mercoledì 10 settembre 2014

Per la sola ragione del viaggio, viaggiare

Tornata a casa da una settimana, superato il jet lag, ripreso il ritmo dei doveri e delle faccende, posso finalmente ripensare alla mia esperienza negli Stati Uniti e fare un parziale bilancio.
Cosa mi ha fatto capire questo mese lontano a casa? Partiamo da qui, dal mio nido. Perché il bello delle partenze è che contengono un ritorno, e forse ancor più che viaggiare a me piace "aver viaggiato", disfare le valigie, riguardare le foto, distribuire i regali, masticare i ricordi. Non che io abbia una tale esperienza di viaggi da poter scrivere un libro di memorie, ma per quel poco che mi sono allontanata dal mio Paese ho sempre vissuto una specie di dislocazione psichica: il corpo si sposta e la mente lo segue in parte, lasciando qualcosa laggiù, ad aspettare. C'è una forzatura, in questo, e l'ultimo mese ha messo a dura prova le mie capacità di tenuta. A un certo punto, verso la fine, avevo un bisogno urgente di "rientrare in me", dai miei bimbi, da mio marito, alla mia casa, alle mie abitudini.
Ho scoperto con meraviglia che non posso stare troppo a lungo senza un contatto fisico: mi mancavano gli abbracci, e confesso che gli ultimi giorni sono stati durissimi soprattutto per questa sensazione di solitudine corporea. Avevo una bella scorta di affettuosità, che mi è stata sufficiente per tre settimane, poi si è esaurita tutta in una volta, nel momento in cui la figlia di Donna mi ha detto, commentando una mia frase innocente: "È ora che torni dai tuoi bambini".
Così ho realizzato che era vero, ma mancava ancora una settimana.
Il cordone ombelicale che mi lega ai miei figli si è teso fino al limite del dolore, e ho dovuto usare tutte le mie doti di autocontrollo per evitare che sanguinasse.
Del resto devo ammettere che ho preteso davvero molto da me stessa, e ci sono stati momenti in cui mi sono chiesta: "Ne valeva la pena?"
Valeva la pena di mettersi alla prova in un'esperienza per certi versi estrema? Ero sola, migliaia di chilometri lontana da tutto ciò che mi è consueto. Ero straniera tra estranei. Avevo difficoltà a capire e farmi capire. Dovevo entrare in un nucleo familiare di cui ignoravo abitudini e stile di vita. Nelle piccole cose ho sentito la distanza dalla mia realtà quotidiana: come comportarmi alla cassa di un supermercato, a un passaggio pedonale, in un incrocio, su un autobus, nelle docce di una piscina, in un cinema. Ho dovuto disimparare per imparare di nuovo.
Tutto è stato più facile, naturalmente, perché John e Donna erano sempre accanto a me, solleciti ma discreti: gli ospiti perfetti. Hanno permesso che mi sentissi a mio agio fin dal primo momento, e mai una volta mi sono sentita di troppo. Mi coccolavano al punto che, in questa parentesi di quattro settimane, ho riscoperto la sensazione di pensare solo a me stessa: loro si occupavano della spesa, della cena, della casa, e io non dovevo preoccuparmi di niente. È stata una vacanza "vera", lontana da ogni responsabilità, da ogni dovere: potevo disporre del mio tempo come volevo. Non mi capitava da quando avevo cinque anni, mi sa.
In un mese, poi, si fa in tempo a stabilire nuovi ritmi, a instaurare quasi una routine, dei rituali, e questo aiuta a riempire i vuoti.
Poi cos'altro ho capito? Che ho coraggio, più di quanto credessi (ho perfino guidato!), e che posso essere stupida oltre ogni previsione. Non avevo nessuna paura "sensata", se mai esistono paure sensate: non mi ha mai sfiorato il sospetto che potesse succedermi qualcosa di brutto viaggiando - me, povera e indifesa pulzella - da sola in un Paese sconosciuto, non avevo alcun timore ad avventurarmi nell'ignoto.
Avevo la paura più stupida di tutte, quella dell'aereo.
Mi sono ritrovata a formulare tutta una serie di teorie deliranti del tipo: "Gli aerei non cadono tanto facilmente, però qualche volta capita. Io non conosco nessuno che conoscesse qualcuno morto in un incidente aereo, ma siccome a volte capita, potrei essere io quel qualcuno che le persone che conosco conoscevano." Avete capito cosa ho scritto? Credo sia uno "sragionamento" troppo contorto per dipanarlo. È che a un certo punto mi sembrava di trovarmi in una situazione così fuori dall'ordinario, che ci stava una conclusione straordinaria. Una punizione esemplare per aver avuto l'ardire di lasciare il mio ruolo di madre e moglie per un mese intero, un castigo divino per il mio avventato egoismo.
Mi sono scoperta scaramantica e superstiziosa, io che mi vanto tanto della mia razionalità. Per esempio, ho avuto la bruttissima idea di guardare un film. Regia di Sean Penn, la storia di un ragazzo che si cimenta in un viaggio abbandonando tutto dietro di sé. Sembrava intrigante. Into the Wild. L'avete visto? Sapete come va a finire? Ecco, evito spoiler, ma se l'avete visto forse capirete perché vi ho letto funesti presagi :)



La verità dietro questa mia condizione rasente la follia è che avevo ignorato deliberatamente una legge fondamentale: se hai paura dell'aereo non devi volare...
A parte tutte le lamentatio, a parte la fifa, quindi ne valeva la pena?
Assolutamente sì.
Penso al significato letterale di "spaesamento", quella "S" che sottrae ma non toglie: ero straniera tra estranei, ma ora ho nuovi amici (e che amici!), lui - una forza della natura - e lei - una donna colta, indipendente e profondamente empatica, innamorati e tenerissimi;



ero lontana migliaia di chilometri da casa, ma avevo una casa a cui tornare; ho visto differenze e similitudini; avevo difficoltà a capire e a farmi capire, ma ho capito l'essenziale per conoscere; ho mosso il passo su orme antiche; ho intersecato la linea della Storia;







sono entrata in contatto, ho incrociato sguardi, ho scambiato parole, ho incontrato persone, ho seminato ricordi; ho ricucito legami; mi sono riempita gli occhi di natura e grandi spazi.







E gli aerei non sono caduti, anche se tra Atlanta e Chicago ho vissuto momenti di puro terrore in un aeroplanino che sobbalzava come una carriola sullo sterrato.
In conclusione, quando si riparte?








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