena scesi dalla metro è stato questo:


La foto non è un granché, ma l'amico correva come un matto per mettere al sicuro la sua enorme nocciolina. Sembrava proprio Scrat, lo scoiattolo de L'era glaciale.
La zona monumentale di Washington comprende ampi sazi verdi, e questi graziosi animaletti sono i veri padroni di casa.
A proposito di case, la nostra prima tappa è stata naturalmente la Casa Bianca, che però - in questo Paese in cui tutto è gigantesco - in confronto agli altri palazzi sembra quasi piccola. Eccomi immortalata
davanti all'ingresso, insieme a gente che manifestava contro le armi nucleari e un santone barbuto che ravvivava l'ambiente con la sua armonica:




In quanto capitale, Washington ospita numerosi edifici pubblici e ha anche il compito di raccontare la storia del Paese. E lo fa, come ci si può ben aspettare, su ampia scala. Il giro per i memoriali e i monumenti mi ha fatto sentire ancora di più come Gulliver nel paese di Brobdingnag: il monumento a Washington, visibile praticamente da ogni angolo della città (almeno per quanto riguarda il centro)...


Questa è la vista dal memoriale di Lincoln, la stessa vista che Martin L. King aveva sotto gli occhi quando pronunciò il suo discorso "I have a dream..."
Ed eccolo lì, Lincoln, con il suo riconoscibilissimo barbone:


Il memoriale che mi è piaciuto di più? Proprio quello del dottor King:


Nel suo complesso, il giro per Washington mi ha ispirato una certa tristezza. La storia Americana è una storia di guerre, dalla rivoluzione in poi, e fa davvero impressione vedere commemorati così tanti caduti, nei musei come nella zona monumentale.
Per fortuna ci pensa Chinatown a vivacizzare la visita, offrendomi anche uno dei pasti migliori da quando sono qui:


Sabato pomeriggio ha iniziato a piovere a dirotto, e ci siamo rifugiati in uno di questi allegri autobus turistici, con l'autista che fa anche da guida (avessi capito una parola):


Pioggia a parte, per vedere tutti i musei e tutte le opere esposte ci sarebbero voluti giorni. Ve l'ho già detto che qui è tutto enorme?
Comunque Washington mi ha regalato l'opportunità di incontrare anche la prima delle figlie di James, nata proprio quando lui era nascosto in casa dei miei nonni. Nei ricordi di mia madre, quello che si stagliava con maggior nettezza era proprio l'immagine di lui che pensava a quel figlio (non poteva sapere che sarebbe stata una bimba) che rischiava di non conoscere. Ed eccola qui, insieme a suo marito:


Oggi inizia l'ultima settimana in America, e sarà durissima. La nostalgia di casa si fa struggente, il pensiero dei bimbi è straziante, e anche la voglia di pastasciutta si fa sentire. Per fortuna John e Donna sono davvero meravigliosi e - per inciso - anche simpaticissimi. Si sono fatti in quattro per me, e il lungo viaggio a Washington ne è la prova. Sono felice di aver trovato persone che posso senza esitazione definire "amici":


mercoledì 20 agosto 2014

Cose antiche dal nuovo mondo

Due giornatine intense, tra ieri e oggi. Una fatica, ma ne valeva la pena.
Ieri, dopo un viaggio di 3 ore tra corriere, metro e autobus, sono approdata ai piedi della Stone Mountain: un gigantesco pezzo di roccia dall'aspetto vagamente extraterrestre. Ci si arrampica su per un sentiero che sembra il letto prosciugato di un fiume


Su per circa due chilometri di salita, a tratti anche piuttosto ripida ma comunque agevole, sotto un cielo plumbeo per le recenti piogge.
I viandanti che mi hanno preceduta hanno voluto lasciare un segno del loro passaggio. Iscrizioni...




E altre tracce non biodegradabili, come questo albero che sembra quasi opera di un ardito artista postmoderno


e invece è solo ricoperto di (bleah) chewingum!
Una volta in cima, ecco un paesaggio lunare, da cui si ammirerebbe una splendida vista se solo non ci fossero tutte quelle nuvole


Con un po' di fantasia si riesce a intravedere la skyline di Atlanta



Poi di corsa verso la città, perché avevamo appuntamento con due delle tre figlie di James. Un incontro di un'intensità che non sono capace di descrivere. Mi avevano portato alcune foto della mia famiglia, foto che i miei nonni avevano spedito a James dopo la guerra. C'è mia madre bambina, con un fiocco nei capelli. Non le avevo mai viste. Fa impressione pensare che quelle foto siano arrivate quaggiù tanti anni fa, a suggellare un vincolo di amicizia che si sarebbe tragicamente spezzato con la morte di James, poco più che quarantenne, per poi riallacciarsi ora con me in veste di immeritevole ambasciatrice.
Per la cronaca, siamo andati a mangiare al Varsity, una specie di istituzione tra i fast-food


Poi in giro per Atlanta, con i suoi eleganti grattacieli...


...la sede centrale della CNN...



...il più grande acquario del mondo, nel quale nuotano creature titaniche...


Fanno un po' tenerezza, poverini, questi giganti che nuotano in tondo come pesci rossi nella boccetta, ma le loro movenze tolgono il fiato


Poi altre due ore e mezza di corriera bloccati nel traffico del rientro. Un'autostrada a 8 corsie completamente murata!

Oggi, un tuffo indietro di oltre mille anni, ad ammirare i resti di un'antica civiltà precolombiana. Sono le Etowah Indian Mounds, imponenti cumuli di terra che sorgono in una piana che un tempo ospitava una città completamente distrutta dagli invasori europei. Non c'è voluta neppure una guerra: la popolazione è stata sterminata dai virus e dai batteri di un altro mondo, contro i quali non aveva alcuna difesa immunitaria. Restano solo impressionanti paesaggi e qualche reperto archeologico






E domani si parte per Washington D.C.!